I veneti Harvest sono un gruppo giovane, formato appena nel 2023, ma composto da musicisti sulla quarantina, di sicuro non alla propria prima esperienza musicale. Immagino sia quindi con una punta di nostalgia che il quintetto abbia fatto convergere il proprio suono verso il doom europeo di metà anni novanta, dai gruppi della scuderia Peaceville, fino ai Katatonia. Come spesso accade in questi casi, questa operazione “regressiva” trasforma ciò che era avanguardia in retrovia, tradendo i germogli di creatività pionieristica dei modelli originali in favore di stilemi che, trent’anni dopo, sono talmente collaudati da suonare stantii, se non innervati di nuova linfa vitale.
Se a questo aggiungiamo la sensazione, purtroppo perdurante sulla quasi totalità di questi trentasei minuti, di una tendenza a “fare il meno possibile” da parte dei vari musicisti, rimaniamo un poco perplessi, chiedendoci se questo minimalismo sia intenzionale o meno. Nel primo caso, a mio avviso manca quella capacità di generare tensione (musicale ed emotiva) sufficiente a giustificare tale scelta e renderla coinvolgente, nel secondo, viene da chiedersi se i limiti siano stati di capacità o di tempo, come se la fretta di arrivare al debutto fosse stata cattiva consigliera.
Nel solco della tradizione, l’album apre con un arpeggio di bicordi su due posizioni fisse, che verranno confermate per l’intera durata del brano (quasi sette minuti…), nella più canonica delle progressioni I/VI. Il cantato di Roberto, che da quanto ho capito non è più parte della band, purtroppo non ha il carisma necessario a legittimare le approssimazioni di intonazione e la”pigrizia” compositiva. Svolge il compito di enunciare le litanie di solitudine e disperazione con sobrietà e quasi con cautela, mantenendo la bella e ovattata atmosfera scura e sonnacchiosa del brano senza lasciare un solco indelebile nelle nostre orecchie. Insomma, “Born Alone” non pare la migliore delle aperture, anche per via di una indolente batteria e di chitarre soliste poco passionali. Per molti versi possiamo fare un discorso analogo per la leggermente più strutturata “Floating Leaves”, che ricordiamo quasi esclusivamente per il suono di violino inserito nei riff, in una canzone collosa che prova a rendersi riconoscibile con qualche passaggio accattivante che pare preludere a una svolta memorabile, ma ci lascia con l’appetito: un altro pezzo che la mena a lungo ma non eiacula mai.
Per “In Shape Of Best”, sarà anche per il bel titolo scelto, le cose migliorano un poco, col gruppo che mette sul tavolo idee melodiche che, per quanto approssimativamente poste in opera, restano in mente. Dopo la consueta sezione rarefatta centrale, sostenuta dal basso essenziale di Elisa, il brano si trascina stancamente verso il finale senza scossoni, sciogliendosi direttamente nell’atmosferica e strumentale “Remembrance”, breve intermezzo verso la seconda terzina di brani.
“Hunter Of Souls” alza la testa con chitarre più aggressive, incedendo come un grosso lucertolone privo di predatori naturali e proponendo un coro di “oooooh” finali talmente stonacchiati da inficiarne l’effetto.
L’omogeneità sonora si reitera con “Shinig Moon”, che predilige un cantato più melodico e sinuoso che sa di dark wave. Il giochino dello svuotare il pezzo per poi ricostruirlo piano piano a partire da un arpeggio viene riproposto per l’ennesima volta, con risultati che si avvicinano ai primi Anathema (e non è poco).
Il saluto finale è lasciato a “The Path Of Life”, una ballad sconsolata in cui la voce che tenta di raggiungere le profondità dell’animo (e della propria estensione) con alterni successi.
Il disco si conclude e, anche se è il quinto ascolto, mi rendo conto di averne trattenuto veramente poco. Resta un album con un’identità definita e coerente, monocromatico, esplicito nelle proprie intenzioni stilistiche.
Marcello M
Tracklist:
- Born Alone
- Floating Leaves
- In Shape Of Beast
- Remembrance
- Hunter Of Souls
- Shining Moon
- The Path Of Life
- Anno: 2025
- Etichetta: Octopus Rising/Argonauta Records
- Genere: Doom gothic Metal
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