Tutto iniziò nel 2004 grazie all’Up The Irons Group, un collettivo di promoter storici della Campania (in particolare della provincia di Caserta). L’agenzia decise di dare vita a un festival che potesse competere, per attitudine e qualità, con i grandi eventi del Nord.
Nacque così l’S-Hammer Metal Fest (la “S” stava proprio per South). Tra il 2004 e il 2007 vennero organizzate quattro edizioni leggendarie per l’underground locale, capaci di portare in provincia di Caserta colossi del calibro di Sodom, Destruction, Entombed, Vader, Belphegor, Anathema e i nostrani Death SS e Sadist. Nonostante il grande successo di pubblico e l’entusiasmo della comunità, a causa di difficoltà logistiche e della complessità di sostenere eventi simili sul territorio, il festival entrò in una lunghissima fase di ibernazione.
Fino all’anno scorso, quando l’Up The Irons Group annuncia il ritorno ufficiale dell’evento, ribattezzato Southammer Metal Fest.
La grande svolta è la scelta della location con l’idea di portare il metal estremo (Black, Death, Thrash) direttamente sulla spiaggia, a due passi dal mare, unendo l’atmosfera estiva alla violenza sonora dei concerti: l’area attrezzata del Flava Beach si presenta come una vera e propria oasi di colori e intrattenimento a ridosso della macchia mediterranea, diventata celebre a livello nazionale per aver ospitato anche grandi manifestazioni.
E allora vediamo com’è andata.
Nel fine settimana da bollino rossissimo (previsti 40 gradi in tutta Italia), la combo Marroni-Faenzi fa la valigia e si appresta a scendere al Sud per la seconda tappa del tour estivo di Italia di Metallo al seguito dei festival che il nostro bel paese ci mette a disposizione.
Questa è la volta del Southammer Metal Fest di Castel Volturno in provincia di Caserta.
Come di consueto non potevamo non approfittare del weekend lungo ed il turista che è in noi ne ha approfittato per fare una piccola gita nei dintorni.
Non ci siamo fatti mancare una visita alla famigerata Reggia di Caserta, un tour di Caserta Vecchia (se riuscite ad arrivarci, strade permettendo, questo borgo medievale è stupendo), l’Acquedotto Carolino e l’Anfiteatro Campano a Santa Maria Capua a Vetere (tappa imperdibile, peccato poco nota).
Veniamo al dunque, sabato 27 giugno alle ore 9.15 circa eravamo i primi a parcheggiare nel piazzola antistante il Flava Beach per poterci godere appieno la giornata.
Non rimane inosservato l’imponente palco che svetta dalla sabbia (una cattedrale nel deserto a parer mio, anche perchè nei dintorni… il nulla). La location è da ‘effetto Wow’ innegabile.
Noleggiati ombrelloni e sdraio ci rilassiamo e ci godiamo la prima fila che ci è stata assegnata mentre gli organizzatori sono in fermento per gli ultimi preparativi.
Dalla spiaggia si odono gli inconfondibili suoni del soundcheck, ci siamo quasi.
L’apertura dei cancelli è prevista per le ore 12 e, puntuali, infatti assistiamo all’arrivo del popolo metal richiamato da questa occasione imperdibile.
Pass Press consegnati (come ne sono orgogliosa, mi sento una privilegiata), ed in effetti con quel ‘nastrino’ al collo non passiamo inosservati.
Gli stand del food e del merchandising sono operativi, che abbia inizio la kermesse musicale!
Il caldo non scoraggia nessuno (o quasi), io faccio la spola tra l’area concerti e la battigia dove, all’ombra del mio fedele ombrellone, mi godo il passaggio di numerosi fedeli che, tra una bestemmia e l’altra (la sabbia scura è roventissima), vengono a resuscitarsi in mare per rinfrescarsi e ricaricare le batterie per ributtarsi nella pista.
(Francesca Faenzi)
Sì, ma la musica?
10 gruppi, 10 concerti, 10 ore: iniziamo!
Disaster Plan
L’onere ma anche l’onore di aprire il Festival va ai Disaster Plan che si presentano carichissimi sotto la canicola delle 14.
