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The End Of A Dark Era
TrackList
01. Every Single Word
02. Open Your Eyes
03. Pain
04. Coming From Hell
05. Running
06. Hot Blood
07. Dark Night
08. Born To Be Alive
09. Gates Of Babylon
10. Beyond
HOLLOW HAZE - The End Of A Dark Era
(2010 - Crash and Burn Records)voto: 9/10
Terzo album per gli Hollow Haze, band vicentina creata da Nick Savio (ex chitarrista dei White Skull) con l'intento di dare vita ad un nuovo sound “Hard & Heavy”, per citare la definizione che leggiamo sul loro sito web: descrizione in realtà un po' troppo scarna, che decisamente non rende l'idea del percorso musicale che ha portato Savio & Co a questo ottimo “End Of A Dark Era”.
Tra l'altro questo è un lavoro che arriva dopo una vera e propria rivoluzione nella line up, per cui, rispetto al precedente “The Hanged Man”, si conferma solo la presenza dello stesso Savio; i nuovi componenti, invece, sono Dave Cestaro (basso) e Camillo Colleluori (batteria), già con Savio nei Cyber Cross; Simone Giorgini (tastiere) e infine il bravissimo Alex “Ramon” Sonato alla voce.
Nonostante lo stravolgimento nella formazione, gli Hollow Haze colpiscono nel segno con questo cd dall'atmosfera cupa e allo stesso tempo potente, nel quale affiorano molteplici influenze del passato: dai Rainbow ai Judas Priest, da Yngwie Malmsteen ai Dream Theater, dai meno blasonati Skid Row ai Warrior Soul (e potrei continuare la serie), in una miscela indubbiamente originale e di valore. Notevoli produzione e songwriting, lavoro impeccabile e testi mai banali, ma soprattutto egregia la prova del nuovo cantante “Ramon” Sonato, capace di adeguare la sua interpretazione allo stile a tratti veloce e possente a tratti cupo e rallentato di questo album.
Entriamo nel dettaglio allora: il cd si apre con “Every Single Word”, splendido brano dal ritmo veloce, ma in cui già si delinea l'atmosfera dark che attraversa tutto il lavoro e in cui si riconoscono vaghe influenze prog, risultato finale una track che come apertura lascia presagire grandi cose. “Open Your Eyes” non smentisce la prima impressione, anzi: siamo di fronte ad un altro pezzo aggressivo, in cui spicca la performance di Sonato e il songwriting tutt'altro che scontato (per averne conferma basta soffermarsi, per esempio, sul ritornello, davvero trascinante). “Pain” e “Coming From Hell” invece, sono, a mio parere, le due canzoni meno interessanti dell'album, due brani dal groove esageratamente cupo, che mal si addice alla potenza del suono della band nel complesso e della voce del singer in particolare. Con “Running” torniamo di nuovo su livelli più alti, uno dei pezzi migliori del cd: testo di spessore, di nuovo ennesima gran bella interpretazione di Sonato, con quella “r” calcata (quasi arrotata, passatemi il termine) per dare incisività sul “running”, intro di tastiera, cori e riffing, tutto perfetto. “Hot Blood” è una ballad che conferma una volta di più il valore degli Hollow Haze, un brano melodico tutt'altro che insignificante, in cui scopriamo riminiscenze dei Warrior Soul di “Salutation From The Ghetto Nation”, ma anche influssi progressive metal, il tutto sempre in una miscela sicuramente originale, in cui spicca in modo particolare il suono dolce e melanconico delle tastiere. Da ascoltare. “Dark Night” insiste una volta di più in questa atmosfera dark che fa da filo conduttore all'intero lavoro, ma in una soluzione stavolta veramente piacevole, supportata da una ritmica nel complesso più grintosa e robusta, in cui fa capolino una lontana influenza Black Sabbath, a conferma del fatto che gli Hollow Haze affondano le loro radici nel meglio della storia del metal, per arrivare ad una sintesi e ad uno stile davvero unici. “Born To Be Alive” ci riporta invece alle ballad potenti in stile Skid Row (“Wasted Time” o “Quicksand Jesus” per citarne solo due), sapientemente mescolate con le sonorità del metal classico anni '70, una track sempre sul tema dark, ma di grande impatto. Conclude l'opera la bellissima “Beyond”, pezzo dalle sonorità originali e dalle risonanze vagamente epiche.
“Gates Of Babylon”, che ho lasciato per ultima, merita invece un discorso a parte: solitamente non amo le cover, difficilmente superano l'originale, sono come i capitoli II dei film di successo, spesso scialbe e prive di senso. Ma anche qui gli Hollow Haze sono riusciti a mantenere le aspettative, cimentandosi in questa cover dei Rainbow del grande Ronnie James Dio, una rivisitazione che, se possibile, conferisce maggiore potenza ed aggressività ad un brano che è un classico, un risultato non da poco! Acoltare per credere.
Dopo questa considerazione, non posso fare altro che lasciarvi con un solo consiglio: correte a comprarlo!
Luisa Luy Cugno