Nato nel 2021 una costola della band doom/death Veil Of Conspirancy, il progetto Svart Vinter focalizza la propria proposta sul black norvegese anni 90 e rilascia nel 2022 il primo lavoro “Mist”. Il loro manifesto stilistico implica una riflessione sulle aspre sonorità del black metal, in cui intendono infondere maggiore profondità emotiva.
Come mio solito leggo le note del press-kit dopo essermi fatto una mia opinione e, al netto dello sproloquio che segue, mi trovo concorde con quanto letto (e brutalmente riassunto poco sopra).
Quello che mi ha colpito fin dal primissimo ascolto degli Svart Vinter è la ricchezza del suono di chitarra, gonfio di distorsione grossa e molto vecchia scuola, quasi dal gusto doom, sempre in bilico sull’innesco del feedback. Per capire quello che intendo si ascoltino i power chords che introducono a “Torment”. L’uso di una doppia linea di chitarra e del reverbero contribuiscono a creare un muro di suono ricco e stratificato, che si contrappone dialetticamente ad un songwriting orientato a strutture piuttosto minimaliste che prediligono porre il focus sull’impatto atmosferico ed emotivo, approccio alla scrittura favorito dallo spiccato gusto per la melodia e all’arrangiamento dei temi dimostrato dagli Svart Vinter. La traccia di apertura, giocata sull’arrangiamento di una linea arpeggiata di chitarra e su un accompagnamento ritmico a “tre stanze”, sembra seguire uno schema compositivo caro a certo black metal minimalista, giocando sull’interpretazione del tema principale sull’alternanza di mid tempo, prima marziale e poi sorretto da un tappeto di doppia cassa, e up tempo in skank beat rapidissimi. Eppure, l’articolazione a due chitarre del riffing, che declina la linea melodica di sostegno all’arpeggio iniziale su power chords prima e tremolo picking poi, lavorando quindi anche sulle frequenze delle parti di chitarra per mantenerle sempre presenti in relazione alla maggiore intensità del drumming, regala una profondità ed una ricchezza capaci non solo di creare un’aura sonora generalmente affidata a droni di sinth, ma a definire una tessitura ricca e complessa al riffing.
L’impostazione compositiva centrata sul minimalismo si conferma con la seguente “Frozen Tomb”, aperta da un arpeggio dilatato che si propaga con il suo riverbero come bruma su una distesa di ghiaccio. Le punteggiature solenni della sezione ritmica e della seconda chitarra evocano la comparsa di figure che si stagliano nel vento polare, introducendoci ad un mid tempo marziale sorretto da una rilettura più asciutta dell’arpeggio iniziale, un ostinato terzinato che evoca un incedere faticoso quanto deciso. L’esplosione in blast beat, a sorreggere lo sviluppo di una linea melodica dilatata in tremolo picking che regala un senso di sospensione. Con una struttura estremamente semplice (A-B-C-B-C-A-C) i tre temi riescono a costruire un estremo coinvolgimento emotivo ed immaginifico, grazie, oltre che al lavoro di costruzione di un dialogo di “rivolti melodici” del riffing, all’inteso ed evocativo screaming, peraltro graziato da un’ineccepibile tecnica esecutiva.
Con “Isvind” comincia a formarsi nella mia mente la sensazione che gli Svart Vinter stiano vestendo di shoegaze strutture black minimaliste. L’impianto compositivo mantiene ed accentua la simmetria imperfetta delle precedenti, l’arpeggio introduttivo chiude la composizione e sorregge gli up tempo in skank beat mentre la seconda chitarra lo reinterpreta ed armonizza con uno strumming che evoca certi passaggi dei Dimmu Borgir pre-orchestrazioni sinfoniche. Le sezioni in doppia cassa tornano a proporre la soluzione di una contro-melodia in tremolo picking portando ad un climax che esalta la rarefazione centrale. Mentre si fa notare nell’intro un ingresso più “raffinato” di basso e batteria nel commentare l’arpeggio, è nelle sezioni up tempo che l’amalgama delle chitarre torna a suggerirmi una formula inedita, mutuando dal linguaggio architettonico, per spiegare la sensazione che mi trasmette la musica degli Svart Vinter: “minimalismo barocco”. All’austera definizione della struttura, equivalente alla sobria solidità del Romanico, si infonde una spumeggiante caotica lavorazione delle chitarre.
Si rimescolano un po’ le carte con “Ritual”, che parte con un assalto di skank beat sovrastato da un’etera linea melodica. Il mid tempo che ne segue propone un riffing in bilico tra Dimmu Borgir e Behemoth. Le due sezioni si ripetono vivificate dall’introduzione dello sviluppo della linea melodica nelle sezioni up tempo e di una sezione di chitarra solista nella ripresa del mid tempo che porta alla conclusione. In questa apparente semplicità gli Svart Vinter introducono un elemento indecifrabile, come fosse una risposta al rituale (appunto) che stanno conducendo. Fate caso nelle sezioni in up tempo a quel suono che monta sotto il lavoro delle chitarre: potrebbe essere una seconda voce o un riverbero controllato delle main vocals. O, forse, la struttura stessa della realtà che comincia a cedere.
