Formatisi nel 2012, i Drunken Crocodiles hanno scolpito il loro sound attraverso anni di sperimentazione e performance live, pubblicando due EP prima di stabilizzarsi come trio nel 2016. Nel 2017 hanno deciso di dedicarsi alla scrittura del loro primo album completo, che ha portato all’uscita di ‘Out of Barrel‘ nel 2019 con la Too Loud Records. Questo disco crudo e intenso è stato seguito da un lungo tour nell’Europa orientale. Un viaggio di otto tracce attraverso paesaggi distorti ma profondamente coinvolgenti, ‘Aegony‘ abbraccia un approccio di registrazione analogico, rifiutando l’eccessiva elaborazione moderna.
L’album oscilla tra atmosfere ipnotiche e oniriche e riff schiaccianti e aggressivi, incarnando la tensione tra melodia e caos. Ogni traccia è radicata in storie di vita reale, formando un filo concettuale che esplora la natura distruttiva dell’ego quando non è controllato dalla coscienza collettiva. L’opera prende vita dall’inquietante intro “First point of libra“. Un minuto costruito da effetti spaventosi e da recitati che sembrano provenire dai vecchi film di fantascienza. Inizio interessante! La potente e psichedelica “Autojektor” prende vita da riff di chitarra decisamente rocciosi ed accattivanti ed accompagnati da momenti lisergici. La grinta del miglior hard rock/doom si unisce alla modernità dell’alternative rock degli anni 90; infatti, soprattutto nei momenti più cadenzati e melodici, emergono le influenze dei primi Soungarden, Monster Magnet e , soprattutto per alcune linee vocali, dei Pearl Jam. La sezione ritmica è decisamente brava nel farsi trovare pronta nei cambi di tempo così come il vocalist svolge un grande ruolo nella creazione di melodie graffianti. A metà del brano è presente una cavalcata che, con grande ispirazione, ricorda molto quelle dei grandi Black Sabbath e della grande band dell’indimenticabile Chris Cornell. Anche l’assolo di chitarra risulta ispirato e decisamente funzionale! Song veramente accattivante.
Gli arpeggi iniziali di “Rainmaker” creano un bellissimo tappeto sonoro dove il vocalist può far emergere malinconiche melodie che ricordano le migliori band degli ultimi trentacinque anni. Ottimo il lavoro del basso e delle chitarre che, dopo il decadente inizio, sputano riff di chitarre veramente duri, oscuri e che sembrano provenire dalla migliore scuola doom degli anni 90. Riuscitissimi gli inserti di tastiera che, per certi versi, possono ricordare anche i mitici Cathedral. Il vocalist fa emergere tutta la sua rabbia e si crea una bella sinergia con il lavoro della chitarra. Da brividi la parte finale che riprende gli arpeggi iniziali. La band dimostra di saperci fare e i suoni sono ottimi; infatti, passato e modernità vanno a braccetto e il bilanciamento tra i singoli strumenti è veramente ottimo. La band e lo studio di registrazione hanno svolto un ottimo lavoro che, quasi sicuramente, permetterà all’ascoltatore di gradire l’ascolto del disco.
L’hard rock/stoner di “Le Divin Marquis” prende vita da riff settantiani ( molto Led Zeppelin). La song possiede una grandissima varietà al suo interno; infatti si passa dal miglior hard rock moderno (Wolfmother) fino a momenti punk/alternative che esaltano il lavoro dell’intera band. Ispiratissimo l’assolo di chitarra, che ricorda lo stile del grande Mike McCready dei Pearl Jam, e notevoli gli spunti grunge/psichedelici che emergono a metà del brano. Il leader guida, con grande capacità e tenacia, l’intera band. Uno dei migliori brani dell’intero disco. Song veramente riuscita e dotata di un grandissimo potenziale.
“Homo Homini Lupus“ mette in evidenza il grandissimo lavoro della sezione ritmica; infatti, batteria e basso creano un tappeto sonoro dotato di grande fascino che ricorda moltissimo i Pink Floyd più psichedelici e space rock. La chitarra crea dei lunghi arpeggi puliti a cui seguono riff al vetriolo e dall’ispirazione hard rock/stoner. L’ispirazione è a mille! I nostri, con grande personalità, sanno unire il sound spaziale di fine anni 60 con il grande hard rock degli anni 90. Notevole! Song che, ascolto dopo ascolto, non porta assolutamente alla noia. Anzi!
“SlowBurn” possiede una grandissima carica malinconica che, per certi versi, potrebbe ricordare le poesie di Baudlaire. I dolci arpeggi della chitarra creano le condizioni affinché il singer possa creare melodie oscure, penetranti e dotate di un grandissimo fascino retrò. Un brano lento, decadente e che, soprattutto nei momenti più rock, ricorda i grandissimi Screaming Trees del compianto Mark Lanegan.
L’inquietante arpeggio e il teatrale recitato di “Behavioral Sink” sembrano ispirarsi alle atmosfere sulfuree dei Black Sabbath del periodo “Paranoid”. Alla decadente introduzione segue un ottimo cambio di tempo che porta le chitarre a macinare energici riff di chitarra a cui seguono linee vocali potenti e incazzate; infatti, per alcuni versi, si sentono gli echi di Eddie Vedder e di James Hetfield. Riuscitissime anche le variazioni pulite che ricordano i Pearl Jam del periodo “Binaural”. Un ottimo brano che racchiude, con grande capacità tecnica e compositiva, le migliori influenze del rock degli anni 70 e 90. Notevole anche l’assolo di chitarra che, con grande ispirazione, segue la riuscitissima melodia del brano.
A chiudere l’interessante “First Point of Aries”. Grandissimo brano che sa unire il sound acustico dei Led Zeppelin a quello della migliore scuola cantautoriale italiana. Bello il suono della chitarra così come il testo narrato dal vocalist che, in maniera decisamente riuscita, esprime dei concetti profondi ed intimistici. Disco decisamente interessante!
Domenico Stargazer
Tracklist:
- First Point of Libra
- Autojektor
- Rainmaker
- Le Divin Marquis
- Homo Homini Lupus
- Slowburn
- Behavioral Sink
- First Point of Aries
- Anno: 2025
- Etichetta: Octopus Rising / Argonauta Records
- Genere: Genre: Heavy Psych / Stoner / Sludge
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