Quando mi arriva un disco da recensire, oltre che coi vari ascolti, provo a costruirmi un contesto in cui posizionare il progetto in questione cercando tracce in quello specchio del mondo che è internet. Per un gruppo dal nome così generico e inflazionato come “Element” non è stato semplice, ma ciò che mi ha veramente lasciato perplesso è stato trovare quasi esclusivamente contenuti generati da intelligenza artificiale, palesemente elaborati a partire dalle note biografiche contenute nel press kit. Il risultato? Una serie di supercazzole grondanti fuffa, frasone emotional un tanto al chilo da sinossi di romanzo Harmony, sulla magica unione tra la ruvida chitarra rock di Antonio Pollizzi e il leggiadro pianoforte jazz di Giusy Morabito, i due titolari del progetto.
La realtà, per fortuna, è molto più interessante: quella cha ascoltiamo su “Essence Of Earth” sembra proprio una vera band, affiatata e paritaria, impegnata in un progressive moderno, elegante e variegato, a tratti anche piuttosto aggressivo.
A rubare la scena a chitarre e tastiere, è la voce di Maxime Tosi, alla quale viene dato grande rilievo in sede di mixaggio, divenendo, grazie anche al particolare timbro sottile e sinuoso, il vero elemento identitario del gruppo. Il problema è che la performance della cantante indugia un po’ troppo spesso sul limite della stonatura, conferendo una generale sensazione di fragilità e precarietà che, se ci si fa l’abitudine, potrebbe anche avere un suo fascino, ma lascia un retrogusto di amatorialità che contrasta con la preparazione degli altri musicisti coinvolti. Di ben altro spessore sono infatti i contributi del batterista Omar Cappetti (almeno nei pochi brani in cui suona una batteria vera) e del basso di Christian Polloni: attivi partecipanti alla mischia sonora, non danno mai l’impressione di essere meri turnisti gregari.
La chitarra di Antonio è scattante e sicura, costellata di armonici, agilmente impegnata in riff sfaccettati e assoli appassionati e vorticosi, allineato ad un gusto progressive Metal moderno e internazionale. Il millantato “pianoforte jazz” è in realtà una piccola fettina della ricca torta sonora che ci offre Giusy, impegnata a farcirne i mille strati di sintetizzatori dai sapori più disparati.
“5th Element” apre il disco proprio con una sventagliata di synth, prima che la voce incerta cavalchi il riff galoppante delle strofe. Gustosissima la batteria (questo è forse l’unico brano con batteria acustica), che anima anche il ritornello un pochino lagnosetto. Ricche dinamiche e assoli gagliardi promuovono il brano.
Mi è piaciuto anche il prog Metal melodico di “Earthquake”, con un bel ritornello e quelle fughe gemelle di chitarre e tastiera suonate con una naturalezza che ci fa dimenticare di quanto sia difficile eseguirle all’unisono.
C’è un problema tecnico che affligge tutto il disco, ovvero la presenza diffusa di fastidiosi glitch, piccoli buchi sonori, come se saltasse la puntina, che ho riscontrato sia sui file che ho ricevuto sia sui brani ascoltabili online.
Rimaniamo relativamente massicci anche su “Trough The Fire”, oramai assuefatti alla voce tremebonda di Maxime, che fa quasi tenerezza nel tentare un approccio più aggressivo, mentre la band suona gagliarda le sue montagne russe di note. Un brano più riflessivo e dilatato è la ballata “Fear Or Faith”, graziata anche da una bella esecuzione vocale che si fa forza con accattivanti armonizzazioni.
“Air Breeze Of Appearance” (occhio che sulle piattaforme streaming il titolo è scritto sbagliato!) spiazza per le trascinati strofe mononota quasi new wave, e ci propone una bella scrittura fatta di riff sincopati, aperture melodiche e una bella coda strumentale jazzata.
Intro da ballad pianistica per “Still Waters Run Deep”, pronta a gonfiarsi nell’ormai consueto carosello di fraseggi segmentati e assoli vicendevoli di chitarra e tastiera, riccamente incorniciati da arrangiamenti molto partecipati dalla sezione ritmica. Chiude il disco la strumentale “What They Do In The Shadows“, che presenta la band al proprio meglio (ehm… senza la voce) in un’alternanza di atmosfere che spaziano dall’organetto da giostra a massicce fughe metalliche, con la solida batteria di Omar al comando.
Purtroppo la versione del disco che ho ricevuto include anche una cover agghiacciante di “Carry On My Wayward Son” costruita su una base midi, con una batteria finta terrificante (probabilmente pure il basso) e con la voce intonata forzatamente utilizzando la mappatura grossolanamente programmata per riprodurne la melodia, con un effetto talmente brutale che a confronto Sferaebbasta sembra Frank Sinatra. Certo, chitarre e tastiere sono ben eseguite, ma converrete con me che una versione così spudoratamente irriguardosa lasci serie perplessità in merito all’intelligenza e sensibilità musicale dei suoi perpetratori, rischiando di squalificare tutto quanto di buono proposto finora. Ma perché? Che bisogno c’era?
Spero che coi successivi album (se questo è quello dedicato all’elemento terra, me ne aspetto almeno altri tre) potremo ritrovare questi abilissimi musicisti in una versione decisamente più a fuoco.
Marcello M
Tracklist:
- 5th Element
- Earthquake
- Through The Fire
- Fear Or Faith?
- Air Breeze Of Appearance
- Still Waters Run Deep
- What They Do In The Shadows
- Carry On My Wayward Son (Kansas cover)
- Anno: 2025
- Etichetta: Wanikiya Records
- Genere: Progressive Rock/Metal
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