Nati nel 2015 dalla volontà di Piero Mura e Davide Ambu di portare il metal estremo sardo sulla scena inglese, i Cogas assurgono a loro dimora artistica Londra e qui completano la formazione nel 2018 rilasciando due EP e un full lenght.

Con “Among The Dead – How To Become A Ghost”, loro secondo LP, i Cogas rivolgono lo sguardo alla loro terra natia sviluppando un concept sulla figura di un giovane che subisce “l’inferno da cartolina chiamato Sardegna”.

Interessante il “manifesto” relativo al concept che vi riporto in calce ai miei “appunti d’ascolto” e, altrettanto interessante come si rinnovi in questo senso, dal loro particolare punto di vista di “esuli”, il tema classico del black metal pagano della “perduta età dell’oro”.
Una menzione particolare alle grafiche che riassumono suggestioni horror anni 70 e tradizione: le due megere della copertina evocano “La casa dalle finestre che ridono” (1976, Pupi Avati) e la tradizione tutta sarda della Accabadora mentre sul retro abbiamo una figura femminile che evoca “Tutti i colori del buio” (1972, Sergio Martino), “L’Anticristo” (1974, Alberto De Martino) o “…e tu vivrai nel terrore! L’Aldilà” (1981, Lucio Fulci)

Introdotta da un suggestivo arpeggio di chitarra clean, dapprima sospeso sul suono delle onde del mare e poi sviluppato in un tema melodico dal vago sapore folk, “Dead Reflected” esplode in un robusto blackened death metal che richiama certi stilemi compositivi dei Behemoth “di transizione” (ci sono passaggi che mi hanno rimandato a “Thelema.6”) a strutturare le sezioni mid -tempo, che si contrappongono ad incisi in blast-beat e up tempo debitori di certo black metal svedese, infuso di atmosfere eteree piuttosto che ferali. A rendere più intrigante la composizione la presenza di sezioni più asfittiche che rimandano a certo death di stampo USA, in bilico tra Deicide e Immolation.

Nella successiva “Among the Dead” si riprende il connubio risacca del mare e arpeggio in clean e si confermano le coordinate di blackened death dalle forti componenti epiche e pagane di matrice polacca. Nella sezione centrale i Cogas indulgono in un death più diretto e ferale, a tratti di matrice brutal old-school. Interessante notare il passaggio, mantenendo un blast beat serrato come comune denominatore, ad un riffing di estrazione più chiaramente black metal. Le vocals, unitamente alle melodie che pervadono il riffing, riescono a infondere un senso di epica drammaticità, più che di brutalità, al consistente assalto sonoro proposto e il ritorno in chiusura all’arpeggio iniziale, qui reso più onirico dal delay, risulta il perfetto coronamento.

“Absorption of the Flesh through Self Abuse” conferma la formula compositiva di “contaminazione” tra black e death, separando con maggior chiarezza le due matrici stilistiche. Esordisce con un approccio al black metal che ricorda alla lontana l’impronta del riffing degli Extreme Spite Wing, contrapponendolo efficacemente, senza apparente soluzione di continuità, a sezioni marcatamente death di matrice USA, caratterizzate tanto da un riffing fatto di licks tecnici quanto da un robusto palm muting cadenzato in terzine.
Uno strumming serrato e preciso, che mi ha ricordato certe soluzioni armoniche dei Belphegor, egregiamente arrangiato con un mood alla Behemoth introduce “Autopsy of an Hollow”. Anche qui si conferma la dialettica tra un blackened death “moderno” e un black metal dalle forti tinte epiche e nordiche, tanto da riportare alla memoria i capostipiti Bathory (ovviamente post “Blood Fire Death”). Non mancano gli efficaci inserti più marcatamente death a consolidare la “palette” sonora dei Cogas.

