“Con un logo del genere… devono essere bravi per forza!”
Se anche voi avete pensato qualcosa di simile, vi rassicuro subito: la qualità musicale dei MenacE è inversamente proporzionale a quella dell’anacronistico emblema, volutamente scelto come a testimoniare la natura underground e urgente del loro ribollente metallo.
I cinque vicentini tornano inattesi, dopo quattordici anni dal precedente “Heavy Lethal”, con una formazione leggermente ritoccata, ma soprattutto con una fotta micidiale, quasi fossero ragazzini al debutto, con ancora tutto da dimostrare.
Il nuovo “Wheel Of Spikes” conferma le coordinate stilistiche di riferimento, portandole semplicemente ad un ulteriore livello di nitidezza, aggressività e maturità: immaginate i Judas Priest di Painkiller posseduti dai Mercyful Fate (e drogati pesantemente di anfetamine e caffeina) e forse vi avvicinerete ad un’idea non troppo distante dal suono della band. Insomma, finalmente un disco di Heavy Metal!
A guidare questa macchina infernale abbiamo il fondatore Dario Vicariotto (anche in forze nei Kryuhm e IV Sigillo), che si occupa di tutte le composizioni, e Roberto Savegnago che, oltre a strillare come un indemoniato, si occupa di tutta la grafica (copertina inclusa) e, soprattutto, di tutto il processo di registrazioni, miraggio e masterizzazione del disco, regalando all’album un suono spettacolare, pulito e vivo, pulsante e ricco di dinamica, con tutto il respiro che il Metal si merita.
Ma sarebbe un errore trascurare il resto della band, dal veterano Luca Capalbo, un eccellente bassista vecchio stampo di grandissima precisione, impatto e agilità, al chitarrista Alessandro Fioraso, indispensabile nel tessere le trame sulfuree delle composizioni, fino al “nuovo” batterista Paolo Veronese, vero valore aggiunto in questo disco, capace di unire il tiro e la pacca che tutti desideriamo ad una palpitante destrezza e un controllo della dinamica che rende le canzoni delle vere bestie viventi.
Un elemento di novità in questo nuovo capitolo del gruppo è l’utilizzo in pressoché tutti i brani di qualche frase in italiano o in latino, che catturano l’attenzione dell’ascoltatore sottolineando i passaggi più coinvolgenti, in un immaginario lirico decisamente luciferino, ricco di inferni e demoni.
La title track ci assale come se l’immagine di copertina prendesse vita e sembra di essere nel mezzo della sala prove (o del palco), di poter toccare con mano ogni strumento, perfettamente definito nello spettro sonoro, mentre le voci sovrapposte di Rob si stagliano alte e affilate. Un repertorio di riff da manuale, assoli memorabili, una batteria incontenibile (e il primo di tanti breakdown che caratterizzeranno il disco), sono gli elementi che vi troverete conficcati nelle orecchie come lame al termine della prima traccia.
La melodia è centellinata: quanto basta per distinguere i brani e cantare qualche ritornello, ma mai troppa, in un equilibrio in cui l’intensità esecutiva vince sempre. “Satanizer” ha un approccio più “roccheggiante”, se possiamo utilizzare questo aggettivo per un brano sparato, intricato, frenetico e intriso di umori neri.
Non esiste un vero e proprio brano cadenzato, considerando che, anche quando allentano un po’ la presa come su “Backhander”, i MenacE mantengono la corda tesa fino al limite, assemblando arrangiamenti e fraseggi in corsa, come se assistessimo ad un cambio ruote di una locomotiva che continua a sbuffare e sfrecciare dritta sui binari.
Il ritornello in italiano di “Argento Vivo” vi si stamperà nel cervello come una rasoiata, restituendo identità ad un gruppo che non fa mistero delle proprie influenze sonore, alle quali paga esplicito tributo, riscattandosi in credibilità grazie alla potenza delle performance dei singoli musicisti e all’incedere senza respiro delle varie sezioni dei brani, fino al mefistofelico finale.
Ve li ricordate gli svedesi Wolf? In “Shades Of Evil” sembra di sentire una certa vicinanza col loro suono, almeno finché non arriva, a un minuto e cinquanta, uno di quei momenti che tutti sogniamo di trovare in un disco: un gioiello di fraseggio collettivo incastonato nell’elsa di una spada.
Su “The Haunted Disguise”, è vero, la formula inizia a farsi un poco ripetitiva, ma l’impianto narrativo, basato sulla saga di Halloween rende l’ascolto coinvolgente nelle strofe e da brividi nei fulminanti ritornelli. E non è bello, nel finale, immaginandosi Michael Myers di fronte, sentirsi dire “sono qui per te”.
Mettete un disco dei Priest a quarantacinque giri ed ecco “Burnin’ Ash”, per la quale inizio ad esaurire gli aggettivi necessari a definire la compattezza e la perizia della band. Si segnala anche un gustoso slego di basso (che, ad essere sinceri, slega per tutto il disco) e un assolo di chitarra che odora di zolfo danese.
La band di King Diamond sembra venire inserita nel frullatore e tritata a massima velocità per ottenerne “Death Never Dies”, prima di prepararci agli ultimi due, eccellenti brani. “Per Aspera Ad Inferi” è una delle composizioni più riuscite del disco, grazie anche ad una caratterizzazione molto incisiva delle sue parti cantate, mentre “The Unmerciful” è un epico e sulfureo epitaffio che sigilla l’album con grande intensità emotiva.
Se è vero che “Wheel Of Spikes” è un album molto omogeneo, lo è anche la sua inossidabile potenza di traino, l’instancabile tensione che innerva ininterrotta le dieci tracce e quella sensazione di fuoco, di lame, di scalpitìo, di inarrestabile e inesorabile incedere incendiario che ogni disco Metal degno della M maiuscola dovrebbe offrire.
Marcello M
Tracklist:
- Wheel Of Spikes
- Satanizer
- Backhander
- Argento Vivo
- Shades Of Evil
- The Haunted Disguise
- Burnin’ Ash
- Death Never Lies
- Per Aspera Ad Inferi
- The Unmerciful
- Anno: 2026
- Etichetta: Metal On Metal Records
- Genere: Heavy Metal, cazzo!
Link:
