Giunti con “The Monarch” al loro quarto lavoro, gli Shardana offrono all’ascoltatore nove tracce di quello che mi sento di definire metal post-moderno. Il loro approccio alla composizione si svincola dagli stilemi attribuibili a sottogeneri e correnti distillando una formula che, pur attingendo a piene mani ad atmosfere e soluzioni che afferiscono al blackened death, rintraccia nell’epica energia del metal ottantiano la propria cifra espressiva.

L’opener “Awakening” mette subito le cose in chiaro con il suo incipit che si veste dell’epica perentoria dei Behemoth, subito contraddicendola con svisate chitarristiche addirittura di gusto hard rock (Van Halen). Il contributo dei cori in clean vocals mi ha riportato alla memoria la freschezza dei Darkane, che in un certo senso hanno proposto una sintesi analoga tra il thrash metal più serrato e il metal classico. Nonostante l’utilizzo di partiture batteristiche di chiara estrazione death/black (blast beat e tappeti di doppia cassa serrati) le chitarre ben presto intraprendono linee di ampio respiro arrivando a tessere trame melodiche in doppio registro.

La successiva “S’Inferru” sembra confermarmi l’impressione che gli Shardana abbiano introiettato nel proprio arsenale stilistico ed emotivo suggestioni derivanti dal death/black melodico per “vestire di nuovo” un gusto compositivo di matrice class metal. In questa traccia l’alternate picking di marca death e tremolo picking di stampo black convivono con naturalezza con un riffing che rimanda ai Megadeth più raffinati e ai Metallica era “Black Album”. La contrapposizione tra il rauco growl/yell delle leading vocals e i cori in voce pulita, che è uno dei marchi di fabbrica dei nostri, viene qui esaltata dall’utilizzo della lingua sarda. Il che non risulta un mero espediente stilistico ma riferimento culturale profondo, a partire dal monicker della band che si riferisce ai “pirati” sardi che solcarono i mari nel 2000 A.C e che hanno direttamente ispirato la formazione della band, originariamente votata ad un viking/black fortemente venato di heavy metal. Il concept di questo lavoro, più intimo ed universale, incentrato sul “tempo” come re e tiranno delle vite umane, non è improntato a questo immaginario, ma il riferimento alla tradizione culturale sarda continua ad impregnare melodie e dinamiche della musica degli Shardana.

“Sleep Of The Righteous” aggredisce l’ascoltatore con un piglio black swedish, approdando ad un mid tempo retto da un serrato arpeggio di chitarra pulita che crea un senso di sospensione, in bilico tra le atmosfere di “Mater Tenebrarum” dei Necrodeath e il dinamismo folkeggiante degli In Tormentata Quiete. Un repentino cambio di metrica ci trascina in una sezione che echeggia sviluppi gothic a la Cradle Of Filth subito contraddetta e vivificata da intrecci chitarristici di gusto vagamente malmsteeniano. Le trame chitarristiche, che agilmente mutano di registro senza  perdere di vista la costruzione melodica, mai abbandonata anche quando si cavalcano gli stilemi del tremolo picking, ci conducono attraverso un songwriting caleidoscopico quanto “matematicamente esatto”, giocando di contrappunto con le linee vocali che lavorano per contrasto rispetto alle sezioni strumentali: più aggressive e brutali quando le chitarre e la sezione ritmica delineano strutture rarefatte e dinamiche, epiche e sognanti quando l’aggressione strumentale si fa più serrata. Fino alla chiusura di gusto pienamente maideniano.

