Se caldo mi da caldo, è già l’ora di tornare a Cremona per l’edizione 2026 del Luppolo in Rock.
Tappa fissa del nostro tour estivo in giro per concerti, anche per quest’anno siamo presenti e in fila alle Colonie Padane.
Come da abitudine, panino con frittata al sacco, partiamo gasatissimi curiosi di scoprire novità o conferme su questa edizione.
Questo volta abbiamo abbiamo optato per una nuova struttura ricettiva, molto più vicina al Parco delle Colonie Padane. Tracciando un triangolo tra l’ingresso del parco, il nostro hotel e la strada di accesso allo stesso e seguendo un’ipotetica ipotenusa, con 10 minuti di camminata ti trovavi dritto dritto all’entrata.
Io ho preferito comunque spostarmi comodamente in auto anche perchè problemi di parcheggio veramente non esistono.
Invece il mio fido compagno, coraggioso e temerario, quella passeggiata pomeridiana delle 15 sotto il sole a picco l’ha fatta veramente volentieri, sia sabato che domenica. ‘Bene, vero?’ (direbbe lui).
Detto questo, alle 16 in punto di venerdì convalidiamo il nostro ticket e braccialetti al polso entriamo. Veramente io con quel braccialetto ho litigato abbastanza, mi aveva letteralmente ostruito il flusso sanguigno quindi, prima di dover provvedere all’amputazione di un arto, me lo sono fatta cambiare preferendo una legatura più larga.
Con immensa felicità vediamo che la cara grigliata che tanto ci è mancata lo scorso anno, questa volta irrompe con tutti i suoi fumi e profumi nel bel mezzo dell’area ristoro. Intorno i vari food tracks più o meno sono i soliti della scorda edizione. Ottimo e abbondate, anche perchè effettivamente la varietà di cibo non lascia scontenti nessuno.
Anche per questo anno niente token e come ci dice il patron del Luppolo, Massimo Pacifico, alla fine della terza serata (vedi sotto), mai al Luppolo saremo costretti a questa ridicola e costosissima pratica. Bene, anzi benissimo.
Invariato anche il prezzo delle birre con l’offerta abbonamento di € 70,00 per 10 pezzi + 1 omaggio.
Per noi due impensabile ma per i grandi bevitori credo sia un ottimo prezzo.
Vogliamo soffermarci un attimo sulla pletora di personaggi?
Che spettacolo!
Ormai mi sembra di conoscere quasi tutti, tra gli addetti ai lavori e fans tantissime facce note.
Vip e meno vip, tantissime conferme e poche defezioni.
Ma quei due si saranno lasciati?‘ La domanda ci ha lasciato pieni di dubbi per tutto il festival, visto che un duo che avevano seguito per 4 edizioni, questa volta non era più un duo ma un singolo che abbiamo visto per tutti e tre giorni aggirarsi solo soletto per tutta l’area quasi spaesato! Boh, ci siamo vergognati a chiedere.
Ci siamo resi conto ancora una volta che questo evento richiama metallari davvero da ogni parte del mondo. Abbiamo infatti conosciuta una ragazza australiana che praticamente non ha fatto altro che bere costantemente dall’inizio alla fine, un mito che ha fatto amicizia con tutti e con tutti si è fermata a parlare. Tanta stima per lei, io al suo posto alle 17:20 del primo giorno sarei stata ricoverata per coma etilico, lei invece, bella bella, è stata in forma splendida fino a domenica sera.
Ora veniamo al sodo, ore 16:15 spaccate i Jolly Roger aprono del danze di questa edizione e nonostante il forno crematorio acceso sotto al palco, il pubblico si è fatto onore con la sua presenza costante.

Francesca Faenzi

 

