I Draconicon sono una band giovane fondata appena qualche anno fa, ma già in grado di proporsi in maniera professionale sotto molti aspetti.

Dopo aver adombrato i concetti base del proprio immaginario sonoro ed estetico con un primo album nel 2021, con il nuovo “Pestilence” riconfermano la propria visione di un power Metal sinfonico dalle connotazioni oscure e aperto alle contaminazioni, procedendo nel lungo cammino di rifinitura e messa a fuoco.

Se l’impatto complessivo del disco dà una sensazione generalmente positiva, in virtù del fatto che “suona bene”, scendendo più nel dettaglio vorrei parlarvi di come abbia trovato tanti alti e bassi e alcuni problemi di fondo in questo album che, devo riconoscerlo, non mi ha convinto del tutto.

Ma procediamo con ordine, schiacciate “play” e resistete alla tentazione di skippare, nonostante la consueta introduzione sinfonico/cinematografica dai suoni sintetici, perché “Twisted Reflection” è un gran bel pezzo! Giustamente scelto come apertura (e a mani basse miglior brano del disco), vi trascinerà per strofe enfatiche ed un ritornello dalla melodia immediata ma non banale, tutto generosamente condito da abbondante salsa orchestrale e puntellato da una di quelle batterie meccaniche, plasticose e pompate che vanno ancora tanto di moda. Da recensore ho spesso questo dubbio, ovvero se sia ammirevole o meno la capacità di aderire a certi parametri e standard qualitativi, dimostrandosi competitivi e all’altezza dei grossi nomi, pur rinunciando così a una buona fetta di originalità. Con i Draconicon (ma si pronuncerà “draconaicon”?) è evidente l’inseguimento di modelli quali quelli rappresentati da Kamelot o Powerwolf, così come l’intento dichiarato di voler entrare in quella nicchia di mercato ed è un approccio esplicito e rispettabile. Tuttavia, la successiva “Heresy” risulta talmente derivativa da lasciare perplessi: dopo una strofa cangiante e non priva di spunti, parte ex abrupto un ritornellaccio stucchevole con arrangiamenti da discount che proprio non ci meritavamo. Peccato, perché il resto delle sezioni cantate hanno ben altro spessore.

Ecco, forse è giunto il momento di sollevare la questione Arkanfel, ovvero del frontman della band. Cantante dalle innegabili doti tecniche, versatile in stili vocali che sfiorano il canto classico, si tuffano nel growl metalcore, galleggiano in eterei falsetti e si inerpicano sicuri in ringhianti acuti, ma che ha un problema. O meglio, una caratteristica: il timbro. Già, perché la sua vocalità così fresca e pulita, quasi fanciullesca, non trova facilmente un felice connubio con le atmosfere e le argomentazioni cupe dipinte dalla band. E credo che Arkanfel, da buon musicista, lo sappia perfettamente: per questo fa di tutto per sporcare, caricare e colorare con saturazioni esagerate le proprie performance, che risultano quindi, troppo spesso, eccessive, poco credibili, al limite del grottesco. Credo potrebbe dare risultati migliori accettando la propria voce, utilizzando il proprio bagaglio tecnico per valorizzarla anziché umiliarla. Poi vabbè, non ho niente da dire: gli acuti di “Thorns”, nelle ripetizioni finali, sono efficacissimi e rappresentano la parte migliore del brano, che resta in un ambito cadenzato e satollo di cori, dove nulla stupisce, neppure il canonico assolo. Finalino interlocutorio.

Pestilence” parte con un esercizio di stile di sleghi neoclassicheggianti armonizzati (che, diciamo la verità, fanno sempre effetto) che serpeggiano su un tappeto di doppia cassa e “archi” minacciosi e tetri. Seguono una strofa anonima ed un ritornello piuttosto insipido, per trattarsi di una title track.

