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Aldebran Di Alteg from Bloody Mary
"...solo di notte senza nessuna luce le cose appaiono per quelle che sono: e io cerco di essere me stesso, reale in ogni istante della mia vita...": sono le parole con le quali ha concluso l'intervista per "Italia Di Metallo" una persona straordinaria, da cui emerge forte sensibilità e di una genialità incredibile che ho avuto modo di conoscere la sera della sua esibizione (12 novembre 2010) presso il "Rock N' Roll" di Milano: sto parlando di "Aldebran Di Alteg", vocalist della band milanese "Bloody Mary". Partendo dagli esordi (senza tralasciare qualche aneddoto!) il duca Aldebran ci ha raccontato con totale passione tutto quello che riguarda la realizzazione del secondo lavoro in studio intitolato "Party Music For Graveyards", analizzando filo e per segno la sua genesi e la sua gestazione durata ben cinque anni e facendo importanti considerazioni riguardo il creare e vivere la musica intensamente.
Un mondo speciale, quello del principe di Alteg, tutto da scoprire e rimanere affascinati. Non aggiungo altro perchè altrimenti rovinerei la sorpresa in serbo per voi lettori!
1. Come è nato e come si è sviluppato questo lungo percorso musicale che ha portato voi Bloody Mary dagli esordi fino ad oggi?
Aldebran: è stata un’evoluzione continua. Tra l’altro i retroscena di come è nata la band sono molto particolari. Io suono più o meno dal 1992, ho avuto parecchie band, parecchie realtà in cui mi son ritrovato dentro. Più o meno intorno al 1999 decisi per sei mesi di smettere con la musica. Dopo questi sei mesi, quasi per gioco, decisi di formare un gruppo che si chiamavano i “Bastardi”, una sorta di band errante; e provavamo dentro un fiorino, andavamo in giro per le tangenziali (Milano e interland) e provavamo dentro il fiorino mentre Peter, un mio amico, guidava. Tra l’altro in quella band suonavo come bassista perché dopo esser stato cantante dal 1992 volevo staccare un attimo con tutto quanto e decisi di fare semplicemente il bassista in questa band. Poi nel nostro errare per caso ci fermammo vicino a Piazza Vetra; casualmente aiutai il cantante con un ritornello e in quell’istante passò il nostro vecchio bassista il quale sentì la mia voce e pensò che fosse perfetta per il progetto che stava sviluppando in quei giorni. Si trattava di un progetto che stava sviluppando lui assieme al nostro attuale bassista, Stranger, che a quel tempo suonava la chitarra. Così mi chiese se volevo provare con loro; andai in sala prove il giovedì stesso e scrivemmo la nostra prima canzone che fu “Sometimes” e così nacquero i Bloody Mary. Da lì fu una continua evoluzione, abbiamo avuto un sacco di esperienze sia italiane (più o meno in tutto quanto il territorio italiano) che estere (in Inghilterra, Germania). Quello che ci ha portato ad arrivare a “Party Music For Graveyards” è stato come la crescita di un essere vivente, perché effettivamente noi consideriamo i Bloody Mary come se fosse un nostro figlio, una nostra creatura. Quindi inevitabilmente l’abbiamo accompagnata in questi dieci anni come si può accompagnare un figlio dalla nascita, i primi passi, le prime esperienze. Noi ci adoperiamo ogni giorno per far si che a questo essere vivente non manchi nulla.
2. Nel 2005 avete realizzato il vostro primo album “Blood n’ Roll” firmato dalla six six six records, etichetta creata da Dave Pybus, bassista dei Cradle Of Filth. Come è stato collaborare con lui?
Aldebran: devo dire che è stata assolutamente una bellissima esperienza, ci ha permesso di arrivare in Inghilterra e di fare un nostro primo tour in inglese in cui abbiamo fatto una decina di date in tutto quanto il sud dell’Inghilterra, inclusa Londra. Tra l’altro Dave è assolutamente una persona amabile, un po’ come gli altri dei Cradle Of Filth che chiaramente abbiamo conosciuto in quel periodo. Addirittura durante il tour facevamo campo-base a casa di Dave, dove ogni sera tornavamo per poi fare un’altra data. Abbiamo quindi avuto modo di conoscerlo proprio dal punto di vista umano; sinceramente è un ragazzo normalissimo e quello che la gente può vedere dall’esterno può sembrare una cosa poi quando conosci le persone ti rendi conto che sono persone esattamente come te. Dave ci ha dato assolutamente un sacco di soddisfazioni. Dopo questa esperienza abbiamo stretto un accordo con la “Valery Records” prima di tutto perché ci offriva molto di più poi perché il fatto di collaborare con qualcuno della nostra stessa città ci permetteva di avere una relazione molto più umana che chiaramente con una casa discografica inglese non ci poteva essere se non durante le situazioni dei concerti o nei singoli viaggi. Per noi è fondamentale l’aspetto umano, è fondamentale che almeno una volta ogni tre giorni esca a bere con il produttore, cosa che chiaramente con Dave non poteva accadere. Però i ricordi e i pensieri che ho rispetto a Dave sono assolutamente belli e di ottima esperienza.
3. Spiegaci cosa significa esattamente “Bloody Mary”, nome che al primo impatto può evocare Maria la sanguinaria piuttosto che il famoso cocktail o la strega del folklore nordico.
Aldebran: “Bloody Mary” non centra assolutamente nulla con il cocktail ne’ tantomeno con Elizabeth Tudor che era una regina inglese, bensì significa, in slang newyorkese “Fottuta Mary” perché “Bloody è “Fottuto” in inglese. Infatti non ordinare mai una bloody steak (bistecca al sangue come diremmo noi) sennò il cameriere pensa che gli stiamo dicendo “portami una fottuta bistecca”! Appunto “Bloody Mary” indica questa “Fottuta Mary” che però sinceramente ci stiamo ancora chiedendo chi sia. Non lo abbiamo ancora scoperto; è nata così, si chiamava Mary! Ha deciso di chiamarsi Mary e noi l’abbiamo chiamata Mary, “Fottuta Mary”.
4. Spiegaci il lavoro che sta dietro la realizzazione di “Party Music For Graveyards”.
Aldebran: se devo trovare un aggettivo per il tipo di lavoro che c’è stato dietro direi biblico. Abbiamo lavorato su questo progetto cinque anni. È stato veramente un lavoro biblico in quanto c’è stata una ricerca approfondita dietro sia per quanto riguarda le tematiche e quindi la storia che c’è dietro “Party Music For Graveyards” ma anche soprattutto nei suoni perché noi volevamo sviluppare il concetto di concept didascalico. Non avevamo modo di scrivere la storia con i testi perché, come il nostro manifesto descrive, le canzoni sono ciò che il nostro personaggio ascoltava durante il suo lavoro, quindi sono la musica di sottofondo della storia stessa. Quindi riuscire a descrivere la storia tramite i suoni, le grafiche è stato estremamente difficile, ogni singola scelta di ogni singolo suono, di ogni singolo pixel dell’artwork è fatta e atta a descrivere la storia stessa e per questo motivo ha richiesto un lavoro veramente immane e non poteva altro che richiedere almeno cinque anni di lavoro. Però la cosa che posso dire è che dopo questi cinque anni di lavoro sono soddisfatto di ogni singola nota, di ogni singola pausa musicale, di ogni singolo pixel dell’artwork, di ogni singolo umore, colore e sapore di “Party Music For Graveyards” esattamente ciò che noi abbiamo cercato di esprimere.
5. Prima ci hai parlato di “concept didascalico”, ce lo vuoi illustrare?
Aldebran: è figo il concept! L’hanno iniziato a fare da parecchi anni, tipo negli anni 60’ con “Jesus Christ Superstar” e altri musical che effettivamente erano dei concept; poi sono stati ripresi dai gruppi prog di fine anni settanta e non per ultimo King Diamond coi suoi concept. Il problema che ho notato dai concept però è che una volta estratti dal contesto rendono poco; per esempio io adoro “Jesus Christ Superstar” però le canzoni sono difficili da ascoltare al di fuori del film, quindi del concept stesso. Quindi ho pensato “perché non proviamo a creare un concept dove non sono i testi delle canzoni che raccontano la storia ma tutto quanto ciò che lo circonda”; si tratta di una didascalia appunto e chi sta fruendo del concept stesso deve usare il cervello per capire quale sia la storia. Non è più un concept dove l’astante è fermo e subisce il concept ma in parte contribuisce a formarselo dentro la sua testa; c’è molta più interattività. Io penso infatti che le persone devono interagire e la cosa bella dei libri è che è scritta una storia ma poi l’immagine te la crei te, il tuo cervello lavora per creare quella storia. Il cinema è sicuramente l’ottava arte ed è bellissimo, però ti lascia poca immaginazione e secondo me la creatività è la base; ciò che ci differenzia dalle altre specie animali è il fatto che noi creiamo e abbiamo delle idee. È bello dare la possibilità a chi sta ascoltando questo concept di immaginare e quello che lui sta immaginando, le parti che lui aggiunge con la sua mente al nostro concept sono altrettanto giuste come le tue o le sue o le altre. Ognuno di noi ascoltando un concept didascalico ci mette il suo e il suo è giusto non è sbagliato perché contribuisce ad estendere questo concept. Questo è quello che noi chiamiamo concept didascalico. Una delle cose che abbiamo fatto è fare interpretare il periodo storico e i suoi elementi (è ambientato nei primi del 900’) agli strumenti; abbiamo scelto di utilizzare il teremin in molti brani proprio perché esso fu uno dei primi strumenti elettrici. Quindi il teremin in se stesso rappresentava l’elettricità che lo scienziato utilizzava per rianimare i cadaveri. Tra l’altro sulla storia in se stessa è molto interessante una cosa: Mary Shelley, che scrisse la storia di “Frankenstein”, non ha inventato lei la storia ma bensì ha fatto una sorta di concept, tanto per ribadire il tema, sui lavori che verso la fine dell’800’ un certo Giovanni Aldini conduceva su dei cadaveri. Aldini era convinto che tramite l’elettricità potesse riportare in vita i cadaveri (in realtà si trattava di spasimi muscolari dovuti all’elettricità). Questi esperimenti erano pubblici dove ci fu una grossa risonanza da parte della stampa perché nessuno mai vide una cosa del genere.
6. Parliamo di “Somebody To Love”, che a parere mio si tratta del brano più bello di “Party Music For Graveyards”. Che ispirazione hai avuto riguardo questa canzone?
Aldebran: mi è difficile dire qual è il brano che preferisco ovviamente perché li considero ognuno come se fosse mio figlio e quindi non posso dire qual è che preferisco ma “Somebody To Love” è sicuramente uno dei brani a cui sono molto affezionato.Come tutti quanti i brani è stata scritta forse in dodici, tredici minuti. I brani che vengono dal cuore non hanno bisogno di mesi per essere sviluppati. A un certo punto ho sentito dentro di me quelle note, ho preso la mia chitarra acustica e semplicemente l’ho scritta. La canzone dice una cosa molto semplice in cui chiunque si può ritrovare: tu puoi fare delle cose grandiose, puoi essere il numero uno in tutto, puoi fare cose che ti soddisfano dal punto di vista professionale, umano ma a un certo punto anche se hai tutto ciò in mano ti rendi conto che senza poterle condividere con qualcuno che ami (amore intendo non solo la relazione fra uomo e donna ma amore in senso universale) ti rendi conto che è invano. Quello che cerca di esprimere questa canzone è che tutto è completamente vano se non c’è l’amore. Ognuno di noi in quanto essere vivente abbiamo bisogno di qualcuno da amare.
7. Non avete mai pensato di realizzare dei videoclip inerenti i brani; se sì, come vorreste realizzarli?
Aldebran: sicuramente a breve realizzeremo un videoclip; ci stiamo accordando con la casa discografica che sta facendo una lavoro veramente eccezionale per noi. Inizialmente ne realizzeremo uno anche se nella mia testa mi piacerebbe realizzare un intero film per quanto riguarda “Party Music For Graveyards”. Inizieremo però con un videoclip e le atmosfere saranno più o meno quelle di “Frankenstein Junior” perché quel film esprime esattamente il tipo di humor grottesco e di atmosfera gotica che abbiamo cercato di ricreare con “Party Music For Graveyards”.
8. L’atmosfera grottesca possiamo ritrovarla nel video di “Pet Sematary” dei Ramones, pezzo che avete scelto di coverizzare. Parlaci di questa scelta.