Originari di Pozzuoli, giocano in casa i sei musicisti. La loro musica fonde metal, hardcore e rap, dando vita a un sound crossover caratterizzato da riff pesanti, ritmi aggressivi e parti vocali che alternano canto e rap, forti della presenza dei due cantanti Sirius e Luca che dominano il palco con carisma, trascinando il rumoroso pubblico che non si risparmia nemmeno il primo pogo della giornata. I testi affrontano temi sociali e politici con particolare attenzione alle difficoltà del territorio, alle disuguaglianze, alla critica del potere e al disagio vissuto nelle periferie. La band si presenta come un progetto che vuole raccontare la realtà dei Campi Flegrei attraverso la musica, trasformando rabbia e denuncia in un linguaggio diretto.
Primi applausi meritati per una delle performance più significative della giornata.
Al loro stand mi dedico anche ad un piccola intervista che presto troverete su queste pagine.
Neurasty
É la volta dei Neurasty è una band italiana (Napoli/Roma) che si muove nel territorio del metal moderno, con una miscela piuttosto personale di Groove, Melodic Death, Thrash e qualche vena progressive. La formazione vede: Viviana Schirone alla voce, Gabriele Vellucci alla chitarra e voce, Silvio Assaiante al basso e David Folchitto alla batteria.
L’esordio del 2024 ‘Identity Collapse‘ c’era piaciuto, mentre dal vivo la complessità della struttura dei brani risulta un po’ ostica; preso atto della valida prova esecutiva rimane quella sensazione neutrale che né entusiasma, né annoia. Da rivedere la combo vocale (clean quella di Viviana, graffiante quella di Gabriele) oltre al miscelone di generi che compongono la loro proposta musicale. Li aspettiamo, consapevoli che la crescita di un gruppo passa anche da queste esperienze.
Vanguard
Sono da poco passate le 15 ed è la volta del primo gruppo straniero della giornata: dalla Repubblica Ceca arrivano i Vanguard, la cui presenza scenica è garantita dal gigantesco cantante Tomáš Kačer che non si risparmia coinvolgendo il sempre più presente pubblico.
Autori di un EP e due LP sono attivi ormai da più di dieci anni; formazione classica con due chitarre che macinano riff su riff nella migliore tradizione del Melodic Death, nella mezz’ora scarsa a loro riservata riescono a trascinare sotto il palco anche chi non li aveva mai sentiti; d’altronde aver suonato in giro per tutta Europa ha fatto acquisire alla band quel pizzico di esperienza in più che si vede tutta. Una buona prestazione, niente di memorabile ma escono tra gli applausi e questo è più che sufficiente.
Node
Veloce cambio palco e velocissimo soundcheck (un plauso ai tecnici per una resa sonora incredibile durata tutto il Festival) per i veterani Node, più di 30 anni di carriera con una miriade di cambi di formazione, dischi e concerti: per gli smemorati è doveroso ricordare la loro partecipazione al Gods Of Metal del 2002 ed alla prima edizione del S-Hammer Metal Fest. Guidata da Gary D’Eramo, unico membro fondatore, la formazione lombarda propone un Technical Death che nel corso del tempo si è trasformato in Melodic Death Metal. Sulla loro esibizione mi sento di replicare quanto osservato per i Vanguard, o meglio ancora, parafrasando le osservazioni fatte in sede di recensione dell’ultimo disco, si sente che questo è il live di una band che lavora, che si impegna e butta dentro di tutto, ma a mio avviso il risultato finale non riesce a rispecchiare tanto sforzo, a condensarlo in composizioni killer; è difficile esprimere cosa non funzioni in una band che suoni così bene e, per certi versi, così ricercato ma i Node lasciano il palco tra gli applausi ed un retrogusto amaro.
Game Over
16.40: è l’ora del Thrash Metal, quello ‘puro’ senza contaminazioni e compromessi, il Thrash dei Game Over! Visti e apprezzati qualche giorno fa al Ferrara Summer Festival, rappresentano una delle nuove e migliori espressioni del Metal tricolore; l’esibizione al Southammer conferma lo stato di grazia di questi cinque scatenati artisti che riempiono la mezz’ora a loro disposizione con musica che non cerca di reinventare nulla, ma prende il meglio del Thrash Metal degli anni d’oro e lo suona con una freschezza, un’energia e una precisione tecnica micidiali; ogni canzone nasce per essere suonata dal vivo, dove la band esprime al massimo la sua potenza. I Game Over chiudono alla grande la prima parte del Festival, promettendo un nuovo disco per settembre!
