Credo che comporre musica di genere “stoner” , nel 2024, sia oramai un’avventura priva di rischi: le scale, le progressioni, le melodie, il sound, la strumentazione, l’estetica e le tematiche sono oramai tutte collaudate e sedimentate in una forma stilistica che ha, come qualsiasi altra, i propri codici e i propri standard. Se è vero che ritagliarsi un nido di personalità all’interno di un genere ben definito è un’impresa ardua, lo è anche il fatto che spesso è più conveniente rinunciare ad un’identità individuale a favore di quella “di gregge”, rendendo immediata la propria collocazione nel panorama culturale (e commerciale) del pubblico.

Gli Humulus (che prendono il nome dalla pianta del luppolo) scelgono la strada dell’artigianato: un solido e confortante reiterarsi di una tradizione musicale che sacrifica l’innovazione in nome della qualità dei materiali, della solidità costruttiva e dell’esperienza della manodopera.

Ho sempre avuto una particolare simpatia per i power trio e mi colpisce la tenacia di questi bresciani/bergamaschi che nel giro di tre album hanno cambiato tre frontman (!) assestandosi finalmente con Thomas Mascheroni come chitarrista e cantante.

Come avrete intuito dalle mie premesse, “Flowers Of Death” non offre grosse sorprese, ma costituisce una solida certezza per coloro che, non ancora paghi di pentatoniche distorte, jam spaziali e cavalcate sul crash, cercano l’ennesima conferma sonora underground da abbinare a una birra artigianale da gustare attraverso la barba, mentre si fa su e giù con la testa davanti al palco.

Ma lasciando da parte le considerazioni più grossolane, va riconosciuto che l’unico elemento che possa salvare una band in questo contesto è la credibilità: e gli Humulus ce l’hanno. Se la sono costruita suonando tanto, anche all’estero.

Rassicurante come i tortellini a Natale (scrivo da Bologna…), il disco si apre con un accordo insistito, confezionato in quell’atmosfera vintage che ci fornisce immediatamente tutte le coordinate interpretative necessarie a mettere la bandierina sulla mappa in quella vasta prateria che confina il blues, l’hard rock, la psichedelia e tutte le auto sono targate BS (che sta per Black Sabbath, che avevate capito?). “Black Water”, di per sé, resta un brano introduttivo un po’ anonimo e prevedibile,  lento, ciccioso, con strofa vocale alla Baroness e solismo dilatato di gusto space rock. Molto meglio con l’altrettanto telefonata ma ben più coinvolgente ed energica “Secret Room” e le sue micromelodie vocali discendenti armonizzate che ci fanno immediatamente volare lontano e indietro, abbandonandoci poi in una terra desolata e musicalmente spoglia per la seconda metà del brano. 

E proprio quando stiamo per pensare che anche i riff di “Shimmer Haze” non facciano che confermare, nel bene e nel male, tutti i preconcetti che possiameo avere sul genere, arriva un’alternanza ritmica tra battute in 7 e in 8 che riscatta l’indolenza vocale di Thomas, comunque non priva di una sua evocatività. 

E che dire del bassista Giorgio e del batterista Massimo? Mah, scegliete qualcuno dei vostri cliché tipici preferiti, tanto sono tutti veri: intensi, tribali, pulsanti, competenti, affiatati, massicci, energici. E terribilmente prevedibili.

La cantilena di “Buried By Tree” risveglia echi dei Type O Negative senza averne il carisma magnetico, ma come canzone non ha nulla di sbagliato, a parte la poca personalità.

Ecco, sono combattuto: mi piace ascoltare questo disco perché sento delle performance strumentali vere, un suono organico, con tutte le dinamiche tipiche del rock che negli ultimi decenni ci sono state portate via da produzioni supercompresse ed artificiose, ma d’altro canto mi manca la possibilità di cogliere qualche elemento in grado di caratterizzare e distinguere (perché no?) anche geograficamente gli Humulus rispetto al panorama internazionale. Già, perché questo disco suona come potrebbe suonare un album svedese o americano. E non è necessariamente una cosa positiva.

La lunga “7th Sun” ha esattamente il sapore spaziale che vi aspettereste dal titolo e sa di rottami cosmici alla deriva ed effetti speciali cinematografici anni settanta.

Il mio brano preferito è la title track, che con il suo minutaggio conciso, l’energia garage rock e la forte connotazione ritmica del ritornello spicca come la perla del disco!

C’è anche spazio per la lunga traccia conclusiva: i dieci minuti di “Operating Manual For Spaceship Earth”, che dietro a questo titolo suggestivo cela un’altra composizione prevalentemente strumentale che sa di improvvisazione e che ha la sua parte vincente nel giochino di false chiusure sul finale, molto divertenti.

Un ultimo appunto lo merita la copertina, che riprende i temi e gli stili grafici cari a questo genere ma con un layout piuttosto grossolano e un segno meno nitido, preciso ed elegante rispetto agli standard, ma non necessariamente meno evocativo.

Marcello M

Tracklist:

  1. Black Water
  2. Secret Room
  3. Shimmer Haze
  4. Buried by Tree
  5. Seventh Sun (feat. Stefan Koglek, Colour Haze)
  6. Flowers Of Death
  7. Operating Manual For Spaceship Earth

 

  • Anno: 2023
  • Etichetta: Go Down Records
  • Genere: Stoner Rock, Psychedelic, Space Rock

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