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After Midnight
TrackList
01 – Epic Gods/
02 – Alive in Destruction
03 – Darkness of the Soul
04 – Eternal Night
05 – Anonymous
06 – Immortal Dreams/
07 – Infernal Melody
BLOODSHED - After Midnight
(2009 - Autoprodotto)voto: 6.5/10
I sardi, da Ozieri e Sassari più precisamente, Bloodshed sono a mio parere un gruppo veramente curioso, e ciò per vari motivi. Il primo dei quali riguarda il nome che si sono scelti, che ad alcuni potrebbero forse farli apparire come una putrida realtà black/death metal sulla scia dei vari Bestial Warlust, Conqueror et similia, come fra l’altro ipotizzai dalla loro scheda presente su Metal-Archives, con scritto proprio il (sotto)-genere sopraccitato. Un altro aspetto bizzarro del sestetto, formatosi nel 2005 ed attualmente costituito da Seb voce, Gabriele e Davide chitarre, Fede basso, Alberto batteria, ed Andrea tastiere, mi pare l’estetica, così tremendamente “normale” ed “innocua”, a dispetto del nome che mi faceva presagire altresì ragazzacci iper-chiodati e con la faccia da cattivoni consumati. Il terzo perché è dato purtroppo dalla musica da loro proposta, che io la considero un po’ a doppio taglio, visto e considerato che secondo me essa è condita da lampi di genio a cui fanno da contrappeso frequenti, e gravi, ingenuità. E probabilmente non ha aiutato il fatto che “After Midnight” è sia il primo album ma anche la primissima testimonianza (ufficiale) del gruppo, evitando così un discorso espressivo che li avrebbe aiutati a fare tutto pian piano per non proporre qualcosa di piuttosto sostanzioso subito. Ma in fin dei conti come inizio mi è almeno apprezzabile dai.
“After Midnight” è, come già scritto, un album composto da 7 pezzi, compresa intro (che per la verità mi sembra più adatta per gruppi come i giovani Streben od i Summoning, sognante e delicata com’è), dove trova espressione a mio avviso una specie di black sinfonico orientato per la maggiore entro tempi medi, pur non mancando qualche buona accelerazione, fondato principalmente su delle melodie e secondo me intriso di un alone romantico che mi rimanda piacevolmente a molte entità di black sinfonico. Ma rispetto a molte di esse, spesso e volentieri sento tra le più disparate influenze (ecco perché prima avete letto “una specie”), e quindi i nostri sanno differenziare a mio parere benino un pezzo dall’altro. Rintraccio infatti residui provenienti dalla musica elettronica in “Darkness of the Soul” ed “Immortal Dreams” per quanto riguarda le tastiere, a mio parere il vero principale punto di forza dei Bloodshed, dato che molte sono proprie loro che guidano i brani e le varie melodie, seppur stranamente non sia affidato loro nessun solismo, e credo che da tal punto di vista si possa fare qualcosa. Tra l’altro, e sempre circa le tastiere, in “Immortal Dreams” sento pure delle evoluzioni forse prese da certo power metal modernista, se non addirittura dai da me tanto odiati Children of Bodom. In “Eternal Night” avverto invece, sia nell’intensità che nel riffing (pure negli stop ‘n’ go della batteria), influenze dal death metal, e questo è in pratica a mio avviso l’unico momento veramente tale che può dare ragione alla definizione di “black/death metal” data al gruppo da Metal-Archives, e tra l’altro è pure uno dei rarissimi episodi che atmosfericamente mi paiono i più cattivi e belli violenti di tutta l’opera. Invece, nelle due “Anonymous” ed “Immortal Dreams” avverto un’impronta metalcore in senso melodico, e se tutto ciò non vi basta, sappiate allora che per quanto concerne gli assoli, questi sono così melodici da poter andare secondo me benissimo per Steva Vai e soci (soprattutto quello di “Darkness of the Soul”), e si consideri fra l’altro che essi (l’altro è presente in “Eternal Night”) non si esprimono più o meno mai attraverso un accompagnamento metal (si pensi infatti in maniera particolare a quello di “Darkness of the Soul”, accompagnato da una chitarra acustica, e nata DA un’altra di tal fatta, però solista). Così, l’atmosfera romantica di qui sopra mi pare si accresca di più, proponendo melodie sempre vellutate e piuttosto dolci. Per il resto, come certo black sinfonico insegna, viene propinata a mio parere una buona combinazione tra parti black metal e gotiche, ma faccio notare che forse sono maggiormente presenti le seconde, facendomi immaginare in tal modo e di più un’atmosfera che mi sa di morboso, di vampiresco, indipendentemente dai testi trattati, impressione che mi si aumenta ancora se penso alla voce, a cui va una menzione particolare. Infatti, essa mi pare molto passionale e violenta, basata com’è su improvvisi cambiamenti di tono, offrendo un circo di urla e grugniti, come se con le prime si volesse rappresentare il tormento di un uomo che cerca di combattere, ma invano, contro il diavolo, ed i secondi invece la voce catacombale di quest’ultimo, intento a terrorizzare a più non posso la vittima, infiltrandosi nelle sue viscere maggiormente profonde. Seb è piuttosto versatile, seppur non mi sembra si tratti di un cantante come Demonia dei Demonia Mundi, ma abile a proporre, in “Alive in Destruction” ed in “Immortal Dreams”, una voce pulita e melodiosa, forse un po’ statica ma che riesce a fare il suo compito, facendomi immaginare l’umano che tenta di uscir fuori per qualche momento raccontando la sua agonia.
