Italia di Metallo ne ha accompagnato le fatiche con le recensioni dei suoi ultimi lavori ‘Key to your Kingdom‘ e, più di recente, ‘Echoes from the Winter Silence‘ e con quelle delle band in cui ha militato (Chronosfear e Silence Oath). E’ giunto il momento di incontrare, seppur virtualmente, il cantante e polistrumentista veronese per farci raccontare qualche dettaglio in più della sua storia, delle band che lo hanno ispirato e dei suoi progetti futuri:

D: Ciao Filippo, grazie per il tempo che ci dedichi visti i mille impegni; vorrei iniziare con una domanda sul tuo stile. Nel tempo hai militato in band che appartenevano a generi molto diversi, dal power al death al prog-sinfonico. C’è una chiave di lettura comune, qual è il genere in cui Filippo Tezza si sente più a suo agio sia nello scrivere che nell’eseguire i brani?

Ciao a tutti i lettori e innanzitutto grazie per questo spazio! Si è vero, ho fatto parte di vari progetti, one-man-band in particolare, e anche bands, di natura musicale anche piuttosto diversa (rimanendo comunque sempre nell’ambito metal). Diciamo che mi è sempre piaciuto sperimentare in più direzioni diverse, essendo io prima di tutto un grande fan ed ascoltatore di metal, sia di quello più melodico, sia di quello più estremo. In generale, sono un fan della musica, non sto a farmi troppi problemi se un brano sia metal o non lo sia; se mi piace e mi comunica qualcosa, lo ascolto senza tanti problemi, che sia metal, pop, punk, darkwave, prog, ambient ecc. In tutto questo comunque c’è sicuramente un filone, o almeno un paio, in cui mi sento particolarmente a mio agio nella scrittura e arrangiamento di brani, ovvero il power metal dal taglio epico/sinfonico, e il black metal epico/atmosferico. Non a caso, al momento, i miei due progetti solisti attivi principali sono Tezza F per il power e Silence Oath per il black, dove esprimo il mio amore per queste sonorità e dove sento di potermi esprimere al meglio artisticamente.

D: Sempre a proposito della varietà di atmosfere e generi, trovi più semplice lavorare in progetti “one man band” che in gruppo? La scelta di abbandonare definitivamente i Chronosfear viene da un desiderio di maggiore libertà stilistica?

Onestamente, negli ultimi tempi trovo più produttivo e stimolante arrangiarmi con soluzioni “one-man-band” piuttosto di lavorare in gruppo: meno trambusto, meno problemi, nessuno da rincorrere per avere risposte, nessun malumore da gestire. Decido per me stesso come e quando fare le cose. Certo, mi mancano i bei tempi di quando ero su un palco, ma ci ho fatto l’abitudine e mi sono messo l’anima in pace. Porto avanti questi progetti solisti da tanti anni; spesso hanno convissuto con le varie band di cui ho fatto parte. In questo momento della mia vita, semplicemente, preferisco evitare di dare vita a nuovi progetti che non siano su base individuale. L’esperienza decennale conclusa in malo modo con i Chronosfear sicuramente mi ha segnato da questo punto di vista: loro sono stati per una decina di anni il mio sogno, la mia motivazione e ci ho sempre messo tutta l’energia e voglia possibili, sia sul palco sia nella scrittura/arrangiamento dei brani (la maggior parte dei brani pubblicati dalla band sono scritti da me).  Me ne sono dovuto andare per alcuni atteggiamenti mancanti di rispetto nei miei confronti, da parte di una persona in particolare. Ho sopportato per diverso tempo fino a che non mi sono sentito di troppo. Non avevo più voglia di essere trattato come un peso. Quindi no, la mia fuoriuscita dai Chronosfear non è assolutamente legata a un desiderio di maggiore libertà stilistica, poiché ne ero già il compositore principale e comunque avevo già tutti i miei progetti solisti in corso. Me ne sono andato perché non c’erano più i presupposti “umani” per continuare a crederci al 100%. Il nome della band non era mio e quindi sono stato io ad abbandonare, nonostante l’interesse dell’altra persona si fosse secondo me ormai spostato totalmente verso un altro suo progetto: da allora il nome Chronosfear è infatti sparito dalla circolazione, ed è un peccato che sia finita in modo così amaro, perché le potenzialità di quella band erano davvero grandi. Puoi capire quindi che quando esci da una situazione del genere, perdi del tutto la voglia di rimetterti in gioco, soprattutto quando non sei più propriamente un ragazzino. Ammetto senza problemi che mi manca il periodo passato con quella band

D: Rileggendo le recensioni e ascoltando i tuoi lavori emergono influenze molto distanti: il power tedesco e finlandese (Gamma Ray/Helloween e Stratovarius per citarne i più noti esponenti), Dimmu Borgir, Cradle of Filth, perfino Pink Floyd. Tutto vero? Quali sono le tue influenze?

Direi che è un bell’insieme di influenze che tutto sommato condivido! Chiaramente quelle maggiormente melodiche derivano dal power europeo e dalla scena melodic/symphonic, mentre sul versante più estremo, che esploro con il progetto black Silence Oath, sono partito dal symphonic black più barocco e sontuoso (appunto i classici Dimmu Borgir e Cradle of Filth degli anni d’oro), poi un po’ alla volta ho virato verso un approccio più vicino all’atmospheric, che è ad oggi più vicino ai miei ascolti ricorrenti. Al momento band come Drudkh, Wolves in the Throne Room, Burzum, e tutta la scuola più ambient/atmospheric/depressive (fatta spesso e volentieri di misteriosi e sfuggevoli progetti one-man-band), sono maggiormente vicini ai miei ascolti e alle mie intenzioni musicali in ambito black. Il power invece (sembrerà un po’ strano a molti), ultimamente lo ascolto molto poco, e se lo faccio viro sui classici che mi hanno formato e sui dischi storici. A parte qualche rara eccezione, ultimamente non trovo prodotti molto emozionanti nel nuovo power/prog/symphonic metal. A mio parere questo genere ha dato il meglio nel passato, quello che rimane mio DNA musicale. Mi fa infine piacere l’appunto sui Pink Floyd, nonostante per tanti anni non siano in realtà mai rientrati nei miei ascolti ricorrenti. Solo negli ultimi anni sono riuscito ad apprezzarli a dovere e come meritano.

D: Lasciando da parte la formazione musicale, quale musica ascolti più volentieri? La classica domanda: se dovessi trascorrere un mese in solitudine potendo portare con te solo tre album, quali band sceglieresti?

Come dicevo prima, i miei ascolti spaziano abbastanza nell’ambito del metal, ma anche al di fuori. Mi piace tenermi un po’ aggiornato sulle nuove uscite nel corso dell’anno, quindi sono abbastanza aggiornato sulle novità e spesso questa cosa mi porta anche a conoscere band nuove, mosso dalla curiosità di una nuova uscita che mi ispira, anche se non ho magari mai sentito nominare il gruppo. Insomma, per fortuna ho parecchia curiosità al riguardo, e penso che debba essere il motore fondamentale per chiunque dica di essere appassionato di musica. Anche come musicista, ritengo che sia un valore aggiunto avere la mente aperta anche verso generi lontani dal metal. Se proprio devo rispondere, direi che negli ultimi anni i miei ascolti si dirigono verso atmospheric black metal, depressive black, doom che alterno con darkwave, pop, rock, post-rock, punk, post-punk, ambient… insomma, dipende anche un po’ dal mood e dal momento della giornata in cui posso ascoltare musica. Se dovessi scegliere tre album, per un solo mese di completa solitudine (quindi direi che possiamo rimanere nell’ambito di qualcosa di malinconico), ti direi: “Autumn Aurora” dei Drudkh, “Between the Darkness Between the Starlight” di Nhor, e via, mettiamoci “Disintegration” dei The Cure. Domani tuttavia, potrei benissimo cambiare idea, ahah!

D: Avendo lavorato sotto diverse etichette, a livello di band e di progetti solisti, ritieni che sia giusto che ognuno mantenga il proprio stile oppure, come in Echoes from the Winter Silence, atmosfere diverse possono convivere all’interno dello stesso album?

Certo, anzi in realtà quello che spesso faccio nei miei progetti di differenti generi è mischiare un po’ i due mondi (il melodico e l’estremo). Nel progetto Tezza F, prettamente power, spesso confluiscono influenze vicine al black o death metal, così come accade il contrario nel progetto Silence Oath, dove spesso uso anche voci pulite e cori o chitarre molto melodiche che richiamano un po’ il power. Per me è diventato piuttosto naturale scrivere e pensare un brano o un album in questa maniera e non ci trovo niente di male sinceramente. Nell’ultimo album “Echoes from the Winter Silence” infatti, alcune di queste influenze estreme sono abbastanza evidenti, come per esempio nei brani “Sacred Fire” o nella suite “Winter of Souls”. Ma se riascoltate l’EP “The Guardian Rises II” del 2020 questo aspetto è ancora più marcato, quindi sì, a mio avviso atmosfere e “vibes” diverse possono convivere in uno stesso brano o in uno stesso album, ed è anzi un aspetto che trovo molto interessante e vincente anche in altre band.

D: Arriviamo alla genesi dei brani: specie nei lavori solisti quel che non ti manca, immagino, è la libertà di azione. Come nasce la tua musica: scrivi prima i testi e poi la musica segue di conseguenza a seconda dell’atmosfera da creare oppure parti dalle strutture musicali per poi trovare temi adatti che ti ispirano nella scrittura delle liriche da sovrapporre?

Ho sempre realizzato prima la musica e poi i testi come passo successivo, una volta che la musica è completamente scritta ed arrangiata. Fin da quando ho iniziato, questo è sempre stato il mio modus operandi, quindi parte sempre tutto da un’idea musicale che ho in mente, che può essere una particolare atmosfera, una melodia, un riff ecc… Da lì, una volta sviluppato tutto il brano, comincio a ragionare sul tema e sui testi in base alla metrica che il brano mi consente. Non mi sono mai considerato tuttavia un grande paroliere, perciò la fase della scrittura testi non la vivo sempre così bene, perché a volte mi sembra di doverlo fare in modo forzato. In certe occasioni, tuttavia, ne sono usciti alcuni testi di cui vado molto orgoglioso, quindi alla fine dei conti è una cosa che mi richiede un certo sforzo mentale, ma poi il più delle volte sono contento del risultato.

D: Parlaci di “Winter of Souls”, una vera e propria opera nell’opera. E’ nata così, come suite lunga ed articolata, oppure si è sviluppata fino alla sua forma completa?

Il brano conclusivo “Winter of Souls” è uno dei brani di cui sono più contento nel nuovo disco. La struttura è nata già così come la sentite, nel lontano 2008. Il brano infatti faceva parte del mio secondo demo che portava proprio il titolo della suite (“Winter of Souls” appunto), realizzato in quell’anno ma mai distribuito se non ad amici e conoscenti (per fortuna, perché era fatto piuttosto male). Mi ero sempre ripromesso di riprendere e ri-arrangiare completamente quel materiale, e nel caso di questo lungo brano, la struttura è rimasta pressoché invariata da allora, se non con qualche lieve aggiustamento e snellimento, mentre l’arrangiamento che sentite oggi di tutte le parti strumentali e vocali è una versione completamente riscritta e molto più completa rispetto ad allora. Anche il testo è stato lievemente rielaborato e sistemato, ma sostanzialmente il contenuto lirico ed il tema del brano sono rimasti invariati. E’ un brano che parla della guerra, del percorso di consapevolezza di un soldato che combatte per un ideale ma, mano a mano che quell’inferno prosegue, capisce che questo ideale non esiste e che non c’è alcun reale significato nell’ammazzare altri esseri umani. Questa rinnovata consapevolezza lo porta a scavare dentro la propria anima che diventa sempre più vuota e nera, fino al ritorno a casa, dopo il quale non sarà mai più la stessa persona che era prima di partire. Anche i brani “Darkness” e “Sacred Fire” affrontano questo tema, da cui deriva un mood sostanzialmente più cupo e malinconico del solito, come si evince anche dalla copertina dell’album.

