I romagnoli DEADLY CARNAGE tornano sul mercato con un album nuovo di zecca, un lavoro ambizioso trattandosi di un concept album. “Endless Blue” è un viaggio che ci porta fino all’Estremo Oriente così come nelle profondità oceaniche. Il folklore giapponese racconta di una dimensione affascinante in totale contrasto con il nostro mondo moderno, una dimensione popolata da spiriti, fantasmi e demoni. Queste sono le premesse che vengono fatte dalla band, che con i 39 minuti di musica ci fa perdere nelle sconfinate distese oceaniche e negli abissi marini. Ci fa viaggiare in un mondo sconosciuto e inesplorato capace di scatenare attrazione e terrore nell’essere umano.

Il loro target è centrato in pieno grazie ad una proposta musicale di livello eccelso, seppun non immediato. L’evoluzione del loro sound, iniziato nel 2008, raggiunge qui la piena maturità sia a livello di songwriting che di suono vero e proprio. La  produzione è stata curata da Simone Mularoni, chitarrista dei DGM, il quale ha saputo rendere l’idea degli spazi dilatati che richiedeva una tematica del genere. Tutti gli strumenti sono stati gestiti alla vecchia maniera, a partire dalla batteria non triggerata, e continuando per basso e chitarra, per i quali sono stati utilizzati amplificatori valvolari e pedaliere analogiche. Parliamo di cose come un Marshall del 1974, un Vox del 1975 e un Ampeg degli anni 90, ed è veramente emozionante sentire il suono infinito che ne è scaturito.

Le otto tracce presenti nel platter raccontano la storia di Urashima Tarō: un mondo abissale, una storia di discesa e ascesa, un viaggio che nei suoi otto capitoli racconta le leggende e il simbolismo di altrettante entità del folklore giapponese. Per meglio rendere questo pittografico affresco in musica sono stati utilizzati alcuni strumenti etnici: Bouzouki, Liuto, Mandolino, Erhu. Tutti questi strumenti sono stati usati fisicamente, nessuno di essi è stato campionato.

Il nostro viaggio comincia con un sole morente, quella “Dying Sun” che apre il platter in questione. Fin dalle prime battute non credevo alle mie orecchie: il suono si dipana larghissimo, i muri intorno di colpo sembrano sparire. Ci si trova proiettati in una dimensione eterea, sognante. Per fare un accostamento di livello, il feeling e l’atmosfera mi ricordano tantissimo gli album di Devin Townsend degli esordi, nello specifico “Terria” ed “Accelerated Evolution“. La voce evocativa e pulita è una narrazione tra le onde che si intreccia con il pianoforte.

Sublime Connection” si lega alla traccia di apertura e spinge sull’acceleratore, sfoggiando strazianti chitarre aperte dense di melodia e tristezza, mentre la voce si accompagna ad uno stacco incredibile, un cambio di atmosfere prog che ti ipnotizzano. Alexios alla voce si eleva dal ruolo di semplice cantante, diventa la nostra guida spirituale. Evocativo il finale col canto delle balene, che ci porta a “The Clue“, pezzo strumentale che con il suo ritmo lento e cadenzato ci addentra ancor di più in questo mondo dove ci si sente galleggiare. Dave alle chitarre e piano, Andres al basso e Marco alla batteria sanno essere iper tecnici senza mai stufare.

Un canto di balena triste, accompagnato da arpeggi di chitarra e dalla voce narrante, ci introducono in “Blue Womb“, pezzo che manterrà il suo incipit sognante per tutta la sua durata, sfiorando perfino la volatilità di stampo Pink Floydiano.  Giunti a metà album si ha chiara la sensazione di essere al cospetto con un lavoro di livello eccelso, sicuramente non per tutti. Mentre sto facendo queste considerazioni vengo investito da quell’onda sonora che risponde al nome di “Mononoke“, una discesa marziale verso l’abisso dell’oceano. Il cantato in giapponese rende il tutto decisamente evocativo, solcando le onde di un avantgarde metal sfumato di black. “Swan Season” si riallaccia alla precedente canzone, con il suo perfetto mix di arpeggi di chitarra, batteria leggera, voce e tastiere che portano alla mente gli Opeth di “Burden“. Tutto è un eterno salire, fino al culmine al minuto 2:45, dove si ha l’impressione di riemergere dalle profondità oceaniche.

Moans, Grief and Wails” parte tosta, decisa, rocciosa come uno scoglio. Il riff di chitarra è sinistro, cupo, quasi spettrale. La doppia cassa arriva a fare da tappeto a questa ondata di note che ci lanciano in balia degli eventi. Non c’è speranza, non c’è via di scampo: cerchiamo di prendere fiato ma le onde hanno il sopravvento. Ci troviamo infine spiaggiati in qualche “Unknown Shores“, con la faccia piantata nella sabbia, ma con un raggio di luce, di speranza a colpirci gli occhi. La speranza rappresentata dalla nuvola bianca fuoriuscita dal prezioso scrigno, quella nuvola che ci ridarà gli anni persi in fondo al mare.

Siamo davanti ad un capolavoro amici lettori. Non ci sono giri di parole da fare, qui il livello è mostruoso. Un album simile fosse stato fatto da una band svedese si sarebbe gridato al miracolo. Sul platter in questione trovano posto due ospiti: Mike Crinella al Synth, Piano, Bouzouki, Liuto, Mandolino, e The Nemeless Goblin alle prese con l’Erhu. Ultima curiosità: il disco trae ispirazione dall’arte visiva chiamata Ukiyo-e, molto popolare nel periodo Edo (XIX secolo). Questa corrente produsse capolavori come “La strega Takiyasha”, “Lo Scheletro Spettro” e la famosa “La Grande Onda di Kanagawa”, che ha ispirato l’intero comparto visivo dell’album. Voto: 95/100

Michele Novarina “Mic DJ”

Tracklist:

  1. Dying Sun
  2. Sublime Connection
  3. The Clue [Strumentale]
  4. Blue Womb
  5. Mononoke
  6. Swan Season
  7. Moans, Grief and Wails
  8. Unknown Shores [Strumentale]
  • Anno: 2023
  • Etichetta: ATMF
  • Genere: Post-Black Metal / Doom Metal / Avantgarde

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