17-18-19 Luglio

Ventisei (26!) concerti spalmati su tre giorni, un Festival che comincia ad assumere dimensioni importanti con uno sforzo organizzativo efficace che ci ha permesso di godere al meglio quelle 8/9 ore al giorno che abbiamo passato al Parco delle Colonie Padane.
Arrivato alla quarta edizione del Luppolo (qui i report del 2023, 2024 e 2025) mi sento ormai un veterano tra chi frequenta il Festival: l’esperienza accumulata cambia inevitabilmente il modo in cui si osservano gli eventi: ciò che a un partecipante al primo anno può apparire come una scoperta entusiasmante a chi ha seguito più edizioni emerge con più sfumature e attenzione ai dettagli. Non si tratta di atteggiamento snob, quanto piuttosto di una naturale evoluzione del criterio di valutazione: con il tempo si amplia il metro di paragone e si sviluppa una capacità più fine di riconoscere gli elementi che funzionano davvero.
Un fenomeno che ho notato riguarda l’espansione del cartellone: l’aumento del numero di band presenti è senz’altro positivo sul piano della varietà e dell’opportunità per musicisti emergenti ma porta con sé il rischio che la quantità non corrisponda sempre a una qualità omogenea. Se non si definisce e si mantiene una soglia minima di livello artistico, la programmazione può distribuire spazio anche a proposte meno convincenti. Questo squilibrio si è riflesso, a mio avviso, nella serata di venerdì che è risultata complessivamente più fiacca rispetto alle aspettative create dal contesto generale del Festival. La scelta di dare ampio spazio a realtà italiane è lodevole e importante per la scena locale, ma per ottenere il massimo beneficio collettivo sarebbe utile combinare quella apertura con criteri selettivi chiari in modo da assicurare che la platea trovi continuità e alti standard nell’offerta musicale.
Ma quindi com’è stata questa edizione 2026? Emozionante e coinvolgente come sempre, tante luci ma qualche ombra; per spiegarvelo userò una personalissima classifica di gradimento che terrà conto della performance tecnica, i suoni, la presenza scenica (quest’anno ha esordito uno splendido ‘ledwall’ sul palco), il coinvolgimento del pubblico e le varie setlists.
Con il cuore del fan e l’obiettività del reporter ecco i miei giudizi.

Dirkschneider – Ero qui per lui, idolo indiscusso della mia vita da metallaro; senza di lui gli Accept non sono più nulla, Udo lo sa benissimo e si è inventato un monicker con il quale esegue i ‘suoi’ pezzi della più grande e seminale band Heavy Metal della Germania (e non solo). Dall’alto dei suoi 74 anni tiene il palco come un ragazzino e la sua voce graffiante non risente del passare del tempo. Con Peter Baltes al basso, altro storico componente degli Accept, il figlio Sven alla batteria e Dee Dammers e Alen Brentini alle chitarre esegue tutto ‘Balls To The Wall‘ (ho scoperto di ricordarmi ancora i testi di tutte le canzoni!) più alcuni grandi classici, compresa la sempre emozionante ‘Princess Of The Dawn‘.
Voto 10 (senza lode perchè non hanno fatto ‘Metal Heart‘)

Rotting Christ – Hellenic Black Metal! Altra perla di questo Luppolo sono stati i Rotting Christ fondati ad Atene nel 1987 dai fratelli Sakis Tolis (voce e chitarra) e Themis Tolis (batteria) che sono ancora oggi il nucleo stabile del gruppo affiancati da Kostas Heliotis al basso e Kostis Foukarakis alla chitarra. Il loro sound è un mix di Melodic Black Metal con riff ipnotici, cori rituali, atmosfere dark e un forte senso di epicità. Non ero mai riusciti a vederli dal vivo ma sono rimasto entusiasta della loro esibizione; tra la loro discografia sconfinata (solo in studio hanno pubblicato 14 LP) hanno pescato canzoni molto easy-listening, più da party estivo che da atmosfera Black Metal. Anzi mi correggo: eseguite in versione easy-listening, quasi irriconoscibili rispetto al disco ma che hanno funzionato maledettamente bene tanto da trascinare la totalità degli spettatori: ‘Dies Irae‘, ‘Non Serviam‘ e quel capolavoro di ‘Like Father, Like Son‘ non potevano passare inosservate. Un tripudio, viva i Rotting Christ!
Voto 9,5

Stratovarius – Grande attesa per i finlandesi Stratovarius, una delle band più importanti nella storia del Power Metal. Il loro nome  nasce dalla fusione tra Stratocaster, la storica chitarra Fender e Antonio Stradivari, il celebre costruttore di violini guarda caso di Cremona, che la band aveva omaggiato con una visita al Museo Del Violino la mattina stessa. ‘The Kiss Of Judas‘, ‘Black Diamond‘ e soprattutto ‘Hunting High And Low‘ fanno vibrare il Parco con i cori cantati a squarciagola da tutto il pubblico a corredo di una esibizione perfetta. Melodie curate, virtuosismi strumentali e atmosfere epiche si legano da sempre nei dischi dei finlandesi e tutto questo ritroviamo sul palco del Luppolo. Leggendari.
Voto 9