Se non fosse così gelido, il riff di apertura di “Abyss” sarebbe riconducibile al southern rock (o al desert rock). Riff che contiene in sé i movimenti melodici essenziali ben sviluppati nella sezione in blast che ne segue. In continuità con la precedente, il mid tempo riprende brevemente quel riffing di vago sapore Dimmu Borgir, offrendone però una interessante rilettura con l’ingresso della doppia cassa. Un tassello alla volta gli Svart Vinter sembrano volere infondere maggiore complessità alle composizioni, giocando da un lato con un maggior contrasto armonico/melodico tra le varie sezioni, dall’altro concedendo un maggiore sviluppo alla costruzione delle linee melodiche. Al gioco di contrazione/rarefazione (up tempo/mid tempo) affidato alla sezione ritmica si affianca un gioco di tensione/distensione (mid tempo/up tempo) affidato per contrasto alle chitarre.
Conferma di questo processo di progressivo e centellinato arricchimento viene dalla successiva “Where The Sahdows Lie”. Giocata sull’alternanza di low tempo, in cui il drumming gioca sul ritardo delle cadenze sul rullante, e up tempo in cui le chitarre introducono brevi licks di chiusura alle sezioni in strumming, risolve nel finale in un mid tempo (poi ispessito dall’ingresso della doppia cassa) che coniuga uno strumming in downstroking a licks in tremolo picking dal sapore quasi death.
Con la sua intro rarefatta e sognante, in cui un arpeggio pulito assume una pulsione ritmica grazie al delay, “My Last Winter” sembra voler confermare quanto visto finora, inserendo in una griglia collaudata una diversa sfumatura negli arrangiamenti del tema melodico esposto nell’incipit: la pulsazione del delay si propaga in maniera subdola attraverso le diverse stanze ritmiche. Nel suo sviluppo in mid tempo il riffing in strumming assume lo stesso timing del delay iniziale, mentre nelle sezioni up tempo, mentre le chitarre si spostano su un tremolo picking ad estrarre la linea melodica, si torna ad applicare a queste il delay che entra in risonanza con lo skank beat della batteria, creando un inusuale effetto pumping. Effetto generalmente associato a certe produzioni da dancefloor. Il drop prima della sezione finale (mutuo provocatoriamente un termine electrodance) invece ci sorprende con accompagnamento sul rullante in ghost notes ed accenni solistici dal sapore prog a cesellare la ripresa dell’arpeggio in clean. Si confermano peraltro gli arrangiamenti a due voci nel riffing in strumming e una costruzione più organica delle linee melodiche affidate al tremolo picking.
In “Of Cold And Grief” gli Svart Vinter prediligono un ingresso più robusto, affidato ad una solenne doppia cassa prima e ad un veloce skank beat. La rarefazione in low tempo giunge presto, lasciando spazio al marchio di fabbrica dei nostri: un arpeggio distorto arioso ed evanescente impreziosito da sottili armonizzazioni della seconda chitarra. Si impongono in questa traccia le metriche delle vocals che creano lo spazio necessario per esprimere al meglio la forza drammatica e narrativa dello scream. Dal punto di vista del songwriting la situazione di fa interessante nella sezione conclusiva dove vengono proposte due nuove sezioni in cui la melodia portante viene “rivolta” aumentando il senso di sospensione.
Il sigillo finale all’opera viene posto da “Beneath The Night’s Cold Glaze” dove si respira profumo di Dimmu Borgir e suggestioni dei primissimi Samael, almeno per quanto riguarda il mid tempo marziale giocato su due differenti riff che si alternano senza soluzione di continuità, al netto di una breve rarefazione, per tutta la durata della composizione. L’incedere è sorretto da misurate variazioni del drumming fino all’inevitabile ingresso della doppia cassa nella sezione finale.
In conclusione, questo lavoro degli Svart Vinter è una godibilissima immersione in un black metal che tocca le corde dell’emozione e dell’immaginazione, tanto da raggiungere a tratti una spiccata valenza “cinematografica”. Risultato raggiunto dall’impeccabile prestazione tanto del reparto strumentale quanto del vocalist, peraltro supportata da efficaci scelte di produzione. Forse il basso meriterebbe un po’ più di risalto ma è un discorso forse da fare in prospettiva e che sposterebbe equilibri compositivi qui ben chiaramente delineati.
Nonostante il chiarissimo riferimento a strutture impostate su un minimalismo che punta ad una trance ossessiva, la musica degli Svart Vinter tradisce una ricercatezza dissimulata perseguita da musicisti esperti.
Samaang Ruinees
Tracklist:
- Torment
- Frozen Tomb
- Isvind
- Ritual
- Abyss
- Where The Shadows Lie
- My Last Winter
- Of Cold And Grief
- Beneath The Night’s Cold Gaze
- Anno: 2025
- Etichetta: Non Serviam Records
- Genere: Atmospheric Black Metal
Links:
