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Una iconica formella del portone della basilica di San Zeno, scelta come copertina, ci parla della orgogliosa veronesità dei Kryuhm, una band dedita ad un Metal dalle marcate tinte occult doom che, pur avendo superato il quarto di secolo di attività, arriva al secondo disco solo con questo nuovo “Demoni”.

Rimanendo nell’ambito grafico, notiamo subito, oltre ad un “logo” improponibile, una minimale sobrietà (sembra una foto scattata col cellulare durante una passeggiata notturna) che effettivamente ritroviamo anche in ambito sonoro. L’impatto del disco è infatti molto scarno, asciutto, finanche sterile, con un’impietosa batteria dai suoni campionati (quei piattacci…) a sottrarre organicità e calore ad un suono che immagino vorrebbe trascinarci in un coinvolgente viaggio di esplorazione del concetto stesso di “demone”. Strumenti ben spaziati e isolati ci fanno percepire chiaramente tutto quello che succede, lasciando spazio sia ai sintetizzatori dalle sonorità vintage di Giampi Tomezzoli, sia all’istrionica ed enfatica voce del leader Daniele Laurenti (che preferiamo di gran lunga nei brani cantati in italiano), i cui sprazzi interpretativi sono spesso lasciati nudi e crudi.

Apre il disco una suggestiva retroversione di un famoso e ambivalente pensiero di Eraclito a cui segue la suggestiva narrazione dei versi di “Ogni Verbo È Diceria”, ponendoci subito in un’atmosfera di inquieta tensione e invitandoci ad aprire porte percettive solitamente socchiuse.

Sul primo brano vero e proprio, “Inside The Mirror” (ma c’è un errore di editing proprio prima dell’inizio della strofa?) prendiamo confidenza con l’incedere cadenzato e quadrato della band, con una lugubre tastiera ad effetto organo su cui si staglia la voce graffiante e stridente di Laurenti, che se la cava meglio con gli acuti che con la pronuncia. L’approccio è tradizionalmente Heavy e si traduce in massicci palm-muting e cadenze collaudate, più che su riff veloci o invenzioni ritmiche. Anche gli assoli rudimentali di Andrea Fracca, non privi di un certo fascino naïf, contribuiscono fortemente alla sensazione di vetustà boomer degli arrangiamenti, che incasellano perfettamente il gruppo in una nicchia di immediata riconoscibilità, anche anagrafica.

Anche sulla più coinvolgente “La Casa Tra I Rovi” non abbiamo riff memorabili o grandi melodie vocali, ma siamo rapiti dell’invito appassionato del cantante ad entrare e ci troviamo come coinvolti in un girotondo stregonesco di grande potenza evocativa. Quando poi entra in gioco come ospite, su un’improvvisa e imprevedibile variazione terzinata, uno strumento a fiato (non so quale) che traccia pennellate di un colore inatteso, capiamo che questi volponi veneti hanno più frecce al proprio arco di quanto non dessero ad intendere, lasciandoci ammaliati a seguire la prosecuzione del racconto, declamato con foga dickinsoniana. Il brano evolve con dinamiche piacevolissimamente obsolete, evocandomi una sorta di versione rallentata e semplificata dei Mercyful Fate.

Ma a proposito del rimanere spiazzati, ecco con “Silente” il primo di due brani (l’altro è “Samhain”) che mi sento di poter accomunare in virtù di quella che credo essere la stessa interprete vocale (Wanita Bayagan?), una professionista che non lascia certo indifferenti: sopra a tappeti musicali tastieristici in verità piuttosto generici, abbiamo due performance che vi faranno gelare il sangue! E non mi riferisco tanto all’”ave satani” rovesciato alla fine della seconda delle due tracce, ma alla bravura e all’intensità dell’interprete, che infonde inossidabile credibilità a ciò che, altrimenti, avrebbe rischiato il grottesco o il patetico. I miei complimenti più sentiti.

Fatte le dovute proporzioni, ho apprezzato anche lo “scherzo” del telefono che suona su “Welcome To My Hell” (sì, ho cercato di rispondere…), una canzone dinamicamente ciondolante che propone versi in inglese, francese, italiano e latino, con un ritornello che è una litania circolare. C’è un piglio stranamente sensuale e seventies, ma rivestito di metallo, che regala al pezzo un’identità non banale. Anche se armonicamente povero, il risultato è più efficace della somma dei suoi componenti, proprio come la band stessa, che di fatto non utilizza nessun elemento particolarmente pregiato, non scrive riff o fraseggi epocali e riutilizza tante componenti preassemblate, eppure riesce a sfornare qualcosa dotato di nuova identità, con alcune piccole gemme che paiono spuntare come per generazione spontanea.

Ci si tuffa nelle leggende locali con “El Ceson Di Carpanea”, il campanile sommerso che suona ancora, celebrato in una canzone che non si discosta molto dalle intelaiature precedenti, e che grazie agli arrangiamenti lineari ed efficaci del giovane batterista Tino Fracca (figlio di Andrea?) conferma le scelte stilistiche del gruppo, tra ritmiche compatte, sospensioni drammatiche e una narrazione che si spalma sulle chitarre rocciose, per una composizione sufficientemente varia da reggere dignitosamente i propri otto minuti doom.

Quasi teatrale “I’m Not A Monster”, ugualmente lunga ma più pomposa, a tratti epica, con la voce di Daniele che si divide tra verticalizzazioni intense e un’interpretazione recitativa accesa e densa. Il riff catacombale di “The Night”, con l’organo liturgico che ne accompagna l’introduzione, prelude ad una canzone più tirata e dinamica rispetto alle altre, vicina a certi Portrait, inanellata di riff e ingolosita da una spolverata di zucchero a velo vetero Metal.

Trovo che la qualità del disco stia più nell’atmosfera generale di tesa oscurità conturbante, che nell’abilità di scrittura, ma ne risulta comunque un album con una identità forte e precisa.

Mi resta la perplessità in merito al fatto che i momenti più interessanti e belli del disco siano da attribuire a ospiti esterni, lasciandomi dubbioso sull’effettivo valore del gruppo. Un po’ come dire che la parte più buona del mio pranzo da Mc Donalds erano le lasagne della nonna che mi sono portato da casa. Ma l’intelligenza musicale e la sensibilità di una band forse si vedono anche nella consapevolezza dei propri limiti e dalla capacità di individuare i talenti migliori necessari ad accendere sinergicamente il proprio.

 

Marcello M

 

Tracklist:

  1. Ogni Verbo È Diceria
  2. Inside The Mirror
  3. La Casa Tra I Rovi
  4. Silente
  5. Welcome To My Hell
  6. El Ceson Di Carpanea
  7. Samhain
  8. I’m Not A Monster
  9. The Night

 

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Black Widow records
  • Genere: Occult Heavy Metal

 

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