Secondo album, a distanza di sette anni dal debutto, per i Cimbri Balt Hüttar, i difensori delle foreste dell’altopiano dei Sette Comuni, meglio noto a noi abitanti di pianura come altopiano di Asiago. Il loro folk Metal si struttura attorno a quelli che sono oramai gli stilemi classici del genere, ovvero quel miscuglio (non sempre ahimè di buon gusto) tra melodie tradizionali, chitarroni distorti, ritmi danzerecci, strumenti acustici, orgoglio e senso di appartenenza. Curioso come questo rivendicare l’unicità delle proprie origini converga spesso verso un sound omogeneizzante, che accomuna un po’ tutte le folk Metal band, ma questo è un altro discorso.
Ci sono parecchi elementi che mi sono piaciuti molto in questo disco e direi altrettanti che invece non mi hanno proprio convinto: proverò quindi ad esporli tutti in questa breve disamina, sperando di stimolare in voi la curiosità verso questo quintetto. Tra i pregi dei Balt Hüttar annoveriamo sicuramente la genuina passione e amore che li lega alle loro splendide montagne e alla propria tradizione linguistica e culturale, da cui deriva direttamente un altro aspetto affascinante, ovvero il poliglottismo della band, che alterna italiano e Cimbro (di cui con le mie misere conoscenze di tedesco riesco ad afferrare alcuni brandelli di significato) e abbandona l’inglese, sperimentato sul primo album. Abbiamo poi l’uso degli immancabili strumenti acustici, tra cui spicca l’organetto squillante della bravissima Ilaria Vellar. Il fatto che flauti, bouzouki, cornamusa e quant’altro siano suonati da cantante e chitarrista, da un lato ci risparmia quella selva di gregari che fa lievitare le formazioni folk in piccole armate brancaleone di cosplayer mancati, dall’altro probabilmente costringe la band ad utilizzare le basi dal vivo, per restituire le orchestrazioni del disco, tradendo la veracità arcaica delle loro esibizioni.
Il cadenzato brano introduttivo “An Naüjez Lant” alterna (come quasi tutti gli altri) italiano e cimbro, raccontando dell’insediamento dei primi coloni sull’altopiano, alternando quell’enfasi stucchevole alla Modena City Ramblers ad incursioni metallizzate che percorrono sentieri melodici piacevolmente oscuri, lasciando spazio anche ad un momento a cappella in cui viene valorizzato un altro pregio della band, la presenza di più voci soliste nel gruppo, che amplia ulteriormente la tavolozza cromatica. Belli i vocalizzi falsettati del frontman Jonathan Pablo Berretta.
Si parla di guerra e lotta per la sopravvivenza in “Ghebar Khriegan”, confermando quella modalità narrativa filastroccata (ma priva di spunti, magnetismo o eleganza) tipica dei cantastorie improvvisati, dove una cronaca banale infiorettata di qualche parolone, magari con le parole troncate e inversioni verbali per cercare facili rime, si dimostra incapace di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore. Se anche la produzione eccessivamente patinata mi allontana da un concetto di folk che, personalmente, desidererei più verace (non grezzo o rustico: genuino), ho apprezzato molto sia i temi melodici di organetto, sia le sezioni strumentali più metalliche, che possono contare sul raffinato contributo ritmico di Federico Rebeschini Sambugaro (con un nome così…).
La tempesta/drago “Vaia” viene ricordata nell’omonimo brano, introdotto da una voce narrante grottesca che sembra la voce fuori campo di Fantozzi ed inficia questo piccolo momento acustico di luttuosa memoria. La narrazione del tristo evento prosegue su “Dar Aatom me Pèrge”, che spero riesca a restituire in lingua madre una forma migliore rispetto alla parte di testo in italiano, compromessa dalle osservazioni adombrate poco fa. Musicalmente funzionano bene sia le piccole architetture acustiche, che si mantengono nella zona di comfort della tradizione, sia le parti elettriche, che riescono a sfuggire alle più trite banalità del genere, pur rimanendo un pochino legnose. Rispetto al disco d’esordio, lo stile si è asciugato delle derive da “Punkreas prealpini”, irrobustendo la componente metallica e raffinando quella folk.
