L’Italia è sempre più terra di Black Metal: la quantità e soprattutto la qualità media delle nuove produzioni è oggettivamente motivo di orgoglio per chi come me considera questo sottogenere quello più affascinante, foriero di evoluzioni e fisiologicamente proteso a contaminazioni folk, ambient, shoegaze, sinfoniche, melodiche e tante altre.
Il nuovo lavoro dei Vultur ne è la conferma.

Dopo undici anni di silenzio discografico, interrotto parzialmente nel 2021 dallo split con i Blackstream, questo ‘Cultores de Perdas e Linna‘ rappresenta molto più di un semplice ritorno: è una dichiarazione di identità culturale e musicale che riafferma il ruolo pionieristico della band sarda nel panorama del Black Metal italiano ed europeo.

Il titolo dell’opera, che significa ‘adoratori di pietre e legno‘ (epiteto dispregiativo con cui i cristiani definivano le antiche popolazioni nuragiche) già rivela le intenzioni programmatiche del mastermind Attalzu e dei suoi compagni. Non si tratta solo di musica, ma di un vero e proprio manifesto identitario che affonda le radici nell’occultismo e nelle superstizioni popolari della Sardegna ancestrale. Non a caso si etichettano come autori del ‘Sardinian Black Metal‘.

Dal primo ascolto emerge con chiarezza uno stile che è nerissimo. La produzione, curata da Alberto Bandino presso i Cut Fire Mixing Studio di Sanluri, riesce nel delicato equilibrio di mantenere la ferocia del suono senza sacrificare però la componente armonica.
E’ un Black durissimo che affonda le radici nella scandinavia degli anni d’oro, Lorenzo Balia alla batteria è un motore inarrestabile, spingendo le chitarre a costruire trame su trame attraverso un tremolo picking cantilenante tipico del genere, ma arricchito da una sensibilità melodica che affonda le radici nella tradizione musicale isolana. Il Black Metal dei Vultur serve a costruire un immaginario sonoro che trasporta l’ascoltatore nelle lande desolate e misteriose dell’entroterra sardo.

Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera è l’uso quasi esclusivo della lingua campidanese, dialetto del sud Sardegna (solo l’ultimo pezzo ‘Nemini Parco‘ è in latino/italiano); i Vultur sono stati tra i primi a utilizzare sistematicamente un idioma locale nel Black Metal, anticipando di anni quella riscoperta delle radici linguistiche che oggi caratterizza molte band del genere a livello internazionale.
I testi, intrisi di riferimenti all’occultismo isolano e alle credenze precristiane, acquisiscono attraverso la lingua originaria una forza evocativa che difficilmente potrebbe essere resa in italiano o inglese. Identità e cultura.

I brani sono otto, compresa ‘Arestis‘ un intermezzo acustico posto a metà dell’opera come per riprendere fiato. Il resto è una incessante macchina da guerra lanciata a tutta velocità ma con tutte le particolarità che ho descritto.
Inutile citare i titoli, gustatelo e riascoltatelo nella sua interezza.
Accanto a Attalzu, voce e chitarra, e Lorenzo Balia alla batteria troviamo l’altro chitarrista Nicola Spaziani e la bassista/autrice della copertina Maristella Spanu.
Un disco promosso a pieni voti, che trasuda carisma e ha una precisa identità in un panorama spesso appiattito su formule standardizzate.

 

Filippo Marroni

 

Tracklist:

 

  1. Su Frastimu
  2. Eternu Trumentu
  3. Su Spegu
  4. Femina Mala
  5. Arestis
  6. Cultores Lapides Et Lignea
  7. Umbras
  8. Nemini Parco

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Masked Dead Records
  • Genere: Black Metal

 

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