Ho fatto i primi tre ascolti di questo album alla cieca, senza avere avuto occasione di dare un’occhiata alla biografia o alla presentazione di questi ragazzi e le mie prime impressioni sono state, fatta salva una indubbia competenza tecnica strumentale, di annoiata delusione di fronte ad un rock’n’roll talmente scolastico e privo di  verve o sussulti da far sembrare il minutaggio contenuto di questo album più gravoso di quanto non fosse. Avete presente quando l’unica cosa che può salvare una composizione, magari non originalissima e dichiaratamente “in stile”, è un’esecuzione piena di tiro e passione, meglio se accompagnata da un frontman dalla spiccata identità capace di infondere vita e sensualità al tutto? Ecco, tutto questo, purtroppo, non l’ho sentito accadere in questo disco.

Poi sono andato a leggere le note di accompagnamento e vi ho trovato descritta una band che, a quanto pare, non aveva nulla a che fare con quanto avevo udito! Il potere magico delle parole, che riescono a plasmare la realtà: sono tornato a farmi un altro paio di giri di ascolti di questo “Another Place To Stay” e…

No, mi spiace, ma non posso dirvi che la mia opinione si sia spostata di troppissimo. Se la decantata ricchezza di ganci irresistibili e la cruda energia se la sono guardata bene dal prestarsi all’appello anche questa volta, è evidente che il gruppo tutte quelle date dal vivo in giro per l’Italia (e non solo) se le sia macinate veramente, confermando una sicurezza nella gestione del materiale di riferimento che permetterebbe loro ben altri risultati.

Scopro anche che quel cantante non particolarmente carismatico in realtà sono due: i fratelli Stefano e Alberto Francia infatti, oltre a suonare rispettivamente chitarra e basso, si alternano al canto, senza grossi sbalzi qualitativi.

L’album si apre con una “Intro” che consiste in un giro di classico rock’n’roll suonato con una fluidità ed una scioltezza veramente notevoli, pur nella sua canonicità assoluta. Segue “Lost Steps”, un logoro poppeggiante street rock lontanamente (ma lontanamente!) imparentato con gli Hanoi Rocks, con un ritornello piuttosto innocuo cantato senza particolari convinzione, precisione o mordente. Tutti gli arrangiamenti lasciano piuttosto delusi per la mancanza di inventiva o brio, fatta eccezione per le golose rullate della batteria di Andrea Rovituso. In “White Pow(d)er” è la voce un pochino più virile di Stefano a prendere il microfono, ma il risultato non cambia granché e si continua a pesticciare in quella piccola piscinetta sgonfia riempita a metà di birrette da discount e sudore altrui, su cui galleggiano vecchi dischi. Non manca in questo brano una nota malinconica capace di conferire più profondità al tessuto sonoro, ma non si decolla mai veramente.

Il mio brano preferito, forse in virtù della avvincente progressione di accordi del ritornello, è la simpatica “By Yesterday”, che con molta fantasia e buona volontà potremmo avvicinare a certi Thin Lizzy . I ragazzi si sforzano di ampliare la tavolozza con una “Abilene” country blues, con tanto di pianoforte a inchiodarla al proprio destino di anonimità, nonostante il genuino impegno del batterista.

Un altro pezzo incoraggiante è la relativamente carica “Ballast Song”, che tenta un ritornello simpatico e in buona parte ci riesce pure, anche se ci lascia perplessi a chiederci come possa un brano di tre minuti e mezzo risultare comunque  prolisso. Ci terrei poi a sottolineare un grande pregio di queste registrazioni, che trasudano genuinità e realismo sonoro, con un piacevolissimo suono di insieme, soprattutto in merito alla scoppiettante batteria.

In apertura del Lato B abbiamo lo spoiler acustico del ritornello dell’ultimo brano del disco, proposto qui come frammento “rubato” alla quotidianità, mentre tocca alla convinta “Nothing To Lose” provare ad imprimere alla seconda metà del disco un po’ di spinta. Le performance vocali non particolarmente esaltanti non aiutano e galleggiano in quel limbo in cui non sei né sufficientemente interessante per fare il trasandato, né abbastanza appassionato per rendere giustificabile un’intonazione approssimativa.

Un elemento che salva questi ragazzi è quella percentuale di ironia e (soprattutto!) autoironia indispensabile a non prendersi troppo sul serio, pur facendo al meglio ciò che si ama. “Rock’N’Roll Is Born” ne è un esempio e sgomita sul podio di miglior brano, forte dei suoi fraseggi.

Questi calabroni non sono male, sanno suonare e scrivere ordinarie canzoni garage rock che provano a tenere insieme l’America e l’Inghilterra, riempiendole di tante cose che hanno sentito qua e là fino ad ottenere un collage non privo di una sua capacità suggestiva. Trovo un po’ gratuita la necessità nell’insistere su soluzioni di logora vetustà.

Profeteer Mad Man” si lascia ascoltare volentieri, anche se i ritornelli vengono proprio buttati via. Peccato, perché quel batterista è chiaramente pronto a scalpitare verso praterie più vaste e fertili. In chiusura ritroviamo “On My Way Home Again”, una gradevole canzoncina country saltellante, assolata e nostalgica, ma che ci saluta con un sorriso.

Ho guardato anche i due videoclip realizzati per questo album, trovando una band abbastanza giovane e simpatica, ma non tanto quanto vorrebbero, temo…

Sono certo che dal vivo i The Hornets siano capaci di esprimersi ad un livello decisamente superiore rispetto a quello che ho ascoltato, quindi vi consiglio di andarveli a vedere, tanto prima o poi passano pure dalla vostra città!

 

Marcello M

 

Tracklist:

  1. Intro
  2. Lost Steps
  3. White Pow(d)er
  4. By Yesterday
  5. Abilene
  6. Ballast Song
  7. On My Way Home Again 
  8. Nothing To Lose
  9. Rock N Roll Is Born
  10. Profeteer Mad Man
  11. On My Way Home Again 
  • Anno: 2025
  • Etichetta: Autoprodotto
  • Genere: Rock’n Roll, garage rock, street glam

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