Qualche settimana fa il sempre presente Domenico Stargazer ha recensito su Italia di Metallo, AbyssUs, la seconda fatica in studio dei Rome in Monochrome.

La band romana, da tempo in attività, ha pubblicato altri lavori oltre al recente ‘AbyssUs’; il precedente album del 2018 ‘Away from Light’ ed il singolo ‘Karma Anubis’ del 2015. Tutti hanno ricevuto ottimi giudizi da testate italiane ed estere che ne sottolineano la versatilità musicale. Dietro una facciata dark/doom, infatti, si nascondono incursioni progressive ed anche parti più estreme che riescono a coinvolgere l’ascoltatore non sul piano musicale ma anche su quello emotivo.
Abbiamo la possibilità di conoscerli meglio e vorrei partire proprio dalla ricerca stilistica. Autodefiniscono il loro genere come “ghost metal”.

D: Al netto delle etichette che spesso sono gabbie inutili, cosa intendente con questa definizione?

Ciao innanzitutto, parla Valerio (Valerio Granieri, ndr). Che dire, le etichette, anche se utili agli ascoltatori per orientarsi in questo mare enorme di uscite, lasciano spesso il tempo che trovano. Noi abbiamo immaginato questa perché, sostanzialmente, veniamo tutti dal metal (anche estremo) e ne suoniamo una sorta di “riflesso”, una eco che si perde nel tempo, distante e quindi malinconica. La nostra è una visione del metal molto stemperata dell’estremo, come se la violenza fosse stata ormai sublimata ed il dolore fosse qualcosa di sordo cui siamo assuefatti.

D: Siete sulla scena da tempo. La band è nata come progetto solista? A che punto siamo? Resta una creatura del fondatore Gianluca Lucarini oppure, dopo tutti questi anni, il progetto è diventato corale?

Innanzitutto, Gianluca non suona più con noi da diverso tempo, ormai anni: c’è stato un punto in cui le nostre visioni sono divenute incompatibili sia come idee musicali per la prosecuzione del percorso dei R.I.M., sia dal punto di vista tecnico: diciamo che non era “ dentro” i brani che avevo scritto per ‘AbyssUs’ (alla cui stesura non ha partecipato in nessun modo e su cui non compare neanche come musicista) e che stavamo arrangiando con gli altri. E’ stato necessario chiudere il nostro percorso condiviso. Il “progetto solista” è una visione piuttosto parziale della realtà, ma all’inizio era lui che si occupava della comunicazione esterna dei R.I.M. e quindi è così che siamo stati presentati al mondo. Nella realtà lui mi ha coinvolto in questa sua idea di band, per la quale aveva il nome e gli accordi di ‘Until my eyes go blind’ (la cui versione finale, arrangiata collettivamente, è finita su ‘Away from light’), ma l’ep ‘Karma Anubis’ è stato scritto e suonato quasi interamente da me con alcuni guests (elencati nella inner sleeve). Anche la genesi di ‘Away from light’ è stata molto simile (a parte la musica di un paio di brani anche questo è stato composto interamente da me). Nel frattempo la line-up si era completata e quindi in fase di arrangiamento un po’ tutti hanno contribuito con idee musicali, definendo insieme il suono finale del disco. Il ruolo di Gianluca, con cui condividemmo la scrittura del testo di ‘Ghosts of us’ è stato alla pari degli altri musicisti. Più o meno le composizioni dei R.I.M. sono sempre partite da me (con qualche eccezione) e sono state condivise con gli altri. Molti dei brani di ‘AbyssUs’ hanno subito pesanti modifiche, altre volte, invece, sono rimasti molto simili a come li avevo immaginati inizialmente. Di certo posso dire con certezza che sia sempre stato un lavoro corale e non temo smentite se dico che i Rome in Monochrome non sono mai stati un progetto solista né di Gianluca, né mio.

D: A questo proposito, come avviene il vostro processo compositivo? Immagino che la musica sia la prima a nascere, seguita dai testi oppure è il contrario? In particolare da cosa vengono le idee per le liriche?

Come ho detto prima, in genere le idee partono da me che compongo le parti musicali arrivando ad una forma abbastanza definitiva (ovviamente secondo il mio punto di vista e la mia sensibilità) e compongo anche i testi. Non sono mai completamente soddisfatto e sono famoso per modificarli mille volte, specialmente all’ultimo secondo; le idee mi vengono abbastanza facilmente, a volte già formate nella testa (molto spesso in contesti totalmente diversi da quello musicale ed in modo assolutamente imprevisto e non mentre ci “lavoro”), a volte improvvisando con la chitarra o col pianoforte. Spesso poi vengono sviluppate in chiave intimista ed acustica, per avere un quadro più chiaro e meno “loud”, con due o tre R.I.M., a seconda di chi è libero e disponibile in quel momento. Quando poi siamo nella nostra sala prove, con la formazione al completo, succedono cose inenarrabili e appaiono mostri come la sezione centrale e quella in blast beat di ‘A tomb beyond the furthest star’ o gli archi ed i loops di ‘Antiheart’ o ‘Anatomical machine’, per dirne alcune.

