Il quarto album de L’Impero Delle Ombre, la band di “cemetary rock” dei fratelli Cardellino, è, nel bene e nel male, esattamente quello che ci saremmo aspettati: una piccola raccolta di canzoni che pescano nei temi   della produzione letteraria e cinematografica più oscura e disturbante (per quanto mainstream) e nelle radici musicali di band che in passato hanno già affrontato gli stessi argomenti. Notiamo un irrobustimento dei suoni, verso una matrice più heavy e meno settantiana, forse dovuta ai nuovi innesti nella sezione ritmica, che conferisce una piacevole compattezza metallica ai nuovi brani. Per facilitare l’immaginazione dell’ascoltatore, il gruppo fa sovente uso di introduzioni ambientali, effetti sonori o audiodocumenti di repertorio, che confermano il taglio cinematografico descrittivo degli autori.

Prima di passare alla musica vorrei fare un piccolo appunto sui testi, che tanta importanza e rilevanza hanno nella definizione e percezione del genere proposto. Va detto subito che, per via degli argomenti trattati, sono indubbiamente suggestivi, ma a conti fatti non è che siano propriamente belli: decisamente rari i guizzi di creatività o le pennellate di eleganza, poco coinvolgimento emotivo, non abbiamo né un crudo verismo né un’appassionata confessione; i versi si susseguono (alcuni più infelici di altri…) come una cronaca che sembra interessata esclusivamente all’esposizione dei fatti, senza altre velleità. Se a questo aggiungiamo che il cantato di Giovanni John Goldfinch Cardellino non è particolarmente carismatico e neppure tecnicamente superpreciso, troviamo proprio nel cuore identitario del gruppo i suoi aspetti di minore forza e impatto.

Ma John in questo momento è un raccontatore di storie, e io adoro le canzoni che raccontano una storia, quindi ha tutta la mia attenzione.

La funerea traccia di apertura “Il Mio Ultimo Viaggio” è a mio avviso il brano meno riuscito dell’intero disco, che trascina per più di otto minuti quelli che sono due soli temi musicali (tra l’atro pure piuttosto inflazionati), che rimandano immediatamente ai nomi storici del Doom Metal (sia i californiani del simpatico fumatore di maria, sia gli svedesi del bassista vichingo). La nenia vocale racconta il distacco dal corpo in occasione del decesso, mentre l’effetto requiem è amplificato da un tetro organo, ad opera di Davide Cristofoli, (sostituito da poche settimane dal nuovo tastierista Lele Laghi), che si rivelerà di fondamentale importanza nell’economia del disco.

E infatti è proprio il suono tastieristico di clavicembalo e flauto (finti, come del resto i suoni di batteria) a fare da bella introduzione alla traccia “Zulphus Et Mercurius”, brano il cui testo sembra scritto da un quindicenne in fotta dopo essersi sparato un video su YouTube con un titolo tipo “l’alchimia spiegata in dieci minuti facile facile” per quanto esplicitamente didascalico. Ecco, diciamo che, per il tema trattato, mi sarei aspettato un po’ più di allusività. La composizione però ti prende, grazie ad un incedere seducente e ipnotico, ben condito e gradevole nei suoi rimandi.

La passione per il cinema viene espressa, su questo album, dal tributo a Blade Runner di “Lacrime Nella Pioggia”, che coniuga un bel riff vintage, doppiato da quello che credo sia un sax, una strofa serrata e filastroccata, un coro “oooh”, un solo di Andrea Cardellino intriso di wha wha, mixati in una maniera credibile, sicuramente migliore rispetto al testo, leggermente forzato.

Un brano che invece mi ha convinto appieno è la lovecraftiana “Dagon”: dopo un’intro dal sapore piratesco, naufraghiamo assieme al protagonista partecipi del suo sgomento, perfettamente espresso dall’incalzare delle strofe, di grande potenza evocativa, in cui Giovanni offre la miglior performance del disco, con un’interpretazione veramente sentita. Il tetro salmodiare che ripete il nome della divinità contribuisce a generare un’atmosfera di tensione, espansa nella seconda metà del brano in una sezione strumentale in cui è il violino a farsi narratore.

Il sempre intrigante topos della vecchia strega di paese viene proposto in “Macara”, ma devo riconoscere che altre band hanno affrontato questa figura con risultati ben più interessanti. Certo è però che le preghiere apotropaiche recitate dai vecchi fanno sempre un certo effetto, regalando alla canzone quel qualcosina di coinvolgente che altrimenti ci avrebbe fatto notare solo un cantato un poco sbilenco, un riff calcato sul ponte di “Mirror Mirror” dei Candlemass e un inserto powerthrash con assolo, forse un pochino gratuito.

Un grido apre “La Taverna Del Diavolo”, che ha probabilmente il testo che ho trovato più traballante, anche se racconta di un luogo realmente esperito dall’autore, indubbiamente particolare e inquietante.

Il mio bassotto Priscilla si è messo ad abbaiare dal divano appena ha sentito i versi di gatto che fanno da intro a “Il Gatto Nero”, che riprende il noto racconto di Poe in un massiccio brano che prova a riprodurre il vorticoso tormento dell’ebbro uxoricida.

La traccia conclusiva è dedicata, fin dal titolo, al “Circolo Spiritico Navona 2000” (da non confondere col “Cerchio Firenze 77”, che è tutt’altra storia) che, sotto la guida del famoso medium Fulvio Rendhell, fu più di mezzo secolo fa il cuore pulsante della scena occultistica romana e non solo. Musicalmente abbiamo un risultato solenne, in cui l’intimismo struggente iniziale si carica di orchestrazioni fino a un gran pienone metallico, prima di sciogliersi in una coda ricca di pathos, con un contributo vocale originale dello stesso venerando Rendhell.

Ma quindi? È un disco scadente?

Niente affatto!

Se sono stato critico su alcuni aspetti che semplicemente si discostano dalle mie personali malinconie, è solo perché è proprio verso chi sentiamo più prossimo a noi, alla nostra sensibilità, che dedichiamo maggiore attenzione. Ed è proprio con chi ci sentiamo più vicini che siamo più esigenti. Personalmente mi ritrovo molto nel retroterra musicale e culturale dei fratelli Cardellino e trovo il fatto che L’Impero Delle Ombre esista, sia qualcosa di prezioso. 

Tutte e otto le tracce di “Oscurità”, potranno anche non essere perfette o impeccabili come scrittura, ma sono immediatamente riconoscibili e facilmente assimilabili fin dal primo ascolto, proprio perché scalfiscono la superficie del consueto andando a stimolare le corde del nostro sentire più profondo e insondato. 

Auguro al gruppo di continuare, con la propria personalità e identità, a raccontarci tante altre belle canzoni, che ascolteremo con malcelato piacere come bambini spaventati sotto le coperte.

 

Marcello M

 

Tracklist:

  1. Il Mio Ultimo Viaggio
  2. Zulphus Et Mercurius
  3. Lacrime Nella Pioggia
  4. Dagon
  5. Macara
  6. La Taverna Del Diavolo
  7. Il Gatto Nero
  8. Circolo Spiritico Navona 2000

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Black Widow Records
  • Genere: Doom Metal

 

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