Formatisi nel 2010 in quel di Milano, i Mascharat arrivano nel 2026 al loro secondo album, “Ars Aurea Mortis” dopo un “Demo” (2010) e il debutto omonimo (2017). A fronte di una produzione musicale piuttosto rarefatta, i Mascharat offrono un sostanzioso corpus concettuale, imperniato da un lato sulla tradizione delle maschere del carnevale veneziano e dall’altro sulla filosofia esoterica e alchemica e alle pratiche mistiche legate all’Ars Goetia. La trasfigurazione dell’umano attraverso il mascheramento dunque intesa come la più primordiale pratica iniziatica verso mondi trascendenti, significato sotteso all’alchimia in cui la trasmutazione del piombo in oro è metafora della purificazione della materia grossolana in materia sottile. Ma anche, data la particolare natura della Goezia, una pragmatica dissimulazione dell’identità dell’officiante che si appresta ad evocare demoni che facilmente potrebbero sovvertire il senso della loro chiamata nella dimensione umana.
I titoli della tracklist evocano le 4 fasi della trasformazione della materia, inserite in una cornice che inquadra narrativamente la ricerca iniziatica.
L’aspetto musicale non risulta sminuito dall’ingombrante impianto concettuale, anzi ne è pervaso. L’intro iniziale potrebbe benissimo essere la colonna sonora di una pellicola dannata della Belle Époque, “Cabiria” (1914, Giovanni Pastrone-Gabriele D’annunzio). Di quell’incalzante inquietutine evocata dalle note di pianoforte dell’intro se ne ritrova ampia traccia nelle oscure melodie che caratterizzano lo sferzante riffing di “Re Mida” che aggredisce l’ascoltatore sorretto da un travolgente blast beat. Ma ancora più travolgente è il ritornello/invocazione che emerge nel classico breakdown centrale introdotto da un arpeggio dinamico che facilmente si traduce in un lick ricorsivo distorto. “Re Mida ha le orecchie d’asino” è l’evocazione raggelante che uno scream gracchiante e maligno innesta direttamente nel subconscio trascinandoci verso il baratro iniziatico che i Mascharat hanno predisposto per l’ascoltatore. Il songwritng segue una formula efficace e trascinante, riprendendo nell’accelerazione finale la stessa fascinazione mantrica della sezione centrale “Nei sette saloni risuona il lento cammino del tempo”.
Non c’è niente da fare: quando le liriche sono declamate in italiano la loro capacità suggestiva arriva nel profondo, a maggior ragione quando sono impregnate di conoscenze occulte e tradotte da una penna capace.
Il gusto per il riffing imperniato su linee melodiche di epica efficacia si conferma con la successiva “Nigredo”, che apre con un andamento più pomposo sorretto da una doppia cassa scandita prima di sterzare su un blast beat che ben sostiene uno strumming armonicamente molto interessante.
L’immancabile rallentamento centrale assume dal lato chitarristico una rilettura ultra-rallentata di un pattern folk che si pone a metà strada tra il sirtaki greco e folk sardo, mentre la sezione ritmica varia ora assecondandone l’andamento funebre, ora accelerando in un blast che ne contraddice ed esalta insieme la metrica. La sezione di chiusura arricchisce la canonica formula black metal in tre atti con un ulteriore stacco rallentato che concilia il riffing in uscita dalla sezione centrale con quello in blast beat della prima sezione, reiterandolo in maniera ipnotica fino alla conclusione in fade out. Le vocals sono improntate ad una metrica dilatata e straziante che ben si accorda all’incedere del riffing, tonando ad offrire spazio alle ripetizioni rituali “Viscera Terris” che mi avevano affascinato nella traccia precedente, e inanellando nelle strofe delle perle di testo “Marcisce la carne e l’unità si scinde”. La formula rituale recitata in latino sulla sezione centrale rallentata riporta inevitabilmente alla memoria, non per mimesi ma per pari intensità, la storica prova dei Necrodeath.

