Nati nel 2016 intorno alla figura di Roby Grinder, noto come Winternius durante la sua militanza nei Sacradis, i Winternius (appunto) hanno visto militare nelle proprie fila membri dei Sacradis, degli Spite Extreme Wing, degli Abysmal Grief e dei Necrodeath.
Con questo monicker i Winternius, a precedere questo “Underwater Darkness” hanno all’attivo un full-lenght (“Open Portal“, 2020) e un EP (“Kultra Nightmares”, 2023) ma è evidente che nel loro sangue scorra il sangue primordiale del black metal italico.
O, piuttosto. È da tempo che il black metal scorre nelle loro vene ma, evidentemente, proprio la padronanza della materia permette loro di trasfigurarne la sostanza secondo nuove coordinate stilistiche che loro stessi definiscono “black rising metal”.
Fin dall’opener “Unholy Black Ship” il black metal proposto sembra rifuggire atmosfere asfittiche e opprimenti, a favore di un impianto melodico e arioso e di ritmiche incalzanti e dinamiche. Il riffing d’apertura, pur impregnato di un gusto che potrebbe evocare i Dimmu Borgir, ha la dinamica dell’heavy metal ottantiano, ma quello che colpisce è l’utilizzo della chitarra solista che si prende la scena intessendo trame di ampio respiro il cui tema viene estratto e riarrangiato di seguito assecondando ed esaltando i cambi di passo ritmico e di metrica. Dal punto di vista compositivo viene mantenuto uno schema “classico” del black metal: assalto frontale in up tempo/cesura ultra rallentata/ripartenza in up tempo e chiusura simmetrica. Le varie sezioni sono poi articolate da uno sviluppo di gusto prog (in senso lato), ovvero dalla giustapposizione di sezioni in cui cambio di metrica regala un senso di dinamica urgenza. Spicca nel livello già elevatissimo della traccia, in termini non solo di tecnica esecutiva ma soprattutto di gusto musicale, la sezione rallentata che riesce a spostare emotivamente verso territori più lugubri e drammatici la traccia che, nel suo complesso, risulta più “esuberante” e luminosa che tetra ed opprimente. L’apporto lirico ed epico delle clean vocals in questo frangente sugella il “patto riconciliativo” dei Winternius con il metal classico.
Nonostante i vaghi sentori di Behemoth, Belphegor e, ancora, Dimmu Borgir , il riffing di “The Beacon” ha tutto il piglio caratteristico dei Megadeth, a confermare questa “riconciliazione” della musica dei Winternius con le correnti del metal tradizionale che, per atto fondativo, il black metal aveva affrontato con furia iconoclasta. La traccia è una cavalcata entusiasta dal piglio vagamente speed metal, interrotta al centro da una sezione rallentata ed evocativa in cui emerge un’epica “pagana” coronata da solismi in cui un sapore medio-orientale si coniuga ad approcci slayeriani.
“Dark Mirage” ci accoglie con un riff a note in cui il doom settantiano incontra gli Slayer di “Season In The Abyss”, commentato dalla voce in clean che rimanda al miglior Dickinson, seguita da un articolato e sognante assolo di chitarra. Alla sezione in mid tempo iniziale così caratterizzata segue uno sviluppo up tempo in bilico tra Death e Death Angel che ci consegna all’immancabile sezione rallentata a metà del guado. Se c’era da aspettarsi a livello compositivo la sua presenza, del tutto inaspettato invece trovarsi al cospetto di uno strano crossover tra Metallica era “Black Album” e vocals che occhieggiano ai Beatles. Il successivo crescendo innesta una marcia diversa sul piano emotivo affidando ad un giro in power chord dal sapore doomeggiante e una doppia cassa sostenuta il reggere il dialogo tra le abissali voci in growl e i solismi evocativi e maligni della chitarra, mentre un lick arpeggiato in clean infonde un vago sapore dark wave alla sezione. La cui naturale conclusione è un mid tempo ricco di groove doom, valorizzato da giri di basso da manuale, in cui la voce si libra a proprio agio tra parti in clean, rauchi yell e scream accennati.
Colpisce a questo punto la capacità dei Winternius di tenere con mano ferma e coerenza melodico/armonica il timone compositivo di una giustapposizione così drastica di stili nella stessa traccia.
“Gods of Hunger”, al netto dello scream acido e maligno delle vocals, esordisce con un riffing e un piglio alla Judas Priest. Anche le metriche del cantato in effetti appartengono a quel panorama, tanto da farmi tornare in mente (ammetto di essere un campione di “pensiero laterale”) l’operazione “Cherry Orchards” dei Celtic Frost. Senza apparente sforzo la traccia vira su lidi marcatamente voivodiani con un crescendo in terzinato destinato a condurci alle vette rarefatte di un’apertura caratterizzata da clean vocals epiche e sognanti. Al netto dell’introduzione di frangenti di caos controllato in stile Deathspell Omega, questa sezione viene ribadita e conclusa da un ispirato assolo lento di derivazione hard rock per ricondurci al riff iniziale, prima supportato da un furioso blast beat e poi riportato in up tempo a sostenere un’altra incursione solista.
