A distanza di 7 anni (‘Myndbreyting’EP) ritorna il Melodic Death/Black/Grindcore dei cremaschi Spleen Flipper con l’album Through The Ashes Of Mankind in autoproduzione. 

Sono sufficienti quasi 30 minuti di rabbia viscerale per tornare in cattedra partendo dalle radici dell’Hardcore verso le molteplici influenze estreme che compongono il loro sound.

Il quintetto composto da Topper (Voce), Catta (Chitarra), Katta (Chitarra), Nico (Basso) e Charlie (Batteria) costruisce questo album proprio sull’approccio aggressivo riuscendo a lasciar coesistere la brutalità del Death/Thrash con certe atmosfere più oscure. Un viaggio introspettivo nella constatazione della deriva della società contemporanea.

Dopo l’introduzione dalle dinamiche risonanti di “Restless” deflagra con estrema violenza “Betrayal and Martyrdom” dove le influenze black si integrano perfettamente nel sound degli Spleen Flipper dimostrando sin da subito una rinnovata maturità artistica. 

“The Cold” porta invece un bagaglio più thrash/death dove il dinamismo ritmico costituisce il valore aggiunto grazie anche ad una prova di spessore di Charlie dietro le pelli ed una produzione sonora che rende ampio merito alla band (Frank Altare presso gli Orion Studio). Su “Endless Pain” emergono dei barlumi di quel melodic core insito nelle radici del sound degli Spleen Flipper ma è il thrash che la caratterizza anche con soluzioni tecniche interessanti; la breve durata  non ne compromette la profondità e la longevità negli ascolti. “Time has Come” continua a portare in seno il germe delle maggiori influenze stilistiche riassumibile in Death Melodic Core, dove i break e le sezioni dritte culminano in risvolti melodici stavolta più immediati. La parte centrale dell’album presenta una certa uniformità strutturale dettata anche dall’assalto frontale e dalla volontà di non accettare compromessi; questa urgenza espressiva finisce un po’ per sacrificare in parte le dinamiche e la varietà compositiva. Esempi lampanti sono “Can You Call This Life?” con le sue sfuriate death/grind  e “Burden” dove si materializza il decadimento dell’umanità dopo l’apocalittica introduzione di “Echoes of a Dying Wold”. “Black Drape” non aggiunge niente al canovaccio di questo Through the Ashes of Mankind ma rimane fulgida e frontale. “Throat Cut” allo stesso modo, in una sferzata di poco più di 1 minuto vomita in faccia tutta la rabbia degli Spleen Flipper. L’album giunge alla conclusione e la band cremasca osa qualcosa in più con “Let It Flow”; l’incipit acustico composto lascia il posto ad una muscolarità crescente che si va componendo col suo riffing quadrato e malevolo, anche l’impronta melodica è marziale e catartica per una degna chiusura.

Pur non ricercando l’avanguardia Through the Ashes of Mankind fa della sua granitica quadratura strutturale il proprio baluardo. Forti di un’identità forgiata nel corso di oltre due decenni, i musicisti cremonesi bandiscono il superfluo e le divagazioni stilistiche, puntando unicamente sulla massimizzazione di una formula letale e ormai collaudata. Un autentico distillato di ferocia pura, a dimostrazione di come non sia necessario rivoluzionare i canoni del genere quando li si padroneggia con una carica così travolgente.

 

Four Arms

 

Tracklist:

  1. Restless
  2. Betrayal and Martyrdom
  3. The Cold
  4. Endless Pain
  5. Time has Come
  6. Can You Call This Life?
  7. Echoes of a Dying World
  8. Burden
  9. Black Drape
  10. Throat Cut
  11. Let It Flow

 

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Autoprodotto
  • Genere: Death Melodic Core

 

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