“Blood Moon Sacrifice” è un concept EP in quattro atti rilasciato da un trio italo/finlandese, tanto avaro di note biografiche quanto prodigo nell’inquadrare nelle atmosfere gotiche del XIX secolo, come proposta artistica a tutto spettro, la propria lore di riferimento. Cover dell’EP e photoband rimandano decisamente all’immaginario vampirico (con un gusto grafico che spazia da Stoker a “Intervista Con Il Vampiro”), mentre il concept sviluppa una leggenda tramandata per generazioni, arrivata al cantante dei Margantha dalla viva voce della nonna. La storia è quella di un licantropo che infestava un villaggio di cacciatori ai piedi di una catena montuosa. Quanto sia importante il concept lo dimostra il documento di 16 pagine che illustra per esteso la trasposizione di questa leggenda, fotografata poi in maniera più concisa dai testi delle canzoni.
Ma veniamo alla musica prodotta da questo power trio i cui membri assumono lo stesso eponimo (Nocturnus) seguito da numerazione distintiva (I, II, II).
Le influenze dichiarate rimandano a Mgla, Ensiferum, Behemoth, 1349 ma, come al solito, al mio orecchio si affacciano connessioni e rimandi del tutto differenti.
Apre le danze “Blood Moon Sacrifice” con un Black Metal epico/atmosferico caratterizzato da un impianto melodico di diretta ascendenza Bathory, mosso da accelerazioni che spostano il tiro sul black svedese fatto di strumming e blast beat a definire linee melodiche suggestive e di ampio respiro. Le sorprese arrivano nelle aperture rarefatte che richiamano un gusto gothic di estrazione dark wave, in particolare l’imperiosità del cantato/recitato sorretto dal basso pulsante mi ha richiamato alla mente la muscolare e cupa drammaticità dei Fields Of The Nephelim. Emergono sin dai primi ascolti due aspetti radicali della proposta dei Margantha: sul piano strumentale la solida preparazione dei musicisti coinvolti, che senz’altro hanno fatto propria la lezione che coniuga immediatezza ad efficacia, e un’impronta decisamente teatrale delle vocals che, giocate su uno scream epico e controllato e un growl misurato e declamatorio, rendono pienamente tutto l’intento narrativo della proposta. A tratti, soprattutto nella ripresa finale della strofa, la postura vocale mi ha ricordato l’approccio vocale vagamente malinconico/disperato dei Cultus Sanguine (che a sua volta rimanda ai Celtic Frost).
Con il riff di apertura di “Curse Of The Full Moon” si conferma un sottotraccia genetico dark wave declinato secondo certe soluzioni che richiamano gli Old Man’s Child. La traccia si sviluppa come un mid tempo incalzante e minaccioso, sorretto da tre matrici ritmiche principali. Mentre il tema principale, affidato ad un arpeggio distorto ed evocativo, procede in ostinato con poche sapienti variazioni, il panorama ritmico è dominato da una doppia cassa serrata, giocata su ottavi e sedicesimi, che lascia il passo prima a suggestive lavorazioni su tom e poi ad un low tempo in cassa singola che offre interessanti pattern di anticipo e ritardo sul battere, lasciando spazio al basso di emergere con le sue linee pulsanti. Pur vivificata dalle variazioni della sezione ritmica, la traccia ha un deciso effetto ipnotico e mesmerizzante, lasciando allo scream spazio per dipanare tutta la sua capacità espressiva, riducendo la distanza del controcanto tra scream e uno yell rabbioso che ben si appoggia sul lavoro dei tom.
Forse è una mia personale perversione ma nel tema di apertura di “Miriam And The Endless Night”, nello sviluppo della traccia utilizzato sapientemente come bridge strumentale tra le strofe e il chorus, ho percepito addirittura un riferimento ai The Cult. Oltre a rintracciare ancora il sapore di alcune soluzioni dei Cultus Sanguine, in questa traccia emerge chiaramente una struttura ispirata al metal classico e allo speed metal, con espressi rimandi anche a livello di riffing, in particolare nella sezione dedicata a sostenere il contributo solista affidato ad Andy La Rocque, cui si deve anche l’ottimo mix e master che mette in risalto il lavoro chirurigico dei Margantha.