La sintesi tra death e black svedese è perfettamente espressa nell’incipit di “On the Bank of the River Styx” che punteggia di stacchi technical death il riff d’apertura in strumming, serrato e ferale come i migliori Dark Funeral. Colpisce la sintesi tra urgenza asfittica del death metal e la costruzione di atmosfere ultra-terrene tipica del black metal atmosferico, con ampi rimandi ai Mgla. In particolare quando viene risolta, come in questa traccia, nella costruzione di un riffing costruito su palm muting death che risolvono su accordi tipici dello strumming black.
“Charon” ci regala in apertura un’altra incursione negli stilemi del blackened metal polacco, questa volta cito gli Hate tanto per non riferirmi ai loro più noti padrini. La traccia è ottimamente costruita dalla contrapposizione di sezioni costruite su questo canone, con altre di black metal atmosferico, seguendo uno schema compositivo tanto semplice quanto efficace.

Un death metal solenne introduce lo sviluppo di “The Noble Rot” che, dopo uno straniante inserto ai limiti della dark wave elettrica dei the Cult, si inerpica in una serie di “divagazioni stilistiche” giocate su contrapposizioni radicali senza perdere mai di tensione e coerenza. Si passa con assoluta padronanza da un death serrato, che tributa “il tiro” dei Deicide senza perdere di personalità, ad aperture in bilico tra Dimmu Borgir e One Man’s Child, peraltro con un considerevole lavoro di basso in bella evidenza. Ostinato di basso che ci traduce verso la successiva sezione atmospheric black. Nei suoi oltre sei minuti di sviluppo la traccia si impone per la sapiente sintesi di death e black che produce una nuova “variante” del blackened: la struttura del riffing e della composizione sono chiaramente death metal ma le melodie sono pervase di maligna oscurità black.

Conclude il già valido lotto di tracce la bellissima “La Fiamma che Respiro”. La formula compositiva si mantiene salda e coerente, con le frazioni death qui ampiamente contenute a favore di un limpido black metal fatto di strumming eterei che intessono efficaci giri armonici su cui si staglia l’efficacissimo cantato in italiano. L’andamento ritmico è quello classico del black metal di marca italiana, tra accelerazioni in blast beat, sospensioni in doppia cassa e incalzanti up tempo. Solo nel finale vengono riprese le suggestioni death metal, a chiudere in maniera circolare la traccia che riprende anche l’arpeggio in clean dell’inizio.
Anche se quando sento il black cantato in italiano vado in brodo di giuggiole, devo dire che questo brano sembra porsi al di fuori del solco stilistico proposto con le tracce precedenti, percorrendo sentieri più consoni a formazioni quali i Janus (per dirne una).

I Cogas si dimostrano una formazione con le idee chiare e una strategia compositiva solida ed efficace, supportata da una buona tecnica esecutiva, un approccio vocale intenso ed espressivo e un’ottima produzione. Una formazione che, se saprà sublimare i propri riferimenti in una sintesi compiutamente personale, porterà il livello dei prossimi lavori dall’ottimo di questa release al superlativo.

Nel frattempo, non si può che consigliarne l’ascolto.

Samaang Ruinees

 

“Il nostro disco è il drappo nero della morte suicida, mentale e fisica, di centinaia di ragazzi della nostra isola.
Un’isola che tanto ostentiamo come monumento alle nostre virtù, quando in realtà le virtù di cui ci vantiamo non sono altro che parole portate via dal maestrale settembrino. Dunque, dedichiamo questo nostro ultimo opus alle anime che si stanno perdendo a casa nostra, che si sono perse e che si perderanno, colpevoli solo di essere state troppo sensibili per una terra maledetta dal suo stesso fascino. Abbiate il coraggio di rompere le catene che voi stessi avete stretto ai vostri polsi”.

 

Tracklist:

  1. Dead Reflected
  2. Among the Dead
  3. Absorption of the Flesh through Self Abuse
  4. Autopsy of an Hollow
  5. On the Bank of the River Styx
  6. Charon
  7. The Noble Rot
  8. La Fiamma che Respiro

 

  • Etichetta: Autoprodotto
  • Anno: 2025
  • Genere: black/death metal

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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