Clima battagliero e ritmi sostenuti per una “Theater Of Sorrow” a cavallo tra Kamelot e Blind Guardian, con tanto di blastbeat e ritornellone che si fa ricordare. Una canzone dove lo storytelling regge, che scorre fluida, ottimamente gestita dal punto di vista dinamico, in cui le parti strumentali non sembrano gratuite, ma concorrono in maniera fondamentale all’architettura.

Come prevedibile, su “Circus Of The Dead” abbiamo l’ovvio organetto circense, che ne cita il più celebre dei fraseggi e un andamento da carrozzone. Bella melodia malinconica nel bridge che anticipa il ritornello, un po’ di noia nelle strofe, ma l’atmosfera è quella giusta, il ballo macabro funziona, e i ragazzi portano a casa un altro brano riuscito, dal finale veramente vorticoso!

Drowned”, nonostante le forzature metalcore, ha alcune delle soluzioni melodiche più interessanti ed è una di quelle composizioni in cui si percepiscono la capacità e il desiderio dei Dragonicon di spingersi oltre i rassicuranti confini del già sentito, con la speranza che trovino il coraggio di battere strade meno trafficate. 

Ho trovato curioso il ritmo reggaeton della strofa di “Slumber Paralysis” e mi ha colpito pure il ritornello su cui Arkanfel canta spingendo come un pazzo, con la foga di un Al Bano all’ultimo Sanremo della vita, riuscendo a spremere un po’ di succo e sangue da un brano rapa. Ce l’ho in testa da una settimana.

Prima di addentrarci nella parte finale del disco vorrei spendere due righe sul ruolo del violino di Simone Borgen, che soccombe (il violino, non Simone) concettualmente, prima ancora che sotto l’aspetto sonoro, sotto le soverchianti orchestrazioni (tutte ad opera di Francesco Ferrini dei Flashgod Apocalypse), con il rischio di passare totalmente inosservato.

Under The Weight Of Your Sins” è una ballata melensa e piena di luoghi comuni musicata con solo strumentazione “orchestrale” che potrebbe essere uscita da un qualche musical o film Disney di scarso successo. Eppure deve essere piaciuta ai ragazzi, considerando che ne hanno fatta pure una versione in italiano (intitolata “La Caduta”, inclusa come bonus track) che la fa assomigliare un po’ a un brano de Il Volo

Rispetto a una canzone intitolata “Faust“ avevo aspettative un po’ alte, è vero, ma credo che la delusione derivata dall’ascolto dipenda anche da una certa stanchezza compositiva che fa indugiare la band su soluzioni veramente abusate e scarsamente incisive per il brano conclusivo del proprio secondo album.

C’è anche un’altra bonus track: la cover di “Square Hammer” dei Ghost! Premesso che il brano originale mi piace molto, ho trovato in questa versione alcune forzature (le sottolineature growl, brrr…), ma anche spunti gustosi, come il riff suonato dal violino e la dinamica uptempo, mentre le scelte di riarrangiamento vocale (armonie incluse) sono tutte peggiorative e l’atmosfera magica, sospesa e “pericolosa” dell’originale è un lontano ricordo.

Ascoltare “Pestilence” per intero è un po’ come mangiarsi tutta una torta meringa in un solo pasto e potrebbe lasciare col palato saturato, i denti indolenziti e una sensazione di pesantezza eccessiva, anche se è la mia torta preferita.

Ma indipendentemente dai miei gusti personali, i Draconicon hanno una loro identità stilistica ben precisa e collaudata e sono certo che, già così come sono, potranno piacere a molti. Spero che le mie osservazioni possano contribuire all’evoluzione musicale di questo progetto ambizioso e competente.

Marcello M

Tracklist:

  1. Twisted reflection
  2. Heresy
  3. Thorns
  4. Pestilence
  5. Theater Of Sorrow
  6. Circus Of The Dead
  7. Drowned
  8. Sumber Paralysis
  9. Under The Weight Of Your Sins
  10. Faust
  11. La Caduta
  12. Square Hammer
  • Anno: 2023
  • Etichetta: Inner Wound Recordings
  • Genere: Symphonic Power Metal

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