The Spirit
Parliamo ora di uno dei motivi per cui non mi sarei perso il Southammer per niente al mondo: The Spirit arrivano da Saarbrücken e dal 2015 si sono ritagliati uno spazio molto riconoscibile nella scena Extreme europea grazie a un sound che incrocia Black e Death Metal con una forte impronta melodica e atmosferica. Fin dagli esordi hanno puntato su una scrittura compatta ma elaborata, capace di tenere insieme ferocia, precisione e una dimensione quasi cosmica dell’oscurità. Li seguo dall’esordio di ‘Sounds From The Vortex‘, riff serrati, strutture dinamiche, una forte tensione espressiva e un uso delle atmosfere che non alleggerisce mai l’impatto ma lo amplifica. Uniscono brutalità e controllo, istinto e architettura ed è proprio questa combinazione a rendere i The Spirit efficaci anche dal vivo: non una semplice scarica di aggressione, ma un’esibizione che vive di contrasti, precisione e coinvolgimento con un suono che sa essere duro e insieme sorprendentemente evocativo. Canzoni lunghe, musica da ascoltare, eseguita con una ferocia controllata meravigliosa. Mi sono posizionato sotto il palco per non perdermi nemmeno una nota e penso di aver avuto per tre quarti d’ora una espressione felicemente inebetita di fronte alla prova del batterista Manuel Steitz e del cantante e chitarrista Matthias Trautes che sono ufficialmente i due unici membri del gruppo. In sede live si fanno accompagnare dai turnisti Stanley Robertson (chitarra) e Kevin Schautzer (basso).
Per me i migliori in assoluto.
Fimbul Winter
Le pause tra un set e l’altro servono essenzialmente per cercare un po’ di ombra e per dissetarsi; il tempo di fare due chiacchiere con vecchi e nuovi amici e giunge il momento della recente creatura Fimbul Winter, in realtà composta per tre/quarti da ex membri dei primissimi Amon Amarth. La genesi del progetto è quasi casuale: tutto è partito dalla voglia di Niko Kaukinen di eseguire, durante la festa per i suoi cinquant’anni, la demo del 1994 degli Amon Amarth intitolata proprio ‘The Arrival of the Fimbul Winter‘, registrazione che lui stesso aveva contribuito a incidere oltre trent’anni fa. Fredrik Andersson si è offerto di imbracciare la chitarra poi è arrivato Anders Biazzi e quella serata tra amici ha acceso qualcosa di più grande. Da quell’incontro spontaneo è nata la volontà di creare musica nuova che catturasse davvero lo spirito della scena svedese delle origini, onorandone le radici senza rinunciare a una energia tutta contemporanea. Il suono è Melodic Death Metal di matrice svedese, pesante e atmosferico, con qualcosa di profondamente familiare per chiunque conosca i primi dischi degli Amon Amarth. Purtroppo l’effetto di tutto troppo già sentito ammorba l’atmosfera e per quanto le esecuzioni risultino impeccabili e pulitissime, le canzoni scorrono abbastanza anonime; ammetto di essere uno dei pochi che non apprezza completamente la performance degli svedesi, che lasciano il palco tra il tripudio del pubblico.
Hellripper
Il cielo si colora di arancione, il sole sta calando dietro il palco e lo scenario del Flava Beach si ammanta di magia, di quella atmosfera di passaggio tra il giorno e la notte dove il tempo sembra rallentare e il mondo cambia senza fare rumore.
Momento migliore per ‘the next big thing‘ del Metal internazionale non potrebbe esserci: James McBain è il ‘Deus Ex Machina’ degli Hellripper, il suo progetto solista di Black/Speed/Thrash. L’importanza del progetto Hellripper nel panorama internazionale dell’Heavy Metal contemporaneo ha due aspetti fondamentali: il primo è quello della continuità stilistica di cui si fa carico, in un momento in cui il metal estremo tende a frammentarsi in sotto-sub-generi sempre più autoreferenziali; McBain pratica una forma di sintesi che recupera la linfa vitale degli anni Ottanta senza ridursi alla nostalgia o alla replica. Il secondo è quello della forza che legittima l’approccio solitario: gli Hellripper dimostrano che un progetto one-man-band non è necessariamente sinonimo di incompiutezza o di limitazione ma può essere la condizione ideale per chi ha un’idea musicale esatta e nessuna intenzione di mediare.
