“La mente è il campo di battaglia. Il suono, la sua guerra.”

Nato nel 2010 da un’idea di Edoardo Boccato (chitarra), il progetto Human rimane fino al 2015 in fase di gestazione solitaria, consolidando e affinando l’intento di “esplorare le frontiere più tecniche e concettuali del death moderno.”
Attraverso vari cambi di formazione gli Human arrivano a fine 2025 con il loro quinto lavoro, in cui a Boccato si affiancano Zeno Zucchelli al basso, Giovanni “Joshua” De Paola alla chitarra e Francesco “Oxe” Sita alla voce.
Vale la pena citare tutti perché sono musicisti di gran valore tecnico, dalle prestazioni impeccabili, soprattutto in considerazione della complessità della musica proposta.

Già a partire dall’opener “Lure”, una breve intro strumentale, gli Human mettono le cose in chiaro: se è piuttosto canonico aprire con un arpeggio pulito un platter che si rivelerà un concentrato di death metal brutalmente tecnico, l’interpretazione esecutiva e compositiva di questo canone è del tutto peculiare ed indicativa del carattere di questo gruppo. L’arpeggio in questione, inserito in una texture di industrial ambient, è impreziosito da armonici raffinati, passaggi di accordi e incursioni di basso fretless jazzistiche. L’inevitabile esplosione elettrica, dopo una cavernosa accoglienza in growl che sfuma in pig squeal, è una complessa e compressa micro-suite dominata da una chitarra solista che, traversando tutte le tecniche dello shredding iper tecnico, traccia il suo percorso al di sopra di un ribollire di death ultra tecnico, caratterizzato da linee divergenti e indipendenti della seconda chitarra, del basso e della batteria.

Già questa breve composizione mette in luce le linee guida, che verranno estesameente declinate nelle tracce a seguire, degli Human: a livello di complessità tecnico/esecutiva siamo nei territori proprio di Obscura e Origin ma qui l’orizzonte stilistico non è quello della fusion metal colta introdotta dai sapienti plettri di Satriani o Steve Vai, piuttosto si guarda alle contaminazioni jazzistiche degli Atheist, ma declinate su un versante free-jazz, e un approccio compositivo che rimanda concettualmente alle fughe a tre voci di J.S. Bach o, se vogliamo portarci nella musica moderna, alla sfrenata libertà associativa di Frank Zappa.
E questo l’hai capito nei primi due minuti, direte voi. No.
L’ho capito ascoltando tutte le altre tracce e poi, ricominciando da capo l’ascolto, ho ritrovato “in nuce” esattamente l’impronta essenziale della musica degli Human in questi due minuti. Come nella geometria frattalica dove la parte più minuscola replica la logica costruttiva della vista di insieme.

Senza apparente soluzione di continuità, dopo un respiro di industrial ambient, siamo catapultati nella successiva “Conceptum Abhorrere” che per qualche secondo ci dà conforto con una sfuriata di brutal death compresso e asfittico, in bilico tra Hate Eternal e Cryptopsy per evolvere in un riffing up tempo più aperto che rimanda ai Necrophagist ma che viene subito piegato a logiche di sviluppo divergente delle linee strumentali che mi hanno ricordato gli Electro Quarterstaff. La ripresa di un riffing death più serrato, in alternate picking e doppia cassa in sincrono, sembra consegnarci ai territori magmatici degli Immortal ma è caratterizzato da una metrica in levare, sottolineata dal pulsare del basso, che lo trasforma sottilmente in un poliritmo djent. La sezione centrale è affidata ad una raffinata apertura metal-fusion, il cui andamento dà agio a tutti gli strumenti di concedersi divagazioni e florilegi, a partire dall’assolo di basso, che imprime un tono piuttosto jazzistico che passa il testimone alla solista, come sempre impegnata a tratteggiare una chiara direzione melodica nonostante le numerose svisate tecniche. La batteria e la seconda chitarra non perdono occasione di introdurre varianti ritmiche ad un andamento del tema di supporto che, pur brevemente accennato, rimane impresso sottopelle. Una delle caratteristiche dell’approccio compositivo degli Human mi sembra quello di essere “riff-unfriendly”: i riff non costituiscono l’ossatura dei brani ma il pretesto di una de-strutturazione ragionata e impietosa. Si ascolti il trattamento impresso al riff di ripartenza dopo la sezione centrale, i cui vaghi sentori blackened polacco sono tra-sfigurati dai florilegi divergenti del basso e delle chitarre prima di consegnarci ad una sezione schizoide in cui le due chitarre sviluppano in sweep picking un’isteria che rimanda al grind-jazz-core dei Naked City. Prima di capire cosa stia succedendo vi troverete catapultati in una sezione di chiusura costituita da un malinconico arpeggio e una bizzarra esplosione tecnhical death in stile Necrophagist il cui riffing impazzisce furiosamente in un tremolo-picking dal gusto noise.

Potrei forse tirare in ballo i Nile per l’incipit della successiva “Martyred Bloodlines” ma fin dal principio i tratti costituivi del riffing di riferimento vengono stravolti da inserti con suggestioni voivodiane e l’opera di de-costruzione del songwriting ci catapulta in un caleidoscopio di metal-fusion dalle forti componenti jazzistiche. Gli Human hanno un modo tutto loro di giocare con la giustapposizione tra parti serrate e rarefazioni ariose, con il risultato che sono proprio queste ultime a generare un disperante senso di oppressione. Interessante notare come siano le linee di solista a determinare transizioni a tratti indecifrabili fra i diversi registri.

Un momento di relativa calma mentale viene offerto da “The Ascendent’s Sight” in cui lo sviluppo del riffing concede un terreno più solido con le due sezioni iniziali in cui si alternano un mid tempo caratterizzato da un riff portante in power chords e una sezione di technical death a la Necrophagist più controllato in termini di de-strutturazione. Un secondo blocco in cui si alternano canoni brutal a inserti “fuori tempo” in bilico tra djent e Voivod, ci traghetta in un’inaspettata sezione rarefatta in cui un suggestivo arpeggio in clean offre supporto ad una struggente linea di chitarra solista, che indulge con la sua effettistica a suggestioni ambient.
Con la titletrack “Concetto Transeunte” gli Human sembrano voler omaggiare un certo thrash tecnico e, soprattutto, i migliori Death, offrendoci, al netto di incursioni di free-death-jazz , una serie di riff e licks ricorsivi caratterizzati da un senso di tesa sospensione. L’impulso alla decostruzione risulta qui più misurato e sottile, più conservativo, facilitando per l’ascoltatore anche la comprensione degli inserti più folli e deraglianti (sia in termini ritmici che di arrangiamento delle linee di chitarra e basso). Una traccia in cui emerge una vena “cinematica” e atmosferica degli Human. Relativizzando il concetto al loro approccio, si intende.

La successiva “Chromatic Flow” mi ha fatto venire il sospetto che gli Human abbiano inteso strutturare la tracklist come un unico magma ribollente, in cui i confini tra una traccia e l’altra fossero incerti. L’incipit di questa traccia sembra infatti essere la logica ripresa del fraseggio di chitarra della precedente che si conclude con una nota sospesa. Anche l’andamento ritmico dell’incipit sembra apparentato con l’inizio della precedente.
Mi piacerebbe capire l’ordine cronologico di composizione delle tracce di questo platter perché anche qui, pur mantenendo alta l’asticella della complessità e della finezza di arrangiamenti di ogni singola sezione, è possibile decifrare tre “movimenti” principali e una struttura piuttosto leggibile. Semplificando molto, abbiamo una sezione low tempo, retta da linee a note divergenti giocate tra le due chitarre e il basso, contrapposta ad accelerazioni caratterizzate da un riffing tech-death che risolve su accordi dissonanti a la Voivod, e una sezione sospesa retta da un arpeggio ricorsivo (arrangiato nel suo sviluppo in lick a note) e poi reinterpretato in power chords. Sezione piuttosto estesa peraltro, che lascia ampio spazio ai solismi (curioso come le danze delle sezioni solistiche siano spesso aperte dal basso). Molto funzionale la soluzione di songwriting di mantenerla sostanzialmente fino alla conclusione, arricchita da un crescendo finale e  messa a confronto con uno dei movimenti iniziali.