A spezzare la tracklist troviamo “Intro (Underwater Darkness)”, una composizione ambient il cui tema portante sembra tradotto direttamente da un album degli Einstuerzende Nuebauten, commentato da rumori ambientali di ispirazione oceanica. Un piacevole momento di abbandono che ci conduce a “The Abyss” che esordisce con un autorevole mid tempo in cui il growl sembra gorgogliare direttamente dalle profondità dell’oceano. In questa traccia il gioco di contrapposizione tra assalto brutale e sviluppo di sezioni ariose ed epiche si fa più marcato ma, per quanto la sezione in skank beat che prende le redini dal mid tempo iniziale risulti ad ora la più brutale del lotto, è evidente che il vero asso nella manica dei Winternius risieda nella stratificazione delle sezioni mid tempo cui giovano il dispiegarsi delle linee vocali nei registri del clean e dello scream su trame di chitarra che disegnano ampie traiettorie melodiche. Pregevole e mai incline al virtuosismo fine a sé stesso l’intervento della solista che sembra chiudere il discorso intrapreso con i dilatatissimi lick a note. Nonostante la semplicità dello schema compositivo, o forse proprio grazie a questa semplicità, si apprezzano nella proposta dei Winternius i piccoli ma significativi dettagli di arrangiamento. Si veda ad esempio il raddoppio in tremolo picking della chitarra nella seconda ripetizione della sezione in skank beat. O, nel finale, l’omaggio della parte vocale ai Celtic Frost.
Il blast beat iniziale di “Black Evil Cormorants” con i suoi accenti spostati e i fraseggi medio-orientaleggianti in tremolo picking evoca a livello di furia il blackened death dei Behemoth era “Satanica”. Eppure, progressivamente si insinuano frammenti di dna differenti che mutano in maniera significativa l’atmosfera del brano portandolo su lidi più viking, se non “pirateschi”. Se sul piano compositivo siamo nel più puro canone black, blast tempo/ultra-rallentamento/mid-tempo/blast tempo, l’ibridazione a livello di riffing è a tratti sorprendente quanto efficace.
Con “Vile Vortex” si torna ad una struttura fondamentalmente thrash di ispirazione Megadeth che viene trasfigurata da un utilizzo peculiare di un controcanto in tremolo picking che infonde molta dinamicità al riffing. Sul piano del songwriting si conferma la formula A-B-A, là dove A prevede uno sviluppo in up tempo e B un breakdown lento e conseguenti crescendo. Frangente questo in cui i Winternius si prendono ampio spazio sia per un dialogo tra voci in clean dal taglio “classic metal” e scream acido, sia per contributi di chitarra solista, come al solito molto efficaci.
“Global Alien War” prosegue nel suo incipit il vincente connubio tra il thrash strutturato a la Megadeth e un cantato in scream maligno ed autorevole. In una sorta di schema strofa-ritornello a tre vertici, segue un’apertura retta da un giro di power-chords e l’ingresso di un tema declinato in tremolo picking supportato da un drumming dinamico che passa da ritmi tribaleggianti in doppia cassa/tom ad un up tempo che ci consegna ad un breve inciso centrale destinato alla sezione solista. Come nelle tracce precedenti si conferma la chiusura del brano con ripresa della sezione iniziale, che viene spinta in velocità a supportare un ulteriore contributo di solista fino ad una chiusura in fade-out del brano.
I Winternius sono musicisti di gran calibro, difficile trovare una virgola fuori posto lungo l’ascolto della tracklist, peraltro graziata da una produzione di livello. Le vocals gestiscono con efficacia e padronanza i diversi registri e gli arrangiamenti sono orchestrati con gusto ed immediatezza, riuscendo a rendere vibranti strutture compositive che altre formazioni avrebbero reso noiose.
Questo lavoro dei Winternius arriva a confermare una tendenza emergente nel panorama attuale del black metal italiano che vede approcciare il genere abbandonandone il carattere “estremo” a favore di una più compiuta musicalità. E in questo si torna a guardare al passato e a riappropriarsi di un’attitudine compositiva ed esecutiva propria del metal ottantiano e farne propria la capacità di concepire musica energica e di immediata presa.
Vero è che il black metal melodico prevede l’utilizzo di melodie e, quindi, risulta essere più approcciabile e di facile ascolto. Altrettanto vero è che un’aura di sulfurea malignità, di abissale sconforto o di soverchiante confronto con il caos anti-umano sono (dovrebbero) essere tratti caratteristici di questo distretto stilistico. Ebbene, questi tratti nella musica dei Winternius sono riuscito a riconoscerli in poche (per quanto assolutamente ben concepite ed eseguite) occasioni. Insomma, se proprio dobbiamo guardare al passato (remoto) del metal, i Winternius mi sembrano raccogliere più l’eredità dei Led Zeppelin che quella dei Black Sabbath.
Samaang Ruinees
Tracklist
- Intro / Unholy Black Ship
- The Beacon
- Dark Mirage
- Gods of Hunger
- Intro (Underwater Darkness)
- The Abyss
- Black Evil Cormorants
- Vile Vortex
- Global Alien War
- Anno: 2025
- Etichetta: Dusktone
- Genere: Melodic Black Metal
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