L’incipit di “Albedo” mi conferma un’altra caratteristica di questo lavoro: ogni traccia inizia con il riffing in fade in e si conclude in fade out, eguagliando frattalicamente la struttura della tracklist. Ma non è l’unico motivo per cui questa traccia rimarrà impressa: è pervasa di un’epicità travolgente con il suo lick ostinato sulle note alte che viene stupendamente arrangiato dalla sezione ritmica e dalla seconda chitarra attraverso frazioni in continuo divenire. Colpisce l’aspetto energetico, dinamico e solare di un’epicità con tratti folk che per alcuni aspetti mi ha ricordato gli In tormentata Quiete. Il cambio di metrica che interviene nella seconda metà della traccia sembra evocare proprio il cambiamento di stato che il testo declama “Inversa incede la danza, ascende la candida oscurità”.

“Citrinitas” mi aggredisce con un feroce blast beat contraddetto dalle ampie metriche delle vocals che si aprono in un’invocazione disperata alla dissoluzione nel fuoco. Il riffing si apre a suggestioni dilatate che mi ricordano vagamente gli Old Man’s Child prima e i Dimmu Borgir poi, mentre nelle sezioni in cui lo strumming si accorda alla velocità spasmodica del blast beat si affacciano sentori di Primordial. L’arrivo di una sezione centrale rallentata non stupisce, semmai sorprende per come viene introdotta: torna quell’epicità pagana di “Cabiria” con quell’inserto di poderosi corni pagani cui segue una sezione ai limiti dell’ambient/folk, con un arpeggio delicato commentato da sussurri che rende ancora più deflagrante l’esplosione di power chords che fa da cerniera all’accelerazione finale in blast trainata dall’incalzante riffing in strumming che evolve in un lick ricorsivo fino a sfumare in una cacofonia di pulsanti droni bassi e battimenti elettronici.

“Rubedo” ci travolge con il suo black metal di matrice svedese improntato a velocità sostenute e melodie epicamente cupe che evocano i migliori Necrophobic e Naglfar. Traccia compatta condotta da uno scream impeccabile dalle metriche dilatate che indulge in evocativi anthem. Una cavalcata feroce che abbandona lo standard del breakdown centrale ultrarallentato e rarefatto a favore di un efficace inciso in mid tempo, offrendo solo nel finale un relativo rallentamento particolarmente ipnotico.

Si esce dal processo di trasmutazione con “Lapis” che, pur riprendendo lo stile della traccia precedente, si impone nella frazione veloce iniziale per una stratificazione di tre differenti pulsazioni articolate nell’andamento della sezione ritmica, del riffing di chitarra e delle metriche vocali. La band scala la marcia repentinamente verso un poderoso mid tempo sostenuto da un tappeto di doppia cassa prima e poi in un low tempo introdotto da un riff in chitarra pulita che evoca melodie medio-orientali. La seconda metà della traccia ripercorre e reinterpreta splendidamente lo schema up tempo/ mid tempo sostenuto/low tempo proponendo varianti armoniche e ritmiche di innegabile efficacia.

Nella traccia di chiusura “Outro” torna il pianoforte a punteggiare incisivamente l’andamento di un arpeggio pulito di chitarra che torna a strizzare l’occhio a sonorità medio-orientali. A completare l’orchestrazione un cupo tappeto di droni che accompagna lo scambiarsi di ruoli dell’ostinato iniziale tra chitarra e pianoforte, deefinendo un’atmosfera ambient oppressiva e accogliente insieme.

In conclusione questo dei Mascharat è un lavoro assolutamente degno di nota che affascinerà gli appassionati di black metal di lunga data e introdurrà degnamente al nero culto le nuove leve.
La produzione, lungi dall’essere “educata” è tuttavia perfetta e consente di godere appieno delle varie sezioni, sebbene spicchino le trame chitarristiche e le vocals, lasciando appena indietro la sezione ritmica. Tuttavia il drumming risulta sempre puntale e al servizio della traccia, pur nell’essenzialità dell’approccio.
Consiglio di scorrere i testi durante l’ascolto non solo per godere appieno dell’immaginario evocativo e concettuale di questo lavoro ma anche, o soprattutto, per comprendere come il black metal cantato in italiano sia definitivamente imbattibile.

Samaangg Ruinees

 

Tracklist:

  1. Intro
  2. Re Mida
  3. Nigredo
  4. Albedo
  5. Citrinitas
  6. Rubedo
  7. Lapis
  8. Outro
  • Anno: 2026
  • Etichetta: Remparts Productions
  • Genere: black metal

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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