Nati nel 2020 gli Swarm Chain arrivano al debutto su lunga distanza già nel 2022 e tornano nel finire del 2025 con il loro secondo lavoro, “Cernussos” che si presenta con un concept piuttosto intrigante: le reazioni di un uomo primitivo di fronte alle forze naturali. A legare maggiormente il senso di “concept album” il fatto che code e intro dei singoli brani suggeriscono una continuità dell’esperienza.
Peculiarità della formazione è avere due vocalist titolari, uno dedito ad un ottimo growl, tecnico ma espressivo e che non disdegna incursioni nello scream, e uno dedito ad un cantato clean di impostazione classic metal, con un approccio efficace e misurato.
Il dialogo tra queste due anime vocali diventa punto di forza nel gioco di arrangiamenti in un songwriting in cui spicca il gusto melodico e la capacità di risultare immediati e stratificati allo stesso tempo.
Il genere di riferimento vorrebbe essere un doom/death con rimandi ad atmosfere gotiche ma, a mio avviso, gli Swarm Chain sono riusciti a trascendere i propri riferimenti, elaborando una proposta piuttosto personale ed atipica in cui ho trovato soluzioni compositivo/espressive che vanno dal black metal al brutal (immagino già che stiano saltando sulla sedia a leggere questo accostamento).

Apre la title track “Cernussos” con un riff stratificato dove ad un tema di chitarra in strumming che evoca atmosfere e soluzioni depressive black metal risponde un giro in power chords enfatico e solenne, poi ripreso ed armonizzato dalla prima chitarra. L’ingresso della voce in growl segna una rarefazione del tema melodico affidato ad un giro di chitarra ultrarallentato giocato sulle corde gravi che si sofferma sulle note di passaggio creando un forte senso di sospensione drammatica. Progressivamente ritorna in arpeggiato il tema prima esposto in strumming sulle note alte riportandoci al gioco di armonizzazioni tra le due voci. Ben condotta dal growl, che alterna la chiusura delle frasi con un vibrato gutturale ad aperture in uno scream maligno, la traccia prosegue nell’alternanza di queste due interpretazioni del tema principale fino ad un’apertura che, al primo ascolto risulta sorprendente, per poi dimostrarsi un marchio di fabbrica degli Swarm Chain. La traccia si apre infatti in un mid tempo arioso atto a sostenere una linea vocale pulita impostata su linee classic metal equilibrate e di gusto. Qui fa capolino una delle soluzioni compositive ricorrenti degli Swarm Chain: l’introduzione di una cesura rallentata con palm muting stoppato inframmezzato da pause che mi ha fatto pensare al brutal. Eppure già in questa soluzione riescono ad intessere delle finezze, aprendo la coda degli stoppati con uno strumming di chitarra o “liberando” la corda del basso dal mute.

A seguire “The Storm Within” che presenta un incipit vagamente industrial sorretto da un drone sulle corde alte in strumming che evolve in un mid tempo in bilico tra groove metal e djent, per lasciare spazio ad un’apertura eterea dove le clean vocals dipanano una ballad epica e sognante.
Il ritorno alla sezione groove vede le vocals declinate su un growl molto profondo che lavora sul prolungare i finali in una sorta di vibrato gutturale e apre su uno scream davvero lancinante ma molto tecnico.
Il ritorno sulla sezione “ballad” vede le chitarre gonfiarsi con giri solenni di power chords commentati da un arpeggio ricorsivo. La struttura della traccia gioca sull’alternanza tra queste due sezioni, lavorando di arrangiamenti sulle aperture, introducendo anche growl e scream là dove erano prima le clean vocals. Da notare qui la misurata rarefazione della parte strumentale per lasciare spazio ai registri vocali più aggressivi.
Una generosa sezione di chitarra solista, le cui linee sono davvero ben concepite, fa da cornice alla ripresa del modulo duale su cui è costruita la canzone. Dapprima la solista si libra pienamente mentre la strumentale sviluppa in senso melodico l’impronta groove metal filtrata con un gusto progressive settantiano. Poi, dopo aver lasciato spazio alla strofa ballad, declina un tema in twin guitars armonizzate ottimamente sorrette dalla sezione ritmica che riprende il “groove settantiano” visto poco prima. La chiusura infine ripropone l’imperativo mid tempo groove/djent.