D: Ultime tre domande per toglierci ancora qualche curiosità: la prima…. Fai veramente tutto da solo? Oltre a cantare, suoni tutti gli strumenti? Non ti manca ogni tanto il confronto con qualcuno, in studio o in fase di composizione?

Si, faccio tutto da solo nel mio home-studio, dalla scrittura alla registrazione degli strumenti (tutti tranne la batteria, che quindi programmo componendo le parti in MIDI) e la maggior parte delle volte mi occupo anche del mixaggio e mastering, anche se per gli ultimi due album ho voluto affidare il master ad uno studio esterno. Nasco come chitarrista e cantante, quindi per registrare chitarre, basso e voci non ho mai avuto problemi; le tastiere invece all’inizio le programmavo anch’esse per comodità componendole in MIDI. Da tempo, avendo un po’ imparato meglio anche il pianoforte, preferisco suonarle direttamente per catturare la giusta intenzione e le giuste dinamiche che una semplice scrittura MIDI non ti permette di ottenere subito. Sarò molto franco al riguardo: non sento la necessità di aiuti esterni quando lavoro alla mia musica, e non mi manca sinceramente il confronto con qualcuno. Ammetto anche di essere sempre stato abbastanza geloso della mia musica, pertanto non ho mai cercato più di tanto questo confronto, perlomeno in fase di composizione (sono assolutamente consapevole che questo sia un difetto). Poi, invece, in fase di mixaggio sono sempre più aperto alle idee e al confronto, perché riconosco che il mix è uno dei limiti della mia musica. Se ascolti per esempio i mixaggi dell’EP “The Guardian Rises I” (2015) confrontandolo con “Echoes…” (2025), entrambi fatti da me, c’è sicuramente un evidente miglioramento, ma parliamo ancora di un mixaggio amatoriale e da autodidatta, non di certo professionale.

D: La seconda, inevitabile, sulla scena metal nazionale. Come sta, secondo te, l’Italia di Metallo? Abbiamo assistito alla recente calata trionfale degli Iron Maiden a San Siro e dei Metallica a Bologna. Oltre a questi colossi che sembrano intramontabili, c’è spazio per le nostre band?