Cerco di non fermarmi mai, ho già nella testa gli scheletri di tutti brani del prossimo album (che ho costruito utilizzando anche musica composta da altri membri della band, ovviamente) e buona parte dei testi. So che mood dovrà avere ed in che direzione dovrà andare, sono meno sicuro della strada che percorreremo per arrivarci. E’ questo l’aspetto esaltante: l’ignoto. Quanto ai testi: tendenzialmente sono bozzetti, mood traslati in parole, come delle pennellate: ovviamente io so sempre da cosa parto ed i temi sono sempre (drammaticamente) autobiografici ma non mi piace raccontare “storie”. Rispetto e spesso adoro chi lo fa (mi viene in mente Morrissey ad esempio, uno dei miei massimi idoli) ma non voglio che le mie parole siano assertive: vorrei che venissero “abitate”, che ci fosse spazio per chi ascolta oltre che per me. Spero sempre di riuscirci e non smetto mai di provare a migliorarmi in questo.

D: Quali sono le principali influenze che volete proporre nel vostro sound? Non penso tanto a singole band ma più a che tipo di atmosfera cercate di ricreare a livello sonoro?

E’ tutto abbastanza connesso al concept dell’album a cui stiamo lavorando in quel momento, a quello che abbiamo bisogno di dire. Away from light era legato alla assenza di vita, all’intima necessità di essere uno spettatore e di non vivere in maniera compiuta questo incubo chiamato vita: anche le persone a cui faccio riferimento in quell’album sono archetipi e non persone reali, somigliano di più ad immagini sfocate, come fossero fantasmi. AbyssUs è invece figlio delle conseguenze dell’immersione nella vita e del mettersi in gioco con l’essere umano che abbiamo al nostro fianco, rimanendo feriti e ferendo a nostra volta. Parla di relazioni fallite, rapporti crollati, dolore ricevuto e inflitto: ecco quindi che c’era bisogno di violenza, stridori, cose “faticose” e molta distorsione. Il prossimo disco sarà più semplice e diretto e sarà la chiusura del “concept sulla vita”: cosa fare dopo aver inizialmente scelto di restarne fuori e dopo invece essere stato indotto dagli eventi ad affrontarla e viverla appieno subendone le conseguenze? Non ve lo svelo, ovviamente. Sarà pieno di una malinconia amara ma quieta, molto legata all’Italia: parlerà delle “nostre” cose e delle “nostre” persone, quelle che consolano, seppure nella malinconia infinita di questa cosa incommensurabile che è la vita, che non siamo mai in grado di vivere appieno. Perciò, tornando alla domanda: che atmosfera cerchiamo? Difficile da dire: usiamo chitarre, tastiere, voci, corde, percussioni per raccontare noi stessi. Progressivamente cambiamo e quello che cerchiamo di dire cambia con noi.

D: Anche se ne avete già parlato in passato, vorrei tornare sul nome della Band. L’assenza dei colori e la prevalenza dell’oscurità sono il tratto principale della vostra musica? Lo sono stati certamente ai tempi di Away from light, la cui copertina era rigidamente in bianco e nero. E’ lo stesso anche ai tempi di AbyssUs?

Il nome lo portò Gianluca a suo tempo: non fu inventato da lui ma da un amico comune (ciao Max!) che accetto di cederglielo. Io posso dirti che l’ho amato subito e non l’ho mai inteso in senso letterale: certo, all’inizio è stato quasi ovvio presentarci intendendolo in modo rigoroso in quanto portatore di un sottointeso che poteva facilmente diventare una cifra stilistica, ma ritengo che la sua lettura corretta sia più ampia e meno vincolante. Il suo significato va associato a qualcosa di non usuale, di non visibile ad un primo sguardo. Nessuno quando pensa a Roma la associa al bianco e nero come prima caratteristica, come collegamento diretto: è una città piena di vita, di sole, colore, amore e poesia. Per me Rome In Monochrome significa qualcosa di inaspettato e oscuro, qualcosa a cui non si pensa in prima battuta ma che si rivela col tempo e la conoscenza nella sua profonda malinconia. Come del resto ho sempre voluto che fosse questa band.