Crimson Glory – In assoluto i più attesi. I Crimson Glory sono una di quelle band che forse non hanno mai raggiunto il successo commerciale di altri gruppi contemporanei, ma il loro valore artistico è enorme; un ponte tra l’Heavy Metal classico, il Power americano ed il Progressive Metal che arriverà dopo. Nessuno potrà mai sostituire ‘Midnight‘, il cantante e fondatore del gruppo scomparso nel 2009, ma comunque Travis Wills svolge egregiamente un compito che sarebbe impossibile per la stragrande maggioranza dei cantanti del mondo. ‘Lost Reflection‘ è stato il momento topico dell’intera edizione del Luppolo 2026, anche se io mi sono emozionato pure durante ‘Painted Skies‘. Meravigliosi, penalizzati solo da un suono troppo impastato, dove a volte si faceva fatica a sentire le chitarre.
Voto 9

OverkillBobby ‘Blitz’ Ellsworth, Dave Linsk, Christian Olde Wolbers (ex Fear factory in sostituzione di D.D. Verni) e Jeramie Kling non hanno bisogno di presentazioni. La scaletta è fenomenale con (quasi) tutti i più grandi successi di 40 anni di Thrash Metal, fonte di ispirazione di centinaia di band in tutto il mondo. A proposito di vecchietti, con i suoi sessantasette (67!) anni, un tumore, un ictus e una gioventù molto trasgressiva (diciamo così), ‘Blitz’ è ancora in grado di dare le paste a tanti frontman più giovani. Inspiegabile la mancanza dell’altro chitarrista Derek Tailer e purtroppo l’impatto generale ne risente, soprattutto quando Dave esegue gli assoli. Ma si può parlare male degli Overkill?
Voto 8,5

Pino Scotto – Non ci sono più parole per descrivere la tenacia, la coerenza e soprattutto la forma fisica e vocale del settantasettenne (77!) Giuseppe Scotto di Carlo. Accompagnato da Steve Volta alla chitarra, Leone Villani Conti al basso e Federico Paulovich alla batteria, ripercorre il suo glorioso passato con lo stile sanguigno e provocatorio, spesso sopra le righe attraverso un linguaggio colorito e le invettive contro mode, televisione e politica attuale. Brividi veri durante l’esecuzione di ‘Streets Of Danger‘ dei Vanadium; l’ovazione che raccoglie al termine del concerto non lascia dubbi, Pino è unico.
Voto 8,5

Death SS – C’era grande attesa per lo show di Steve Sylvester, girava voce di una una formazione di nuovo a due chitarre con l’esordiente Andy Panigada accanto al ritorno di Aldo Lonobile; scelta azzeccatissima, con un suono diventato molto più pesante rispetto all’ultima volta che li avevo visti al ‘Rock The Castel‘ nel 2022. Anche i brani dell’ultimo disco risultano migliorati in sede live ma la vera sorpresa è il ripescaggio in scaletta di ‘Lilith‘ (la mattina mentre viaggiavamo verso Cremona in macchina la stavo ascoltando ed ho detto: ‘questa canzone è splendida, perchè non la fanno più dal vivo?’), ‘Hi-Tech Jesus‘ e ‘Inquisitor‘. Bellissima la scelta di far scorrere sul ‘ledwall’ video e spezzoni del passato della band oltre alla solita performance di demoni, streghe e riti satanici.
Unica nota di demerito questo ostinato rifiuto di Steve di dialogare con il pubblico, la fuga subito dopo l’ultima canzone e l’imbarazzo della band che è tornata da sola a ringraziare il pubblico ed a raccogliere i meritati applausi.
Voto 8,5

Venom – Headliner della domenica, ultimo concerto del Festival, acclamati ed attesi tanto quanto meritano, i Venom sono il gruppo più sottovalutato eppure più determinante nella genesi dell’intero ecosistema del Metal cosiddetto ‘estremo’ (definizione che ritengo orrida, ma tant’è). Thrash, Death e Black in misura diversa traggono spunto dai dischi di questo gruppo unico per tecnica (nel senso che non sono mai stati abilissimi musicisti), attitudine (un misto di Punk, Heavy e Rock’n’Roll), tematiche (i primi smaccatamente blasfemi e satanici, ma più per teatralità che per reale convinzione ideologica), look (esageratamente più pacchiani dei Judas Priest) e i primi a spingere la musica verso velocità ed aggressività mai toccate. E a Cremona hanno ribadito di essere ancora dopo 45 anni i padroni indiscussi del rumore e del caos. Purtroppo i suoni non hanno reso giustizia ad uno show infarcito di cavalli di battaglia; ciò nonostante la loro esibizione rimane un punto di forza del Luppolo 2026.
Voto 8

