Vacua è una giovane realtà che rilancia il black Metal sobrio e minimale sulla scena romana, proponendosi come un interessante ponte tra passato e contemporaneità. Se da un lato infatti è esplicita la derivazione rispetto a tutte quelle band che infiammarono anche l’Italia negli anni novanta, per quanto gli stilemi compositivi e armonici vengano riproposti filologicamente, senza troppa preoccupazione in materia di originalità, è immediatamente evidente che siamo di fronte a qualcosa di ontologicamente diverso, nuovo, contemporaneo. Non saprei come spiegarmi meglio, ma… si sente che questi blackster hanno gli smartphone. E non sono qui a fare il vecchio oltranzista del “sistavamenglioquandosistavapeggio”: a me questo disco non è dispiaciuto affatto! Certo, l’omogeneità delle composizioni non fa gridare al miracolo e ci si trova con grande facilità a scoprirsi distratti o sbadiglianti durante questi trentasette minuti, ma si sente qualcosa di genuino, di emotivamente vero in queste canzoni.
Ad esempio “Falce Dei Reietti”, il brano di apertura, col suo riff epico e malinconico: magari lo avremo già sentito in altri dischi, ma la sua efficacia resta immutata, acquisendo inoltre il potere evocativo di chiamare a sé le memorie emozionali del nostro repertorio, rinverdendone il fuoco e fungendo da macchina del tempo. Abbiamo così un brano bellissimo, semplice, accessibile, “pop” nel miglior senso della parola. Efficace. Il cantato in italiano aumenta questo effetto empatico con l’ascoltatore, anche se non ho potuto non notare una (per me) fastidiosa discrepanza tra gli accenti delle parole italiane e quelli della musica, con scelte prosodiche decisamente infelici, sillabazioni zoppe e quell’effetto “Max Pezzali” sul finale, in cui arriva “il momentò del banchettò”…
Dato che al giorno d’oggi contano più delle composizioni stesse, mi soffermerei un attimo a parlare del suono e dell’immaginario grafico dei Vacua. La produzione è a cavallo tra scelte lo-fi e una intelligibilità sufficientemente mainstream da smorzare tutte le componenti di “fastidio” sonoro, addomesticando i blast beat e le distorsioni, lasciando prevalere lo sferragliare del charleston (un tinnire di sistri incessanti) e le melodie austere dei riff. La voce purtroppo si ripete nello stesso berciare su tutti i brani, perdendo presto la propria efficacia e capacità di ammaliare, incuriosire o spaventare. Dal punto di vista delle immagini, mi ha colpito ancora una volta la convivenza di aspetti contemporanei organicamente integrati nell’antica (obsoleta?) architettura black: le foto di gruppo, rigorosamente in bianco e nero (con filtri “effetto rovinato” di Instagram?), mostrano la band incappucciata in un paesaggio silvano spoglio e invernale, in cui la neve, rara e sciolta, è un potente simbolo che, da solo, ci dice più di quanto io possa scrivere in questa recensione. Il cantante è l’unico che mostra il viso, con un taglio “blackpster”, un leggero corpse paint e il merch in bella vista. I riferimenti estetici (anche linguistici) sono arcaici, come nella curiosa, sbilanciata copertina, che ci mostra, dietro i colli, il tramonto di un piccolo sole in lacrime. Davanti ai suoi (e, specularmente, ai nostri) occhi abbiamo questa scena: da un lato la città in fiamme, deserta, con le sue mura, che la determinano rispetto al resto del mondo, a contenerne il rogo, tra la curiosità giudicante di due corvi che ne sorvegliano la porta; dall’altro una figura femminile nuda (la “Mater” del titolo?) che si allontana verso la selva, guardando con sprezzo l’urbe e iniziando una metamorfosi botanica che pare alludere alla sua nuova identità e destinazione. Mi ha colpito anche la quantità di immagini fotografiche allegate al press kit, in cui viene documentato un live della band, dando grande spazio agli spettatori, offrendoci un prezioso spaccato del proprio pubblico: giovani! Ragazzi e ragazze. Non giovanissimi teenager, ma neppure quei residuati bellici di nostalgici fuori tempo massimo che solitamente presenziano (da trent’anni e più) ai concerti Metal.
Tornando al disco, la bellicosa cavalcata di “Dies Funeris Terrae” crocifigge gli uomini alle proprie responsabilità in occasione dell’apocalisse, con efficaci rallentamenti e svuotamenti. C’è una vena che non saprei definire, nel suono dei Vacua, che conferisce una digeribilità particolare al loro assalto sonoro, come se una piccola percentuale di DNA dark wave avesse contaminato il ceppo black originario. In “Dissolto” abbiamo, ad esempio, un approccio dalla scanzonata leggerezza che, sciacquata dall’oscurità, potrebbe non essere molto distante da certo “indie”. Il riffing nervoso e “moderno” di “Agorafobia” devia la navigazione verso acque meno scure, che mi hanno ricordato i Satyricon più sbarazzini. Un “Intermezzo” che lascia il tempo che trova, ci separa dagli ultimi tre brani del disco. “Rantoli Nel Buio” contiene pure un assolo melodico a sottolineare la ballabilità di questo modo di essere oscuri senza sembrare pericolosi. Intensa la traduzione musicale di una sorta di suicidio rituale in “Trasmigrazione”, un brano intimisticamente epico, in un sorprendente quanto improbabile mix tra Fiaba (!) e Katatonia. L’interpretazione vocale è forse l’elemento che impedisce a questi brani di assurgere ad uno status identitario necessario e sufficiente a ritagliarsi uno spazio nell’immaginario di noi ascoltatori, che restiamo affascinati, ma non rapiti. Chiude il disco “Aura Glaciale” con le sue secche schitarrate di sapore hardcore punk melodico ad aggiungere l’ennesimo elemento di contaminazione capace di rendere appetibile al pubblico generalista il black, senza dover passare per le tastiere, i suoni patinati o altri escamotage cosmetici. Mi sembra una mossa indovinata.
Marcello M
Tracklist:
- Falce dei Reietti
- Dies Funeris Terrae
- Dissolto
- Agoraphobia
- Interlude
- Rantoli Nel Buio
- Trasmigrazione
- Aura Glaciale
- Anno: 2025
- Etichetta: Hidden Marly Production
- Genere: Black Metal
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