“Gakhrieget Lant” è uno dei brani in cui maggiormente avverto lo stridore tra i pregi e i difetti di questo gruppo: qui abbiamo come cantante solista la voce perfetta di Ilaria, così composta, precisa e controllata da sembrare uscita da una canzone di Suno! La melodia del brano è molto ben scritta e spicca per qualità rispetto a tutto il resto del disco, eppure, vuoi per il suo modo maggiore di quasi eccessiva gaiezza, vuoi per il folklorismo oleografico evocato da un testo che sembra scritto da Alessandra Valeri Manera, l’effetto finale è di imbarazzato disagio nei confronti di quella che potrebbe essere la bella sigla di un cartone animato. Mi piace quando i dischi mi spiazzano e stupiscono, soprattutto se con strumenti di qualità, ma in questo caso resto dubbioso. Certo, questo turbamento è nulla rispetto alla successiva “Il Minatore”. Anche qui la dicotomia tra luci e ombre dei Balt Hüttar, almeno secondo il mio personale gusto, esplode: in quello che vorrebbe essere un inno, uno di quei brani “da concerto” per eccellenza, ci troviamo di fronte ad una canzone che funziona nelle sue alternanze ritmiche pulsanti, ma che frana sotto il peso di un testo che fa esplodere il cringiometro, con perle quali “il minatore lo sai che ha un grande cuore, non vede primavere, non sente il vento fischiare, non vede l’onda del mare”. E dire che, poco prima, abbiamo un passaggio emotivamente riuscitissimo “tutto il mondo si è fermato, ore 8:10 e poi un boato, tutto è crollato!” che colpisce al cuore con la sua appassionata interpretazione nel rievocare il disastro di Marcinelle.
Un danzante girotondo tragico viene allestito ancora una volta dalla voce tanto impeccabile quanto fuori luogo di Ilaria in “Grésatar Stòan”, che si alterna a Jonathan in un contrasto scanzonato tra forma e contenuto. “1310” è invece una delle drinking song più interessanti che abbia sentito, essendo di fatto una sorta di cover di “In Taberna Quando Sumus”, con la sua deliziosa filastrocca in latino di potente efficacia.
Altra canzone il cui testo pare partorito da un generatore automatico promptato da un ragazzo delle medie è “Prüdare Liebe”, un trascinante brano che fila splendidamente, dagli azzeccatissimi innesti folk, a cui manca forse solo un po’ di grinta in più.
Bella anche la cover del brano tradizionale cimbro “Tin Tan Nona”, che credo parli di gatti e topi, con dinamica ritmata e divertente offrendo un piacevole momento di svago prima della lunga title track conclusiva, una articolata mini suite di oltre sette minuti che descrive un raduno notturno di streghe in un alternarsi di momenti melodici e massicci tutto sommato ben riusciti.
Se dovessi azzardare un paragone, andando a scomodare i colleghi delle alpi occidentali Lou Quinse, direi che mentre questi sono il Folk Metal anarchico da centro sociale, i nostri appaiono invece come i rassicuranti folk metallers da parrocchia.
Dato che questa recensione esce con mesi di colpevole ritardo, vi informiamo che, nel frattempo, la talentuosa Ilaria non è più parte del gruppo, mentre i Balt Hüttar sono alle prese con un nuovo album dall’intrigante concept storico sulle origini della propria comunità, che non vediamo l’ora di ascoltare.
Marcello M
Tracklist:
- An Naüjez Lant
- Ghebar Khriegan
- Vaia – ´Z Gadénkhe
- Dar Aatom me Pèrge
- Gakhrieget Lant
- Il Minatore
- Grésatar Stòan
- 1310
- Prüdare Liebe
- Tin Tan Nona
- Tanzerloch
- Anno: 2025
- Etichetta: RockShots Records
- Genere: Cimbrian Folk Metal
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