Debuttano da Roma questi musicisti non più di primo pelo, desiderosi di cimentarsi nell’affollato campetto da gioco delimitato da Black Sabbath, Type O Negative, Danzig, Cathedral e tutta quella cerchia di band che ha declinato in tutti i modi possibili un suono scuro e pesante ma pur sempre digeribile che, reiterazione dopo reiterazione, si è calcificato in veri e propri cliché di genere, rendendo sempre più difficile spiccare con una voce veramente originale ed interessante.

E in questa palude di riff spugnosamente catramosi, rannuvolamenti fumosi a bassa quota, assoli lisergici, calma bradipale, eterno crepuscolo e muffe letali, gli Aganoor (che prendono a prestito il nome di una grande poetessa italiana morta male più di un secolo fa) sembrano perdersi loro stessi per primi. Sicuramente a proprio agio in quelle terre brumose in cui la nebbia rende tutto omogeneamente familiare, per quanto indistinto, cercano di fare strada a noi ascoltatori lasciando tracce riconoscibili, prendendo a prestito di volta in volta materiali sonori che sicuramente tutti noi abbiamo già sentito. Del resto si sa: di notte tutti i gatti sono bigi. E, se c’è foschia, vi sfido a distinguerne uno dall’altro.

Così anche il nostro quartetto, capitanato dalla versatile voce di Dan Ghostrider (che come fari nella notte immagino abbia, tra gli altri, Lee Dorrian, Peter Steele e Glenn Danzig) rischia di confondersi nella mischia, riuscendo a catturare un po’ della nostra attenzione solo nei frangenti in cui ripercorrono più esplicitamente le orme dei loro maestri.

Ad esempio, possiamo goderci una “Emerald Lake” in cui, tra morbide pennellate di chitarra, gli Aganoor giocano a nascondino al buio coi Type O Negative, o la più dinamica “Icarus“, che ci proietta piacevolissimamente indietro di qualche decennio, tra le spire di una musicassetta duplicata su cui abbiamo dimenticato di scrivere un nome nell’etichetta, forse uno di quei mix tape randomici registrati dalla radio, in cui si spazia agilmente dal grunge alla coeva scena doom inglese…

Per fortuna il suono d’insieme è molto gradevole, autentico, organico e credibile, rendendo confortevole l’eventuale pisolino sbadiglioso che potrebbe coglierci durante l’ascolto di questi quaranta minuti in cui non succede nulla di brutto, ma anche nulla di particolarmente interessante.

L’impressione è che, da vero gruppo che compone insieme in sala prove, Maelstrom, Drive e Leonov (sic.) abbiano esplorato, per queste loro prime composizioni condivise, un po’ tutte le cose che piacciono loro, proponendoci qualche assaggio misto, in attesa di definire un menù più personale e specifico.

Mi pare di notare che la componente prettamente Metal del suono degli Aganoor sia minoritaria rispetto ad un approccio più gothic rock, che mantiene almeno in parte l’oscurità e la pesantezza, ma non disdegna fughe psichedeliche e divagazioni wave che, per quanto derivative, conferiscono paradossalmente una cifra di originalità.

Il fotomontaggio della copertina, per quanto brutale, ha un suo fascino suggestivo, capace di collocare la band sul mercato anche grazie a consolidati standard estetici, oltre che sonori.

Intravedo nella bruma capacità e personalità musicali che meritano maggiore visibilità e spero che i quattro, magari accendendo qualche candela, riescano a rendersi ancor più riconoscibili e interessanti, osando qualche passo un pochino più coraggioso.

 

Marcello M

 

Tracklist:

  1. Bury My Soul 
  2. Icarus 
  3. Nadir 
  4. Emerald Lake 
  5. Morbid Skin 
  6. Mind Shadowing 

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: My Kingdom Music
  • Genere: Doom Metal/Stoner

 

Link:

FaceBook

Youtube

Instagram

BandCamp

Autore

Vecchia versione del sito (archiviata)