Mah, fino a 15-20 anni fa le cose nell’underground erano tutt’altra cosa rispetto a ora. Io ho avuto la fortuna di viverlo da giovanotto quel periodo; c’erano ancora un sacco di band nuove, formate spesso anche da giovanissimi metallari, con un sacco di fermento e tanta voglia di spaccare; ogni weekend si aveva l’opportunità di scegliere in quale locale andare per sentire un concerto metal. Ho fatto un sacco di concerti anch’io in quel periodo, nonostante il mio gruppo di allora fosse molto poco preciso, poco estetico, tecnicamente poco preparato. Però ci mettevamo anima e “cazzimma” ad ogni live, e la gente lo percepiva. Poi tutto questo, negli ultimi anni, l’ho visto via via trasformarsi in un movimento sempre meno acceso e sempre più “controllato”. Hanno iniziato ad imperare le agenzia di booking, emerse come funghi, con cui i locali (sempre meno peraltro, almeno sul nostro territorio) siglavano accordi per la gestione artistica; ci siamo trovati con meno locali che facevano esibire sempre le stesse band già rodate che avevano la possibilità o la conoscenza per farsi seguire da un’agenzia. Poi è diventato sempre più importante presentarsi bene, essere tecnicamente preparatissimi e con un occhio sempre presente all’estetica (nulla di male in tutto questo, sia chiaro, ma sicuramente ha limitato un po’ di quella vecchia “magia”). Di conseguenza ho visto sempre meno band giovani emergere e sempre meno gruppi nuovi avere la possibilità di farsi sentire e di esprimersi, almeno nel proprio territorio e nel proprio giro underground. Nonostante questa descrizione (forse anche fin troppo nostalgica in effetti) di come si sia arrivati a questo punto, devo dire che se non altro il livello qualitativo dei gruppi underground che iniziano ad emergere ora, è davvero molto alto. Quindi, tutto sommato, anche in Italia ci stiamo facendo valere senza dover dimostrare niente a nessuno. Ogni tanto vado ancora a qualche concerto underground (molto meno che in passato) e molte band diciamo giovani mettono spesso in scena una professionalità talvolta incredibile. Possiamo tranquillamente competere anche con il resto della scena estera, a mio avviso. Per quanto riguarda i numeri mastodontici di Iron Maiden e Metallica, non ho molto da dire sinceramente; credo che per queste band ci sarà sempre mercato e numeri, semplicemente perché per moltissime persone, il metal è solo Metallica e Iron Maiden (e ovviamente non sanno assolutamente cosa si perdono, se solo avessero un minimo di curiosità per espandere i propri orizzonti musicali), quindi non trovo strano che nonostante prezzi ormai folli, sia pieno di gente che continuerà a spendere queste cifre pur di vederli per l’ennesima volta; per carità, ognuno con i suoi soldi fa quello che vuole, però vorrei anche vedere se queste persone hanno mai comprato almeno un disco in vita loro che non porti il logo delle band più note. Non è sempre così chiaramente e non è mia intenzione fare di tutta l’erba un fascio. Per quanto mi riguarda, posso solo dire che ormai questi concerti enormi non fanno più per me. Preferisco comprare nuovi dischi, o comunque andare a vedere live più piccoli e in situazioni più contenute.

D: Ultima, ma importante…. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Tornerai sui palchi in veste di cantante o strumentista oppure stai già lavorando a qualcosa di nuovo in studio?

Mai dire mai, perché la vita sa anche sorprenderci alle volte, ma al momento ti dico che non credo tornerò mai ad avere una attività dal vivo con una band metal. L’entusiasmo che avevo per quel mondo al momento è purtroppo svanito, così come è finito il tempo delle grandi ambizioni musicali. Dopo l’amara conclusione con i Chronosfear ho dovuto elaborare l’accaduto ed accettare il fatto che tante cose non sono purtroppo andate per il verso giusto, e quindi va bene così, non tutti i sogni devono necessariamente sempre avere una conclusione positiva. Ci è voluto molto tempo, ma ora inizio ad essere finalmente sereno al riguardo. Sul fronte live, ho al momento solo una tribute band e un duo acustico che nulla c’entrano con il metal, entrambi sia un po’ per mio divertimento personale sia un po’ per arrotondare, quando possibile. Tornando al metal, preferisco quindi concentrarmi sui miei progetti studio, che al momento continuo a mantenere e a portare avanti. Il nuovissimo album dei Silence Oath è pronto al 100% da mesi, ma sto faticando a trovare una label adeguata e quindi mi sto dando del tempo per capire come muovermi; ho poi un altro album black in fase di elaborazione, un album funeral doom con un progetto non mio e di cui annunceremo tutto a tempo debito, un altro album per Tezza F già composto, una symphonic rock opera in fase di (lenta) registrazione, e un ipotetico album in stile darkwave/gothic rock che sto componendo e registrando anch’esso con assoluta calma. Ho sin troppa roba a cui stare dietro, ma essendo tutto un hobby, non ho fretta e mi ci posso dedicare nei ritagli di tempo e soprattutto quando sono realmente ispirato. Grazie di nuovo a Italia di Metallo e a tutti i lettori per lo spazio dedicatomi! Rock on!!!

 

Grazie mille a Tezza F per il tempo e le risposte… a risentirlo (in qualche forma) su Italia di Metallo

 

Intervista a cura di Alberto Trump

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