Il secondo album dei bresciani Helikon conferma l’ambientazione fantascientifica asimoviana inaugurata con l’EP del 2023, incentrato sulle celeberrime tre leggi della robotica. Personalmente, ho letto con piacere diverso materiale dello scrittore ebreo di origine russa, ma in maniera sparsa e non metodica, con una predilezione, per altro, nei confronti dei racconti sul Club dei Vedovi Neri, quanto di più lontano dal Ciclo della Fondazione ci possa essere. Spero quindi che gli Helikon perdonino la mia ignoranza in merito al Mulo, l’inquietante mutante manipolatore di menti, protagonista della Trilogia della Galassia e pure di questo nuovo “Against The Algorithm”.
Appoggiarsi ad un universo narrativo già esistente e saldamente presente nell’immaginario del pubblico, se da un lato consente al gruppo di agganciarsi immediatamente ad una buona fetta di ascoltatori, dall’altro mi lascia sempre un po’ perplesso, come se ammantarsi del successo creativo di qualcun altro fosse una scorciatoia per godere di una luce riflessa. Ma la qualità di scrittura degli Helikon e l’appassionata profondità con cui hanno affrontato la materia, ci fa capire che il pallino per Asimov non sia un escamotage comunicativo, ma una realtà introiettata, fatta propria e resa materiale di rielaborazione critica, nonché allegoria per una lettura del nostro stesso presente. Il mondo letterario diventa così un pretesto, una cornice all’interno della quale esplorare grandi temi universali, in bilico tra dominio e libertà.
Tutto questo pippone introduttivo e non si è ancora parlato di musica, ovvero di quel Metal tecnico ed evoluto, quel Thrash innervato di prog che pesca dai Symphony X ai Leprous, caratterizzato da un lavoro di chitarre ricco e raffinatissimo, una sezione ritmica palpitante, una abbondante dose di sintetizzatori e, come elemento di maggiore caratterizzazione, una voce particolare e atipica, per lo meno in questo contesto stilistico. Si direbbe infatti che i riferimenti vocali del bravo Giacomo Merigo siano da ricercarsi al di fuori del Metal, essendo le sue interpretazioni del tutto prive di quell’impeto ruggente e viscerale così tipiche del nostro genere preferito: il suo lavoro rivolge infatti l’attenzione ad una espressività introspettiva e morbida, che sembra volersi rifare a certi passaggi di Einar Solberg o Matthew Bellamy, privilegiando così un’emotività sfumata e soffice, che rimane dolce anche nei frangenti più concitati. L’effetto è straniante, interessante, affascinante, ma alla lunga devo dire che rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio. La sensazione che si è ripetuta ad ogni ascolto dell’album, infatti, è quella di un’iniziale attrazione che si fa via via più distratta, fino ad un preoccupante disinteresse dovuto alla reiterazione degli stessi stilemi espressivi, man mano che ci si avventura verso le ultime tracce del disco. Inoltre ho avuto più volte la sensazione di una sorta di contrasto tra i cavalli scalpitanti al tiro di una carrozza spaziale, e il nocchiere indolente che invita ad un’andatura più pacata, ad evidenziare la discrepanza tra un tiro strumentale spesso concitato, su cui si spalma placido il raffinato broccato, ricco di ricami ed armonizzazioni, del cantato. Ne è un esempio la bellissima “Lose Control”, una scapicollata fuga metallica accompagnata da una vocalità quasi sussurrata, che risulta comunque credibile in virtù della qualità di scrittura melodica (per quanto derivativa). Il lavoro di chitarre, sempre ottimamente intrecciate, può ricordare i Crimson Glory più tecnici, ed è sempre un elemento di interesse per l’ascoltatore.
In “Deception War” si tenta un approccio vocale più aggressivo, ma è subito evidente dagli sviluppi melodici del brano che Giacomo dia il proprio meglio nei frangenti più leggeri, dimostrando ottimo controllo e duttilità.
Il disco contiene anche tre interludi strumentali che collegano i brani incollandone il concept, confermando l’alternanza tra momenti rarefatti e addensamenti serrati. Atmosfere decisamente pop, ma con un’intenso bridge, le sentiamo sulla prog-ballad “Star’s End”, che evolve in una seconda parte con un riffing massiccio, senza perdere epicità, fascino e delicatezza.
Ecco, su “The King” ho iniziato a sentire quell’affaticamento adombrato in precedenza, ritrovando la band a girare intorno a cose già dette, musicalmente parlando. L’arpeggio iniziale di chitarre e synth di “The Broken Crown” ha invece il profumo del classico, su cui l’eterea voce di Merigo fa le sue graziose acrobazie, consegnandoci questa breve composizione intimista che vuole esprimere lo struggimento interiore del Mulo, che sarà pure un super cattivo, ma c’ha anche lui i suoi cazzi.
Sono rimasto un po’ spiazzato dalla poppaggine americana di “Thorne”, con le sue influenze nu/melodic core che ne fanno un episodio interlocutorio: non è di mio gusto, ma non posso dire che non funzioni, a modo suo.
La conclusiva ”Conversion’s Pain” torna a calcare orme già tracciate in precedenza e, nonostante le ottime performance strumentali di tutta la band, siamo in una fase della partita in cui tutte le carte sono state calate e non ci si sorprende più di nulla, dando quasi per scontati tutti quei passaggi che, per quanto ben fatti, scivolano via dalle nostre orecchie, lasciandoci comunque un buon sapore, la sensazione di aver ascoltato qualcosa di molto buono, seppur non memorabile.
Se la peculiarità degli Helikon vi ha incuriosito, ascoltatevi il brano di apertura “The Unseen Threat”, ottimamente rappresentativo delle caratteristiche della band, e fatevi la vostra idea. La qualità… C’è!
Marcello M
Tracklist:
- The Unseen Threat
- Vault of Time
- Lose Control
- The Mentalist
- Deception War
- Visisonor
- Star’s End
- The King
- The Broken Crown
- Throne
- Unreflected
- Conversion’s Pain
- Anno: 2026
- Etichetta: Sorry Mom!
- Genere: Prog Metal
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