Uno degli eventi più criticati dell’estate scorsa fu il ‘Ferrara Summer Festival‘ per tutta una serie di problemi logistici che andavano verificati in prima persona.
La rassegna si dipana su alcuni fine settimana e già dall’inverno scorso avevo scelto l’evento più accattivante.
Domenica 14 Giugno era la data perfetta, sei band, una dietro all’altra, con un programma ricco di musicisti e gruppi che hanno fatto la storia del Metal.
Ferrara mi accoglie con un clima torrido, tipico della ‘ridente’ pianura padana. La tranquilla domenica della rinascimentale sede degli Estensi si ritrova disturbata sin dalle prime ore della mattina da un’orda di metallari che riempiono il centro storico con le loro magliette nere, jeans, pelle e borchie.

Il tempo per una visita esterna alle principali attrazioni cittadine (la Cattedrale di San Giorgio, il Palazzo Municipale ed il Castello Estense) e poi tutti verso Piazza Ariostea, sede del Festival.
Posta in pieno centro storico, circondata da palazzi ottocenteschi, è sicuramente affascinante soprattutto per la grande colonna sulla quale è posta una statua di uno dei padri fondatori della letteratura italiana, quel Ludovico Ariosto che a Ferrara morì nel 1533.
All’ingresso perquisizione accurata per evitare che vengano introdotti cibi e bevande, normativa che solleva sempre tante polemiche. Quest’anno però l’organizzazione ha provveduto a fornire le bottiglie di acqua (calde) subito dopo l’ingresso (non si capisce perchè vengano requisite all’ingresso per poi regalartele un metro dopo, mistero).
Presa nota di quest’aspetto comunque positivo la grande piazza ci accoglie con i suoi stand gastronomici, merchandise ufficiale e molte zona d’ombra ai lati; il grande palco domina il lato est ma quello che colpisce è la divisione fatta nella platea tra il pit e la zona più distante, divise non da una semplice transenna ma dall’imponente zona del mixer, dalla colonna dell’Ariosto e dalla zona food. In pratica se non compri il biglietto del pit sei costretto a stare ai lati per avere una visione completa del palco. Le perplessità aumentano quando mi accorgo che i servizi igienici (una quarantina di bagni chimici) non saranno assolutamente in grado di supportare le esigenze di quasi 20.000 persone e non c’è la possibilità di uscire e rientrare: insomma organizzazione un po’ rivedibile.
Mi informo sui prezzi delle vivande: 15€ una pizza surgelata riscaldata, 3€ una bottiglietta d’acqua, 10€ uno spritz. No comment.

 

                                                                 Ludovico Ariosto volge le spalle al pubblico

 

Ma la musica?
Alle 15, puntualissimi, sono i padroni di casa Game Over ad aprire la kermesse con il loro Thrash Metal potente ma melodico, pieno di rimandi a quelle band di oltreoceano che hanno gettato le basi del genere (alcune delle quali le vedremo dopo).
Non avete idea di cosa possa significare per noi suonare a casa nostra in questo Festival!‘ urla il frontman Danny Schiavina tra gli applausi del pubblico già numeroso nonostante l’orario. Mezz’ora è sufficiente per regalarci un’ottima performance che pesca a piene mani dall’ultimo ‘Face The End‘. Ci rivediamo tra qualche giorno al Southammer Metal Fest, dove avrò modo di riapprezzarli speriamo con una scaletta un po’ più lunga.

Si cambia genere con i portoghesi Gaerea che si presentano completamente vestiti di nero e mascherati con un sigillo, con la volontà di focalizzare l’attenzione sulla musica e non sui musicisti. Partiti una decina di anni fa con un Black Metal molto originale, pieno di venature melodiche e atmosferiche, si sono attorcigliati su sé stessi per la ricerca spasmodica dell’originalità e sono arrivati ad essere una delle migliaia band che si professano autori del fantomatico ‘Metal Moderno‘, un coacervo di Post-Black, Metalcore, Sludge, Doom e chi più ne ha, più ne metta. Penalizzati da un suono impastato e debole (ma su questo aspetto ci ritorneremo) mi hanno molto deluso dopo averlo già fatto nell’ultimo disco in studio ‘Loss‘. Bocciati.

Sono le 17 e finalmente si arriva ad uno dei concerti più attesi della giornata: Max e Igor Cavalera girano il mondo riproponendo (quasi) interamente quel ‘Chaos A.D.‘ che portò i Sepultura a diventare una delle band più famose degli anni ’90: canzoni incisive, innovazioni stilistiche e violenza tribale condita da testi impegnati. Tutto questo lo ritroviamo sul palco di Ferrara per un concerto memorabile, con il pubblico a rispondere alle sollecitazioni di Max che rimane uno dei frontman più carismatici che abbia mai visto. Accompagnato dal fratello Igor alla batteria, dal figlio Igor Jr. all’altra chitarra e da Travis Stone al basso ci regala un salto nel passato soprattutto a noi della ‘Generazione X’: avevo accanto a me due ragazzi a malapena ventenni che cercavano nel telefono i titoli delle canzoni e che non sembravano particolarmente coinvolti quando invece durante i Gaerea si erano esaltati: ‘mala tempora currunt sed peiora parantur‘ diceva Cicerone.
Con la cover di ‘Sympton Of The Universe‘ come ciliegina sulla torta si conclude uno dei momenti più entusiasmanti della giornata; ma le emozioni sono appena iniziate.