Septem – Grandissima sorpresa! Altro gruppo ligure che rispolvera un Heavy Metal anni ’80 con una spruzzata di Power americano (Metal Church e Vicious Rumors per intenderci) per un risultato assolutamente trascinante. La voce di Daniele Armanini è la protagonista indiscussa, supportata dai due chitarristi Giacomo Lomasti e Luca Riggio che, aiutati da un suono molto nitido, conquistano le prime ore del sabato pomeriggio. Per nostalgici.
Voto 8

Marduk – Altro grande nome in cartellone, che ha chiamato a raccolta nella giornata di domenica legioni di blacksters: i Marduk sono una delle istituzioni assolute del Black Metal svedese, nati a Norrköping nel 1990 per iniziativa di Morgan Håkansson, chitarrista e ideatore della band, con l’obiettivo dichiarato di creare il gruppo ‘più blasfemo e brutale del mondo’. Ed anche al Luppolo non si sono tirati indietro asfaltando la platea con un mix di brani più recenti e più vecchi. Peccato per le lunghe pause tra una canzone e l’altra, dovute probabilmente a qualche problema tecnico ma anche utili a riprendere un po’ di fiato; suonare Black Metal sotto il sole a 35° non deve essere facile.
Voto 7,5

Deathless Legacy – Tra le piacevoli sorprese della kermesse, i pisani coinvolgono subito il pubblico con il loro stile fatto di Heavy Metal con venature Gothic, Symphonic e Progressive. La leader Eleonora ‘Steva’ Vaiana non si risparmia e nonostante il grande caldo, il trucco ed i pesanti abiti di scena il gruppo non lesina energia, con l’aiuto di canzoni di grande presa come ‘Miserere‘ o ‘Ora Pro Nobis‘. Supportati da un’ottima risposta del pubblico mi auguro che faranno strada.
Voto 7,5

Mayfire – Piacevolmente sorpreso dal loro debutto ‘Cloudscapes & Silhouettes‘ del 2023 ero curioso di vedere dal vivo i norvegesi Mayfire, autori di un Progressive melodico molto coinvolgente. Anche loro si uniscono alla pletora di gruppi che si presentano completamente mascherati sul palco, molto simili agli Uada ma decisamente meno violenti. Sconosciuti a quasi tutti gli spettatori penso di essere stato uno dei pochi a conoscere tutte le canzoni insieme ad un altro ragazzo che, sotto il palco accanto a me, cantava a squarciagola tutti i ritornelli. Confermano quanto di buono pensavo di loro.
Voto 7

Darkhold – Provenienti dalla Lombardia i Darkhold artisticamente si sono evoluti da cover band dei Testament a band che esegue pezzi propri. Avevo avuto modo di recensirli all’uscita del loro primo LP e posso confermare quanto di buono avevo già scritto su di loro. Freschi di un nuovo LP, ‘Centuries of Purgatory‘, il loro Thrash Metal risente sì della vecchia scuola californiana ma con un afflato più moderno e cupo. Ottima la prova sul palco tanto da coinvolgere, nonostante fossero solo le 17, anche i più pigri per una esibizione in crescendo culminata con uno spettacolare ‘Wall of Death’!
Voto 7

Sick N’Beautiful – I Sick N’ Beautiful hanno fatto uno dei concerti più particolari del Festival. Nati a Roma nel 2014, hanno costruito la loro identità unendo Hard rock, Alternative Metal e Industrial Metal con una forte componente teatrale e fantascientifica. Ma è dal vivo che (infatti) danno il meglio: si presentano sul palco come una sorta di equipaggio alieno, con costumi elaborati, trucco, scenografie, effetti speciali e una narrazione che richiama film di fantascienza, horror e fumetti.
La musica è perfettamente in linea con l’impatto visivo e non tardano a ricevere l’entusiasmo del pubblico per uno show veramente coinvolgente.
Voto 7

Bid Zogo – Band di apertura della impegnativa giornata finale, I Bid Zogo svolgono bene il compito di scaldare la platea (come se non ce ne fosse bisogno…). Nu Metal, Crossover, e Thrash attraversano i loro brani e anche se non li avevo mai sentiti si lasciano piacere grazie a canzoni ben strutturate e di immediato impatto. Come per i Bolthorn, la presenza della figlia del cantante in collo alla mamma è una scena troppo bella.
Voto 6,5

