Attivi dal 2010 i Gorrch, un duo vincolato dal più stretto legame di sangue, arrivano nel 2026 al secondo full-lenght, con all’attivo anche due EP a segnare il loro percorso lungo i sentieri impervi del black metal.
Ci consegnano un’opera figlia di un’ispirazione lucida, priva di misericordia. Affilata come un bisturi. La loro visione è nitida, come l’artwork che ci consegna l’Uomo avvolto in un sudario, il volto un groviglio brulicante di vermi. I titoli delle sei tracce comunicano un senso di malessere sacrale suggerendo l’atroce contrasto tra animus e corpus.
Il titolo dell’album mi ha rammentato la scolatura delle Catacombe di San Gaudenzio: il drenaggio di liquidi di putrefazione dei cadaveri sottoposti a questa particolare pratica di inumazione seicentesca.
Il coro iniziale di “Nimbus”, in bilico tra canto gregoriano e lo dzo-kay tibetano, ci introduce in questa dimensione cultuale, ma sarebbe un errore pensare alla proposta musicale dei Gorrch come un magmatico ribollire di oscura materia putrescente: la loro visione è chirurgica, nitida nei dettagli, fin già dall’artwork che tratteggia sudario e volto verminoso in estremo dettaglio.
L’impianto compositivo è assimilabile ad un raw black devoto alle volocità più estreme. I blast beat sono incessanti e inumani, tanto da rammentarmi i Tristwood nonostante l’estrema distanza che li separa. Aspetto che mi ha travolto è il riffing di chitarra che riesce a tradurre quella sensazione di maelstrom caotico tipico delle distorsioni zanzarose old-school che, grazie ad uno strumming aperto e selvaggio, costruiscono tessiture risonanti grazie agli armonici della distorsione.
Ma questo i Gorrch lo fanno con un suono nitido e definito: sono gli accordi dissonanti che utilizzano a creare questa tessitura risonante.
Tutta la produzione è infatti nitida e definita, ed attesta una ricerca (e il conseguimento) consapevole di quel gorgo oscuro che distingue il black metal dalle altre correnti del metal estremo.
La lavorazione del riffing è estremamente accurata e riesce ad evocare tanto atmosfere industrial quanto il black melodico svedese, per quanto la ricerca della melodia non sia certamente il segno distintivo dei Gorrch. Piuttosto tendono a cercare progressioni al limite della dodecafonia, o indugiano sulle cadenze obbligate per poi negarle aprendo un altro percorso di sviluppo armonico. Per certi aspetti mi hanno ricordato la ricerca dei Deathspell Omega, per quanto (lo segno come un punto a favore), i Gorrch evitano l’essere troppo cerebrali, dimostrandosi piuttosto alla ricerca di un sound distintivo ed espressivo. Le vocals dal canto loro sono devote al quello yell rasposo e gracchiante , mixato appena indietro rispetto agli strumenti, tipico dell’ondata di black metal cantato in madrelingua. Che io personalmente adoro.
Dal punto di vista della costruzione ritmica del riff è interessante come riescano ad imporre dei controtempi in levare al blast tellurico sottostante definendo una sorta di poliritmo che, abbinato alla progressione di accordi aperti e ribatutti, definisce un tema che, pur seguendo progressioni cromatiche, assume il ruolo di “tema melodico”.
Il riff portante di “Vorago” ne è il perfetto esempio. Il songwriting si avvale di strutture immediate quanto efficaci e riserva un gioco di contrappunto tra riff serrati e sospesi che rende l’ascolto particolarmente godibile. Si senta sempre in “Vorago” l’apertura al limite del viking seminale dei Bathory che si traduce in un ostinato in tremolo picking sorretto da un tappeto di doppia cassa e rullante con cadenze rarefatte, offrendo sostegno prima ad un coro rituale e poi ad un anthem in yell veramente coinvolgente. Una semplice progressione, spostamento per terze, di questo pattern ossessivo e ripetuto con insistenza quasi industrial riesce infine a creare un senso di tensione e di ascesa che ci conduce al triplo rintocco finale.
“Larv” apre con una versione dissonante del volo del calabrone, evocando il brulicare di vermi inquieti. Torna il gioco di contrappunto rispetto al battere incessante del drummer, questa volta proponendo delle accentazioni ancora più bizzarre e rarefatte, che in qualche modo mi ricordano certe colonne sonore di Hitchcock ma anche l’horror grottesco dei Carach Angren. In questa traccia si impone poi il movimento introdotto dall’arpeggio che segna il rallentamento in media res: un ostinato caratterizzato da una ritmica in 7/4 che risolve ogni due battute ed ha un vago gusto da “opera rock”, per quanto asservito ad un’atmosfera di tensione e disagio. Credo sia il caso di soffermarsi su questo trattamento ritmico che trasforma la più abusata delle sequenze cromatiche ascendenti in un momento di graditissima estasi. Il coro di monaci oscuri si riaffaccia nel finale a marcare la sacralità della decomposizione.
In “Crypt” sembra emergere un tributo al black metal sinfonico e dinamico, caratterizzato più dalla solennità degli Emperor che dall’enfasi cinematografica dei Dimmu Borgir. Molto bello il controtema discendente che regala sentori di avantgarde dodecafonico/dissonanti. Torna, come a marcare un senso di “concept album” il coro di voci gravi che definisce una sorta di drone in contrappunto con il riff sospeso e dilatato giocato dal tremolo picking che esegue rarefatte transizioni a disegnare un ampio arco a-melodico. Nel finale di traccia si intraprende una progressione più articolata la cui direzione imprevedibile non può che condurre ad una chiusura secca e senza fronzoli.
“Angor” segue il tracciato del minimalismo black, impostato sul classico riffing in cui lo strumming gioca su cadenze di due note, che poi vanno a risolvere su una terza, ma l’efficacia del sound e del riffing dei Gorrch si legge qui pienamente: gli accordi dissonanti e inusuali rendono interessante anche la ripetizione della stessa posizione per due/quattro battute, e la risoluzione sulla terza nota riserva sempre un’apertura inusuale e sempre melodicamente interessante (nonostante l’accordo in sé risulti dissonante). Ovviamente al canto dei monaci è affidata la conclusione.
“Phlegma” conferma la qualità e i tratti distintivi della proposta dei Gorrch, introducendo prima un breve rallentamento retto da una progressione che ricorda la colonna sonora di “28 giorni dopo” e spostandosi nella sezione centrale in territori che evocano una freddezza marziale teutonica che mi ha fatto balenare il nome dei Rammstein (che ovviamente non c’entrano niente).
Felicissima scoperta questi Gorrch che riescono a portare nei binari del black metal più feroce e minimalista una profondità e una stratificazione dovuta al dinamismo ritmico e armonico delle chitarre, la cui produzione definita fa apprezzare le ardite scelte accordiali.
Dal punto di vista immaginifico la musica dei Gorrch sembra voler disegnare nella mente dell’ascoltatore, con generosità di dettaglio, la dissoluzione dei legami fisici, il cedere dei legami proteici, il banchetto brulicante di piccoli esseri essenziali e striscianti.
Esseri intenti a divorarti i neuroni.
Dal punto di vista emotivo è di una spietatezza estrema e glaciale.
Samaang Ruinees
Tracklist:
- Nimbus
- Vorago
- Larv
- Crypt
- Angor
- Phlegma
- Anno: 2026
- Etichetta: Avantgarde Music
- Genere: Black Metal
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