Dal vivo si fa aiutare dal batterista Max Southall, dal bassista Andy Milburn e dal chitarrista Jack Batcharj regalando 50 minuti di pura adrenalina, creando tra il palco ed il pubblico una bomba emotiva. Sono sicuro che lo vedremo presto come headliner nei maggiori festival mondiali, sarà uno dei nomi che sostituirà le vecchie glorie nei prossimi anni.
The Haunted
La notte scende su Castel Volturno ed è la volta dei The Haunted, autori di 10 album dal 1998 ad oggi, una istituzione nel Melodic Death Metal: sono una delle formazioni più significative emerse dalla Svezia nella seconda metà degli anni Novanta, capaci di ridefinire in modo sostanziale il confine tra Thrash Metal e Death Metal in un momento storico in cui entrambi i generi attraversavano profonde trasformazioni. Nati dalle ceneri dei At the Gates i The Haunted hanno attraversato un’epoca, tra fine anni Novanta e inizio Duemila, in cui il Nu-metal e le sue derivazioni dominavano le classifiche e parte della critica. La loro discografia ha mantenuto vivo un certo tipo di Metal in maniera ‘resiliente’, come va di moda affermare ora.
E lo show al Southammer, abbracciando praticamente tutta la loro discografia, è la testimonianza che le mode o le tendenze di questi trent’anni non hanno scalfito l’attitudine di questa band che è molto più seminale di quanto si possa immaginare.
Sono le 22,15, tempo di bere l’ultima birra e finalmente il palco viene allestito per gli headliner.
Decapitated
Batteria immensa che domina il palco, colonne di led sullo sfondo, giochi di luci, ghiaccio secco sul palco insomma l’atmosfera è quella giusta. La band di Wacław Kiełtyka è stata fondamentale nella creazione di un certo Death Metal tecnico soprattutto nei primi anni e secondo me ha sempre raccolto meno di quanto avrebbe meritato. Inoltre con il nuovo recente avvicendamento alla voce, Eemeli Bodde al posto di Rafał Piotrowski, hanno acquistato in carisma e qualità vocali. Ma il vero talento indiscusso è quello del chitarrista Kieltyka con il suo modo di suonare riconoscibile per la combinazione di riff sincopati, palm muting estremamente controllato, uso frequente di tempi dispari e una notevole pulizia tecnica anche a velocità elevate. Il mix di Death Metal, Groove e Thrash contribuisce a definire il suono dei Decapitated e quando partono ‘Earth Scar‘, ‘Just A Cigarette‘ e ‘Kill The Cult‘ il Flava Beach è una bolgia infernale di pogo e circle pit. Impressionante la sessione ritmica con Paweł Pasek al basso e James Stewart dietro la batteria.
Una prova maestosa che suggella una giornata memorabile.
Sono le 23,59 ed in perfetto orario si spengono le luci del palco e si chiude l’edizione 2026 del Southammer Metal Fest.
(Filippo Marroni)
Ricapitolando.
Encomiabile la voglia di colmare un gap storico rispetto agli eventi del Nord Italia, anche perchè organizzare un evento di questo spessore al Sud comporta costi più alti, dai trasporti alla logistica con il rischio che il pubblico locale non garantisca numeri sufficienti per coprire l’investimento.
Credo e spero che quest’anno sia andata benissimo, la risposta in termini di presenze è stata notevole e lo spettacolo artistico offerto è stato di assoluto livello.
Promossa a pieni voti la location: un connubio di mare e musica che è combinazione rara se non unica nel panorama internazionale.
Le nostra aspettative sono state ampiamente soddisfatte ed il voto all’experience è molto alto: birra al costo di € 5,00 direi ottimo, un po’ scarso l’assortimento di cibo (due soli stand, uno con ottimi panini farciti di mozzarella e verdure e l’altro con assortimento di falafel) ma d’altronde eravamo all’interno di uno stabilimento balneare con ristorante in funzione.
Grazie Southammer, ci vediamo presto.
(Francesca Faenzi)