Crisalide – Capeggiati da Giuliano Zippo, già visto al Luppolo 2025 come frontman degli In Autumn e Promoter del Festival stesso, i Crisalide provengono dalla provincia di Vicenza e vantano una esperienza trentennale che traspare dalla loro prova sul palco. Un Thrash variegato al Death costituisce la base del loro stile con il risultato di un sound potente, tecnico quanto basta che non cade nell’eccessiva complessità. Buona la risposta del pubblico per una mezz’ora di ottima musica.
Voto 6,5

Cripple Bastards – Istituzione nazionale, già visti sul palco del Luppolo tre anni fa e vi copio e incollo quello che scrissi all’epoca: ‘Tra i gruppi più importanti della scena grindcore mondiale riversano sul Luppolo in Rock la loro ferocia critica alla società, alle stereotipi borghesi, all’ordine precostituito. Con una attitudine più hardcore/punk che metal aizzano la platea con titoli come ‘Misantropo a Senso Unico‘, ‘Malato Terminale‘, ‘Fumo Passivo‘, ‘Italia di Merda‘. Giulio, il cantante, non interagisce con il pubblico e si limita a urlare il titolo del prossimo pezzo senza un minimo di interruzione, 45 minuti di pura distruzione.’ Escono tra gli applausi ma mi sono piaciuti meno dell’altra volta.
Voto 6,5

Evilizers – ‘Un altro cantato (o un altro cantante) potrebbe esaltare le potenzialità di ‘Lord Of The Lost Souls‘, che invece vengono affossate.’ Così scrivevo in sede di recensione poco tempo fa e così è stato! L’arrivo di Andrea Marchisio ha portato grande giovamento allo ‘scolastico’ Heavy Metal degli Evilizers. Nati come cover band dei Judas Priest ne hanno mantenuto lo stilema. Sarebbero stato più logico inserirli nella giornata di sabato ma nonostante questo hanno lasciato il segno.
Voto 6,5

Jolly Rox – Ultima esibizione prima dell’annunciato scioglimento, lo show dei fiorentini dediti al Glam Metal ed allo Sleaze Rock è proprio l’apertura del Festival, alle 16,15 del venerdì. Compito ingrato che però si rileva un successo con un nutrito numero di spettatori già sotto il palco. Nati a Firenze nel 2005 per iniziativa del cantante e chitarrista Joey Zalla. I Jolly Rox regalano mezz’ora di puro intrattenimento con la loro attitudine festosa e immediata. I suoni sono ottimi, buona fortuna ragazzi!
Voto 6,5

La Menade – Le Menadi erano le sacerdotesse di Dioniso note per i loro riti in cui, attraverso danze scatenate e la musica come mezzo per raggiungere l’estasi, invocavano il dio. Ed è esattamente quello che fanno sul palco le quattro ragazze romane, autrici di un mix di Progressive, Dark e Metal che incuriosisce e si lascia apprezzare. Senza inventare nulla si coglie la volontà di creare un suono personale e assolutamente non banale. Mi riservo di ascoltarle su disco.
Voto 6

Bölthorn – Ennesimo gruppo di Parma, vera fucina di gruppi Metal, dediti ad un Melodic Death sulla falsariga degli Amon Amarth. Chiamati ad aprire la giornata di sabato alle ore 15, non era facile convincere gli spettatori ad assieparsi sotto il palco. Nonostante qualche scontata soluzione artistica affrontano lo show con grinta e passione, meritando i primi headbanging della giornata. Penalizzati da un suono un po’ impastato, escono promossi da questa prova, un piccolo step verso un futuro roseo. Meravigliosa la scena di una mamma giovanissima con in collo una piccola metallara (con le cuffie para orecchie) che salutava (mi sembra) il babbo-cantante.
Voto 6

The 69 Eyes – La band finlandese formatasi nel 1989 ruota intorno al carismatico cantante Jyrki 69; nei primi anni Novanta il loro sound era più vicino all’Hard Rock/Glam, ma dalla fine del decennio in poi hanno virato decisamente verso un’estetica gothic. Posizionati il venerdì alle spalle degli headliner erano uno dei gruppi di punta dell’intera kermesse; il gran numero di magliette in giro testimonia che la scelta di portarli in Italia è stata indovinata. Ma, al netto di una indiscussa maestria ed esperienza, la loro prova è stata abbastanza incolore, canzoni copia/incolla che ricordavano i primi The Cult o i Sisters Of Mercy, per uno show abbastanza monotono. Un po’ fuori contesto.
Voto 5