Purtroppo, comunque, secondo me i Bloodshed, pur avendo alcune grandi intuizioni, deficitano gravemente in fase conclusiva, solo rare volte azzeccata. A mio parere infatti, vuoi per un motivo vuoi per un altro, i problemi iniziano da “Alive in Destruction”, dove i nostri si paralizzano praticamente per 2 minuti di fronte all’ultima soluzione, più volte variata in differenti modi, annoiandomi non poco e non trovando a mio parere il bandolo della matassa per risolvere pienamente il climax di prima, ed in effetti mi aspettavo proprio un assolo, ma invano. Poi c’è “Darkness of the Soul” che in pratica soffre dello stesso problema del pezzo precedente, ossia viene riproposta, in salse differenti (ma quantitativamente minori) la stessa soluzione, mancando così d’inventiva, anche emozionale, e sfoggiando una noiosa prolissità. La successiva analisi riguarda “Eternal Night” che si “conclude” con quella che definisco una fuga strumentale che per me funziona da vero e proprio pinte per un passaggio successivo, magari uno suonato già in precedenza. Ed adesso tocca, purtroppo, ad “Anonymous”. Dico purtroppo anche perché, strutturalmente parlando la considera piuttosto ricca di sprazzi geniali, rappresentati degnamente da una pausa prima dominata da una chitarra, e poi da tastiere/voce, permettendo così al tutto di farsi sentire con un tempo lento che prima o poi sembra esplodere. Esplosione che poco dopo si concretizza realmente, attraverso dei blast-beats per poi adagiarsi su tempi medi. E così, il pezzo sembra finire, a mio avviso in maniera ottima, peccato che quella era soltanto una pausa, visto e considerato che il gruppo riparte con dei blast-beats. Ecco, questo per me è un passaggio completamente inutile ai fini del brano, anche perché il climax era già stato raggiunto, non dando quindi una conclusione degna al pezzo.
Insomma, luci ed ombre per “After Midnight”, che, messe così le cose, mi ha fatto considerare come pezzo migliore del lotto “Immortal Dreams”, il quale mi piace comunque per un finale molto imprevedibile che si regge sulle continue variazioni, pure di ritmo, del 2° passaggio, cronologicamente parlando, ed anche per un lavoro a mio avviso geniale sulle tastiere, alle quali sono attribuite delle variazioni interessanti e che secondo me regalano maggior dinamismo al tutto. La struttura dei pezzi, tra l’altro, mi interessa molto dato che i pezzi sono piuttosto dinamici ed imprevedibili, restii a presentare una qualunque sequenza rigida di soluzioni, con l’unica eccezione importante di “Alive in Destruction” che addirittura risulta fondata su uno schema strofa-ritornello, seppur non proprio classico e comunque ragionato. Però credo che i provvedimenti da fare sono tantissimi, tra i quali un maggior uso della melodia, non sempre sfruttato a dovere come spero si sia capito quando ho descritto i difetti, ovviamente soggettivi, dell’album, magari aumentando gli assoli, pure intrecciandoli con qualche solismo di tastiere, in modo da potenziare tutto l’insieme, e/o creando un maggior numero di soluzioni, così da non paralizzarsi a ripetere sempre la stessa soluzioni con variazioni annesse…Vabbè, i provvedimenti da fare sono tantissimi, e spero che la prossima opera del sestetto sarà decisamente migliore di “After Midnight”, e per ora, aspetto con grande fiducia. Dolce attesa.
Voto: 6,5
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