Introdotta da un bell’arpeggio in clean arricchito di delay caratterizzato da una costruzione raffinata, “Earth’s Silent Secret” sfocia in un black metal a la Moonsorrow. Il cuore della traccia però è il solenne low tempo dominato dall’alternanza tra le clean vocals che si dispiegano epiche e il growl ferale. Tornano le soluzioni ritmiche “stoppate” già viste nella traccia d’apertura utilizzate come cesure drammatiche tra le sezioni in cui, progressivamente, si arrangiano i temi esposti. Il riff d’apertura ritorna ospitando le clean vocals e incorporando in maniera strutturata il breakdown stoppato, mentre il mid tempo viene occupato pienamente dal growl. A sua volta la ripresa dell’arpeggio d’apertura diventa l’occasione per una rarefazione veramente indovinata che, unitamente alle linee vocali in growl, dà il via alla costruzione della conclusione in cui intervengono diverse stratificazioni di temi melodici, anche armonizzati, che evolvono con naturalezza in un conciso contributo di solista vera e propria.
La snellezza con cui trascorrono gli oltre sette minuti della traccia, costruita con pochi elementi perfettamente dosati e resi interessanti da arrangiamenti sapienti, dimostra una capacità di scrittura notevole da parte degli Swarm Chain, sia a livello di riffing, sempre efficace e misurato, che di songwriting.

Se in apertura troviamo un metal classico ed epico, venato di Doom per quanto a certi passaggi settantiani, mi ha sorpreso trovare la strofa di “The Shaman” abitata da una rilettura decadente di certe sonorità dei The Cult più “elettrici”  e dominata da un growl ferale ed autorevole che modula senza sforzo nello scream. Così come, con la stessa naturalezza, svengono introdotte in questa sezione, che assume contorni in bilico tra depressive black metal e dark wave, contributi di twin guitars sognanti e malinconiche. Assolutamente godibile l’anticipo del secondo tema che ci porta su un mid-up tempo liberatorio su cui si stagliano le sempre efficaci linee vocali in clean. Sezione che un po’ mi ha ricordato il goth metal dei Moonspell. A differenza delle tracce precedenti, in cui la composizione si giocava sulle conferme dei temi esposti, seppure filtrate da arrangiamenti e rimodulazioni, troviamo qui l’inserimento di un “tema divergente”, una rarefazione caratterizzata da un arpeggio in ostinato ritmicamente incalzante che crea una tensione amplificata dall’utilizzo di un sound design decisamente cinematico. Tensione ritmica poi riletta dalle linee di working bass al limite della fusion contrapposte ad uno strumming “galoppante”.

Conclude degnamente il lotto di canzoni “Sacred Ember” con il suo inizio in cui si espone un tema arpeggiato che trova la sua pienezza con lo sviluppo di un controcanto melodico di solista disteso ed epico. Emotivamente deflagrante la rilettura seguente in cui, a sostegno del tema arpeggiato si dispiega un solenne riff in power chords su cui si staglia un growl riflessivo e sofferto. La traduzione in strumming del tema principale, con una modulazione discendente che ne aumenta il carattere malinconico, innesca il contrappunto ritmico, grazie al cambio di passo del basso che diventa pulsante e incalzante. L’ingresso delle clean vocals vede un ulteriore rallentamento e rarefazione, secondo uno schema piuttosto caro al black metal atmosferico. Qui ovviamente declinato in chiave del tutto personale e “fuori canone”. Colpisce in questa traccia la sovrapposizione alle linee di growl di un tema vocale in clean che si dispiega in lontananza. Sovrapposizione che a seguire diventa dialogo e contrappunto tra le due linee vocali che interpretano le stesse linee di testo.

I contributi di chitarra solista tornano a far sentire il loro peso, sia in senso stretto che in termini di costruzione di linee melodiche armonizzate. Quello che è l’assolo vero e proprio assume toni prog metal grazie alla contrapposizione metrica tra gli arditi fraseggi e le accelerazioni in sweep picking e il rarefatto sincopato della sezione ritmica e della seconda chitarra.

Insomma, un ottimo lavoro questo degli Swarm Chain che si dimostrano, oltre che tecnicamente ineccepibili, musicisti capaci di inquadrare temi melodici dalla forte presa emotiva in strutture immediate ma vivificate da una sagace cura del dettaglio.

 

Samaang Ruinees

 

Tracklist:

  1. Cernussos
  2. The Storm Within
  3. Earth’s Silent Secret
  4. The Shaman
  5. Sacred Ember

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Underground Symphony
  • Genere: Melodic Doom Death Metal

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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