Expiatoria – Circondato da un considerevole numero di persone con la maglietta di questo gruppo di Genova mi appresto sotto il palco incuriosito di sentire gli Expiatoria, attivi (con interruzioni) dal 1987: ammetto la mia ignoranza non avendoli mai ascoltati, ma già dal look intuisco che si muoveranno tra Doom Gothic e Heavy Metal classico, con un debito dichiarato verso i Mercyful Fate e i Candlemass. Preso atto di averci indovinato, la loro musica non colpisce particolarmente per originalità: frequenti cambi di tempo, variazioni melanconiche dopo sfuriate metalliche sono molto prevedibili e sanno di già sentito. Niente da eccepire su esecuzione, professionalità e cura del dettaglio ma non mi emozionano.
Voto 5

Infection Code – Veterani dell’underground italiano, la loro musica è un punto d’incontro tra Death Metal, Industrial, Sludge, Hardcore, Groove e Noise, con atmosfere spesso cupe e opprimenti. Più che sulla velocità, gli Infection Code puntano sull’impatto emotivo e sulla tensione ed è quello che provano a fare al Luppolo. Mi viene in mente il concerto dei Node al ‘Southammer Metal Fest‘ dove una band ormai navigata ma soggetta a numerosi cambi di formazione e anche di stile musicale, non riesce mai a fare quello step in più. Questa idea di incompiuto, di ‘avrei potuto ma non ci sono riuscito‘ traspare dalla prova sul palco e devo ammettere che mi lasciano molto indifferenti.
Voto 4,5

My Darkest Red – Un altro gruppo del venerdì prettamente gotico di questa edizione del Luppolo. Il loro stile unisce Hard Rock classico, Heavy Metal e atmosfere Gothic e Dark Wave. Canzoni non memorabili unite ad una presenza scenica pressoché inesistente durante una esibizione eseguita sotto i 40′ gradi del pomeriggio: questi gli ingredienti di un concerto che ha lasciato l’amaro in bocca. Peccato perchè il loro recente ‘Midnight Supremacy‘ ci era piaciuto.
Voto 4

Dosgamos – Groove Metal da Parma, il gruppo ruota intorno al leader Michele Altavilla e si possono benissimo accostare ad una certa scuola di Thrash americano anche se la voce propende più verso inclinazioni Death. Però poi bisogna saperlo fare il Groove e di gruppi come i DevilDriver non ne nascono tutti i giorni. Confusionari, violenti, eccessivi: ‘la potenza è nulla senza controllo’ (come diceva una nota pubblicità). Rivedibili.
Voto 4

Il Luppolo in Rock anno dopo anno consolida la sua fama di miglior Festival Metal italiano, aggiungendo la proposta musicale e affinando tanti piccoli dettagli sulla logistica, sul food and drink, sulla sicurezza e sull’ospitalità; la somma di tutto questo restituisce un prodotto imperdibile per tutti i metallari. La presenza di molti spettatori stranieri ne certifica la crescente fama.
Alla fine della tre giorni Massimo Pacifico, a nome di tutto lo staff, è salito sul palco per denunciare le difficoltà economiche nel reperire le band internazionali a fronte di scelte ben precise: a differenza di molte produzioni internazionali l’organizzazione ha ribadito la volontà di non creare distinzioni di prezzo o accessi privilegiati per stare vicino agli artisti, garantendo a tutti i possessori di biglietto la stessa esperienza dal vivo. Insieme a questo, sono arrivati chiarimenti sul sistema dei token, pensati per evitare code e velocizzare i servizi di ristorazione nell’area concerti, che al Luppolo non verranno mai usati. Insomma questo è un Festival gestito da metallari per i metallari, niente di più, niente di meno. Infine la richiesta di supportare questo progetto anticipando l’acquisto dei biglietto per l’edizione del prossimo anno, il cosiddetto ‘Blind Ticket’ che ad un prezzo irrisorio, 99€ per tutti i tre giorni, permetterà all’organizzazione di ingaggiare con anticipo i migliori artisti in tourneé la prossima estate.

Qui l’intervento di Massimo.

Io ho già acquistato il biglietto per il prossimo anno.
Ci vediamo sotto il palco.

 

Filippo Marroni

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