L’ombra di King Diamond sembra proiettarsi anche nella successiva “Wolves at The Door” che, dopo l’incipit in puro tremolo picking, che tesse linee melodiche ora rarefatte ora viking, sfocia in un una sezione caratterizzata da un riff di puro heavy metal. Il basso pulsante e incalzante che muove sotto mi ha poi fatto balenare un altro riferimento pindarico che svelerò solo nel finale di recensione. Molto gustosa in questa traccia la commistione tra i giri in power chords di matrice classic metal al cantato che richiama la minacciosa freddezza dei Samael.
È ovvio che, quando si associa il black metal ad una robusta componente gotica, il primo riferimento che si affaccia alla mente siano i Cradle Of Filth. Non è il caso dei Margantha, per quanto alcune soluzioni vocali giocate sul contrasto tra scream e un recitato profondo possano ritrovarsi, trasfigurate, nella proposta di questo trio. E, sotto certi aspetti, nel rifarsi ad un impianto di songwriting che affonda le proprie radici più nel metal classico che nel black metal vero e proprio. Il riffing dei Margantha, tuttavia, attinge a piene mani dai canoni stilistici del black metal, nella sua declinazione più attenta alla costruzione di linee melodiche efficaci ed emotivamente “toccanti”. In senso strettamente tecnico, data la scelta di una successione di intervalli che creano una data tensione e risoluzione e che, quindi, muovono oggettivamente l’ascoltatore e gli permettono di riconoscersi e trovarsi al contempo a proprio agio in questi sviluppi. Ma non è solo il “vestito” stilistico black metal a rendere la loro proposta lontana dai “maestri” del gothic black metal; il riffing dei Margantha non ha nulla dei barocchismi vittoriani di riferimento dei Cradle Of Filth (ripresi in un certo senso dai Carach Angren), né tanto meno il piglio energico e sfrontato dello stile chitarristico tipicamente british: il loro approccio è improntato ad una quadrata solidità teutonica. Tanto che durante l’ascolto mi sono sorpreso a pensare all’effetto che mi fecero a suo tempo gli Accept, al loro modo di reinterpretare l’heavy metal quando imperversava la NWOBHM.
Concludo con un ragionamento forse spinoso, confortato però da ciò che dicono gli stessi Margantha nelle note del press-kit. Che, come al solito, leggo solo prima di mettermi a scrivere, dopo essermi fatto un’idea personale sulla musica, mitigando o rafforzando le prime impressioni ascolto dopo ascolto.
Questo lavoro non è un EP black metal, è un omaggio al black metal fatto da musicisti che hanno una forma mentis radicata nel metal classico più che in un movimento nato per raderne a suolo abitudini ed atteggiamenti musicali. Eppure, non è semplicemente un “vestito” indossato per coerenza con il concept, lirico ed estetico, che i Margantha volevano sviluppare. Del black metal, come espressione musicale, hanno sicuramente penetrato l’essenza intima, da qui le “derive” dark wave che si insinuano in certi frangenti della loro musica. Del metal classico hanno tuttavia mantenuto un senso di efficacia e di comunicabilità, aspetti che certamente il metal estremo con i suoi sviluppi ha inteso trattare con la delicatezza del torrente Vajont.
C’è un senso di originalità in questo crossover tra struttura, intento comunicativo e scelta stilistica, un dialogo tra “sostanza” e “forma” che, nel suo obiettivo di assorbire l’ascoltatore entro un universo narrativo, finisce per approdare ad una sorta di efficace e coinvolgente “opera black”.
Samaang Ruinees
Tracklist:
- Blood Moon Sacrifice
- Curse Of The Full Moon
- Miriam And The Endless Night
- Wolves At The Door
- Anno: 2025
- Etichetta: Rockshots Records
- Genere: Melodic Black Metal
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