Quale sarà dunque la linea evolutiva del processo compositivo degli Human? Inasprire ulteriormente il processo di de-strutturazione delle composizioni o concedere un maggior margine di intellegibilità all’ascoltatore?
La successiva “Essence” sembra affidare all’ampia sezione di chitarra solista, posta nel baricentro compositivo della traccia, il ruolo di Virgilio. Un assolo che definisce un tema di apertura e poi si concede uno sviluppo di notevole complessità e durata, una canzone nella canzone, in cui ogni sezione dell’assolo è supportata da un corrispondente sviluppo strumentale. L’introduzione del pezzo è affidata ad un sereno arpeggio in clean, cui corrisponde una sezione di cantato in cui i passaggi tra scream isterico e growl profondo sono sostenuti da una mezza dozzina di frammenti strumentali in continuo mutamento in cui le digressioni “free-jazz” sono forse l’aspetto meno destabilizzante. Come visto in precedenza, dopo la sezione centrale in cui la chitarra solista sviluppa i suoi temi, si recuperano frammenti della sezione d’apertura per chiudere simmetricamente la traccia, arricchendo con un “movimento” del tutto nuovo inteso a far esplodere la ripresa del tema di apertura solista che conclude suggestivamente la composizione.
“Awareness” racchiude nei due minuti e mezzo di durata le principali componenti della matrice Human: linee divergenti di chitarra distribuite sia su low tempo (teoricamente) ariosi che su up tempo technical death, destrutturazioni free-jazz che si rivelano essere una “trasfigurazione colta” degli stop and go thrash/death anni 90, rivolti ritmici che imprimono un andamento “andante” alla composizione (andamento immediatamente negato e stravolto), un’apertura centrale sospesa retta da un arpeggio che si collega armonicamente a quello della traccia precedente (rafforzando l’impressione di trovarci al cospetto di un unicum compositivo).
Arrivato vagamente esausto mentalmente alla conclusiva “Egeria” mi trovo al cospetto di traccia tesissima che rimanda in alcuni frangenti ritmici ai Death (con bpm sotto anabolizzanti) che, impressione forse dovuta alla sua rilettura nel finale in termini di incalzanti archi con andamento techno-trance, si rivela essere l’interpretazione degli Human di una traccia di ambient-cinematico grazie alla reiterazione in ostinato del riffing.

Album a dir poco sorprendente questo degli Human che, pur nell’assoluta anima avantgarde che lo contraddistingue, sembra poggiare le propria fondamenta negli anni 90, raccogliendo e facendo proprie le ricerche divergenti del metal di quegli anni: dal death metal USA più serrato e teso (Morbid angel, Deicide) alle contaminazioni jazz degli Atheist, alla fusion metal di Satriani e Steve Vai, alla psichedelia acida e industriale dei Voivod.
Arrivando ai giorni nostri sicuramente gli sviluppi del death tecnico di Obscura, Origin e Necrophagist hanno avuto una loro influenza nel processo di raffinazione del sound Human, ma anche il math-core-grind dei Cryptopsy e, per certi aspetti, il brutal-slam americano fatto della giustapposizione di riff tecnici e solismi virtuosistici.
Ma il risultato è qualcosa di completamente nuovo e folle, da contrappore forse al post-death degli Ulcerate (che però al confronto sembrano fare shoegaze).
Ascoltando questo lavoro degli Human sembra di essere al cospetto dei percorsi mentali di un alieno che passeggia nel multiverso e prende appunti in scrittura tachigrafica. Altrimenti detta stenografia, ma tachigrafica rende meglio perché l’effetto di questo lavoro vi produrrà una tachicardia mentale. E lo dico con profonda ammirazione.

 

Samaang Ruinees

 

Tracklist:

  1. Lure
  2. Conceptum Abhorrere
  3. Martyred Bloodlines
  4. The Acended’s Sight
  5. ConcettoTranseubte
  6. Chromatic Flow
  7. Essencs
  8. Awareness
  9. Egeria

 

  • Anno: 2025
  • Etichetta: Distorted Pruduction
  • Genere:  Technical Death Metal

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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