Aldebran: innanzitutto abbiamo scelto quella perché è una canzone splendida. Tra l’altro l’abbiamo anche scelta perché è stato il primo vinile che ho avuto e l’ho ascoltato talmente tanto che il solco ormai si è consumato! E quando sentii quella canzone rimasi veramente sconvolto. La ascoltavo cento volte al giorno! Questo accadeva nel 1988 quando uscì appunto “Brain Drain” che era il disco che conteneva “Pet Sematary”. Tra l’altro sia quello che “Poison Heart” sono i due pezzi un po’ fuori dallo stile dei Ramones, sono i pezzi più goth dei Ramones. In particolare il video di “Pet Sematary” rappresentava bene l’atmosfera di “Party Music For Graveyards”. Il tema era quello del ritornare in vita, del rinascere. Sono affezionato al tema del rinascere, la materia inanimata che riprende vita e rinasce. Sicuramente “Pet Sematary” la rappresenta in maniera più opportuna.
9. Secondo te, Aldebran, qui in Italia oggi è ancora possibile fare musica, in particolare musica alternativa?
Aldebran: da quando ho iniziato a suonare non mi sono mai posto il problema se la mia musica, fosse ascoltata da diecimila persone o da mia madre o da Erika. Il discorso è che le persone dovrebbero fare musica soltanto per un motivo cioè perché non puoi farne a meno. Io ho sempre fatto musica semplicemente perché non posso farne a meno; anche se nessuno venisse qui stasera ad ascoltare la musica a me non interessa. Io faccio musica e scrivo musica semplicemente perché non posso fare altrimenti come io non posso fare a meno di fare battere il mio cuore, o respirare o fare scorrere il sangue nelle mie vene. Poter condividere quello che faccio con gli altri è bellissimo, è una cosa che mi da degli stimoli che poche cose nella vita riescono ad eguagliare, però io lo farei altrimenti. Anche se la mia musica piace o non piace questo non mi interessa; io sono la musica e non riesco a scinderla da me stesso. Forse anche dire musica è riduttivo: è l’arte. L’arte fa parte di me, io sono l’arte. Per tutti quelli che vogliono proporre e fare musica, non partite dal presupposto che la vostra musica debba essere riconosciuta a livello nazionale e internazionale. Fate la musica, create che sia musica, pittura, scrittura fatelo per voi stessi, perché voi non ne potete fare a meno. Se lo fate perché volete essere in tv o perché le ragazze vi corrano a dietro, non fatela perché quello non è il motivo per cui si crea arte. Si crea arte perché non possiamo farne a meno e questa è l’unica regola per cui si crea l’arte.
10. Cosa ti affascina di più del mondo gotico?
Aldebran: in realtà è nato in maniera un po’ casuale.. Il goth non lo considero tristezza o depressione come invece era nel periodo fine anni 70’, ad esempio i “Joy Division”, che per primi crearono quello che noi chiamiamo dark. Non mi sento molto legato a quello perché per me la musica non è tristezza ma gioia, gioia di creare. Mi trovo a creare quando sono triste, quando non sto tanto bene; sto chiuso nella mia stanza e creo e nell’atto di creare, come se fosse un orgasmo, riesco a buttare fuori quello che ho dentro. Per me quello è un atto che mi provoca piacere e non riesco ad associare quindi la mia arte alla tristezza. A me piace la notte e il vestirmi di nero è una sorta di confondermi con l’ambiente notturno; questo lo facevo fin dall’infanzia prima ancora che sapessi che esistessero i dark. Poi accadde che durante strane vicissitudini incontrai una ragazza che mi vide e mi disse se sapevo che c’erano altre persone che si vestivano come me. Così andai al Limus, forse nel 1996, una vecchia discoteca dark di Milano, e vidi che c’erano altre persone che si vestivano più o meno come me scoprendo che esisteva l’ambiente gothic. Quindi sotto un certo aspetto mi va bene che possiamo essere inclusi in quell’ambiente ma secondo me è abbastanza riduttivo; a me piace l’ambiente notturno anche perché in natura l’attività massima non è durante il giorno bensì durante la notte, la maggior parte delle specie animali ha il loro massimo di attività durante la notte. I colori sono in realtà la rifrazione della luce quindi sono una sorta di maschera. Solo di notte senza nessuna luce le cose appaiono per quelle che sono: e io cerco di essere me stesso, reale in ogni istante della mia vita.
11. E ora non possiamo concludere l'intervista senza la tua frase!
Aldebran: “SIC GORGIAMUS ALLOS SUBJECTATOS NUNC” (“CON DELIZIA BANCHETTIAMO DI COLORO CHE VORREBBERO ASSOGGETTARCI”)
Intervista a cura di Erika Baini