E’ il momento dei Black Label Society, la band di un’altra iconica figura dell’Heavy Metal: sto parlando di Zakk Wylde che nel 1987, dopo un demo di cover e assoli, recapitato in maniera rocambolesca all’entourage di Ozzy Osbourne, che stava cercando un chitarrista per la sua band, fu assunto dal leggendario cantante a soli 19 anni.
La figura di Ozzy aleggia sull’intera esibizione soprattutto durante la breve esecuzione di una strofa di ‘No More Tears‘, sufficiente a far scendere qualche lacrimuccia a tutta la piazza, e ‘Stillborn‘ ove aveva cantato lo stesso Ozzy.
Sul palco Zakk è l’indiscusso protagonista: con addosso il caratteristico Kilt giallo nero, barba e capelli stile vichingo medievale coinvolge con il suo Hard & Heavy, con la sua voce un po’ blues, un po’ country ma soprattutto con i suoi riff pesantissimi diventati ormai un marchio di fabbrica.
Applausi, saluti e baci.

E veniamo al concerto vincitore della giornata: gli Anthrax ho avuto la fortuna di vederli diverse volte (la prima nel 1987) e rimango sempre impressionato dall’energia che riescono a trasmettere, con un pubblico che dalla prima all’ultima fila canta, balla e salta allo sfinimento. Si parla di gente di 63/66 anni per i quali sembra non passare il tempo: Joey Belladonna rientra nella categoria dei cantanti che invecchiando migliorano (insieme ad Halford, Biff e Dickinson tanto per fare qualche nome), Charlie Benante è un mostro di precisione dietro la batteria e Frank Bello e Scott Ian suonano e danzano come adolescenti; per assurdo il più ‘calmo’ è Jonathan Donais che è uno splendido quarantenne. Saccheggiando a piene mani da quello che è il disco di maggior successo ‘Among The Living‘, scuotono Ferrara dalle fondamenta con la title track, ‘Indians‘ e ‘Caught In The Mosh‘. C’è tempo anche per la nuova ‘It’s for The Kids‘ del prossimo lavoro in uscita a settembre ed il ripescaggio della mitica ‘Metal Thrashing Mad‘ dal disco di esordio ‘Fistful Of Metal‘. Tra il pubblico è unanime la sensazione che il Thrash degli Anthrax, meno oscuro (per esempio rispetto agli Slayer) o meno tecnico (rispetto ai Megadeth) ma con una attitudine votata alla spensieratezza ed al divertimento, risulti ancora una volta fenomenale dal vivo con grande enfasi ai cori ed ai ritornelli, finendo per conquistare anche lo spettatore più compassato.
Io ne sono uscito distrutto nel fisico e nella voce ma mi sono divertito come da tempo non mi succedeva.

 

                                                            I Megadeth sul palco (foto dal sito del Comune di Ferrara)

Mezz’ora di meritato riposo e giungiamo all’ultimo (?) concerto dell’ultima tourneè (?) di Dave Mustaine ed i suoi Megadeth.
Superato un tumore alla gola da poco tempo, il 65nne chitarrista si presenta sul palco con l’abituale camicia bianca e pantalone nero, un look smart casual, essenziale e molto pulito, come pulita è la sua meravigliosa tecnica chitarristica, capace nell’abbinare riff su riff cesellati da assoli velocissimi. Circondato da super musicisti, James LoMenzo al basso, Dirk Verbeuren alla batteria e Teemu Mantysaari all’altra chitarra, arriva sul palco dal nulla, senza intro, senza presentazioni, senza dire una parola ed esegue la recente ‘Tipping Point‘, che in sede live piace più che su in disco, l’immortale ‘Hangar 18‘ e l’autobiografica ‘This Was My Life‘. Con una discografia che abbraccia 40 anni Dave si sbizzarisce a ripescare vecchi e più recenti successi senza dimenticare il suo burrascoso passato nei/coi Metallica ai quali ricorda di esserne stato mente e braccio nella loro fase iniziale: con una ferocia che i Metallica non hanno più, ‘MegaDave‘ ed i suoi Megadeth eseguono ‘Mechanix‘ (conosciuta come ‘The Four Horsemen‘) e ‘Ride The Lightning‘, chiudendo simbolicamente un cerchio, tornando dove tutto era partito; e anche qui sono emozioni che volano nel cielo di Ferrara e attraversano tutti i presenti.
Se con gli Anthrax ‘divertimento’ era la parola chiave, con i Megadeth si parla di ‘perfezione’, nessuna nota fuori posto, l’esecuzione dei brani uguale a quella su disco, nessun momento di vero coinvolgimento del pubblico che canta alcuni ritornelli al posto di un Mustaine davvero in difficoltà sul piano della voce.
Si chiude la serata con Dave Mustaine da solo sul palco a raccogliere l’applauso del pubblico come un tenore che si presenta al proscenio a fine serata.

Rimane da completare una riflessione sui suoni e sulla giornata in generale.
Più volte durante le esibizioni, soprattutto da parte degli spettatori più lontani dal palco, si levavano proteste sul volume particolarmente basso. Per quanto mi riguarda è vero che sia per l’acustica della piazza che per la location non si sentiva benissimo ma, Gaerea a parte, credo di meglio non si sarebbe potuto avere.
Il programma era davvero troppo invitante per non andare a vedere questo Ferrara Summer Festival, che dal punto di vista musicale si merita ampiamente il prezzo del biglietto ma che difficilmente mi vedrà nuovamente presente l’anno prossimo.
L’estate dei Festival è appena iniziata, restate sintonizzati.

 

Filippo Marroni

 

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