D: E già che ci siamo, il titolo non è Abyssus ma AbyssUs, con una bella U maiuscola a sottolineare il concetto di noi (Us in inglese ndr). Non credo sia stata una scelta casuale?

Sono felice che tu lo abbia notato, non c’è nulla di casuale. E’ un gioco di parole tra il latino e l’inglese, è “l’abisso che noi siamo”: qualcosa di legato alle più insondabili e nascoste profondità dell’animo umano, quelle che ci rendono capaci di fare del male, a volte non volendo. Almeno, questa è la mia lettura: sono sempre felice di ascoltare quelle degli altri.

D: Ho già sottolineato come l’accoglienza per l’album sia stata decisamente positiva. Siete soddisfatti di come sta andando?

Ovviamente non possiamo che essere molto soddisfatti dell’accoglienza ricevuta: il disco ha avuto solo ottime recensioni ed ho potuto parlarne in diverse interviste interessanti (come questa) e con domande poste da persone attente e che ne hanno colto diverse sfumature. Abbiamo suonato in bei contesti per promuoverlo, sta vendendo bene, viene ascoltato molto anche online e stanno arrivando altre proposte interessanti per il futuro. Mi interessano numeri, mi interessa “arrivare”, mi interessa molto che il nostro messaggio sia condiviso con più persone possibile e che venga “riconosciuto” tra anime simili. La nostra musica è come una finestra verso le nostre anime: ora che è aperta voglio che guardino tutti dentro di essa.

D: Venendo alla scena italiana, secondo voi il metal in generale ed il doom in particolare riescono ancora ad attrarre il pubblico? Suonate spesso all’estero, ci sono differenze sostanziali tra le diverse realtà, non solo a livello organizzativo degli eventi, ma alla risposta del pubblico?

La risposta a questo è piuttosto articolata: noi ci riteniamo fortunati, non abbiamo avuto mai grossi problemi di pubblico da headliner e quando abbiamo supportato band importanti abbiamo ovviamente beneficiato anche dei loro fans. Diciamo che nella scena c’è molta qualità ma bisogna saperla scovare, un po’ come ormai da tutte le parti. Escono molti, moltissimi dischi e la soglia dell’attenzione si riduce e si erode di minuto in minuto anche tra i veri interessati alla musica e non solo tra il pubblico “occasionale” quindi dimostrare il proprio valore è sempre più difficile. Bands come The Foreshadowing, Shores of Null, Invernoir, Ars Onirica, Tethra, Ghostheart Nebula, For My Demons (per rimanere nella musica metal “malinconica”) sono acts di valore internazionale, con suoni professionali in studio ed una resa live invidiabile. Quello che manca, purtroppo, è il supporto del pubblico che, a parte rari casi, non premia la qualità con acquisto di materiale fisico e presenza ai concerti ma spesso, purtroppo, nemmeno secondo i parametri della modernità come streams, visualizzazioni e likes.

Che dire: all’estero l’entusiasmo di chi ascolta è palpabile e si traduce in forte partecipazione agli eventi. D’altro canto sappiamo della crisi attraversata dall’industria musicale, a tutti i livelli; non sono certo io a scoprirla. Il fatto che esistano frustrazioni legate alla scena italiana non fanno che aumentare la linfa vitale del nostro progetto quindi, probabilmente, tutto è come deve essere.

D: Ultima domanda: Quali sono i vostri programmi per il futuro? Attività promozionale per l’album e? Avete idea di superare ancora i confini per portare un po’ di Italia di Metallo in giro per l’Europa?

Abbiamo suonato con i Goblin di Claudio Simonetti e tra pochi giorni (forse quando uscirà questa intervista sarà già avvenuto) con gli October Tide. Abbiamo organizzato il release party di AbyssUs che è stato una grandissima soddisfazione di pubblico ed ora stiamo vagliando diverse proposte in Italia ed all’estero. Se l’estate sarà “leggera” a livello di impegni cominceremo a dare forma ai nuovi brani, non voglio assolutamente che si debba aspettare troppo per il prossimo album. E, subito dopo l’estate (sicuramente entro il 2024) arriverà una cosetta interessante ed estemporanea di cui non svelo la natura ma che confermerà a tutti, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la nostra libertà di espressione più pura ed assoluta, qualcosa a cui non potrei mai rinunciare.

Grazie per le domande interessanti e non scontate (è merce rara ma anche in questo siamo fortunati), ed un saluto a tutti i lettori. Seguiteci.

Un grazie a Valerio e in bocca al lupo per la promozione di AbyssUs!

 

Intervista a cura di Alberto Trump

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