Introdotta da un atmosferico arpeggio in clean ricco di delay, “The Landing” ci offre una tessitura ritmica complessa fingendosi una delle tracce più “dritte” del lotto. Mentre la chitarra mantiene un ostinato terzinato la sezione ritmica lavora su metriche sincopate lasciando alle vocals lo spazio di librarsi su linee di ispirazione maideniana, un clean lirico e disteso che approda con naturalezza ad uno yell ruggente e aspro. Il crescendo successivo è affidato ad una classica cavalcata terzinata “travestita” da folk/black (le linee batteristiche sono molto Nicko Mc Brain) e commentata dal progressivo inasprirsi delle vocals fino ad un growl pieno. Come da prassi, al crescendo corrisponde una rarefazione affidata ad una rilettura dell’arpeggio iniziale che rammenta “la plettrata” di Hetfield. Rapidamente si torna, attraverso un rapido strumming di sapore Primordial, alla sezione black, ora non più declinata in terzinato ma con un più canonico strumming sostenuto da un furioso blast beat prima e da un robusto tappeto di doppia cassa poi. Non mancano, anche se in questa mia “telecronaca” rischiano di perdersi, piccole finezze, quali la repentina apertura che lascia spaziare una rarefatta linea di basso e l’epica chiusura affidata alla solista. L’interazione tra vocals e linee strumentali si consolida e si intensifica, lasciando spazio a degli interventi in scream davvero suggestivi ed appropriati al più evidente gusto black della traccia.

L’incipit epico di “The Monarch”, dominato dalla chitarra solista, sembra porsi come seme hegeliano nella composizione della traccia: se l’atmosfera dominante della traccia si pone nel solco di quel death asfittico e roccioso di cui sono alfieri gli Immolation, le complesse trame chitarristiche ne sono l’antitesi, il motore che porta alla sintesi che è la natura stessa della musica degli Shardana.
L’estesa sezione di chitarra solista che occupa la seconda metà della traccia è solo il punto di approdo di un lavoro chitarristico che arriva a trasfigurare nelle sezioni in tremolo picking il classico lavoro di twin guitars della Vergine di Ferro.
Le complesse architetture chitarristiche con cui gli Shardana impreziosiscono le loro strutture blackened death non hanno nulla di baroccheggiante però, piuttosto ricordano le inesorabili architetture gotiche che traducono in pietra le ardite linee di forza di cattedrali che svettano verso il cielo aprendo le proprie pareti in vetrate traboccanti allegorie.

“Iron Will” d’altro canto, con il suo incipit in strumming pulito dal carattere fortemente folkeggiante, dimostra l’ampiezza della palette cromatica di cui sono capaci i nostri. Con il suo sviluppo dritto ed essenziale è una cavalcata viking/black caratterizzata da vocals secche ed imperiose che ricordano per piglio i Samael delle origini e per metrica l’asciuttezza dei Coroner. Immancabili anche in questa traccia i cori in clean vocals e uno sviluppo solista ben congegnato per quanto più canonico. Rimarchevole il lavoro della sezione ritmica che trasfigura in senso speed metal il canone up tempo viking e, nell’immancabile sezione “rallentata” propria di questo tipo di composizione, riesce a lavorare di fino con sincopi terzinate.

“Rei De Sonnu”, coniuga senza apparente sforzo sezioni black in blast beat ad up tempo dal gusto speed metal che sorreggono un riffing al limite dell’hard rock, traversando per una sezione arpeggiata che ha il gusto delle ballad thrash dei Metal Chuch. Quello che fa la differenza è la propensione al florilegio chitarristico da una parte (che impreziosisce non poco le sezioni in blast) e alla forte personalità delle vocals che ben si districano tra yell furiosi, scream aspri e canto popolare (in questo frangente parlare di folk è riduttivo).

“Occasu”, pur essendo di fatto un’introduzione acustica alla traccia successiva, è una piccola gemma acustica in cui un arpeggio sospeso e dalle risoluzioni drammatiche, trasfigura dapprima in accenti folk degni del De Andrè più lirico e poi assume un sapore da sirtaki, trascinandoci verso “Is Cerbus”. Traccia conclusiva che ci riporta su coordinate più marcatamente blackened death con un incipit in cui i Behemoth sembrano incontrare i Nile, ma non mancano le contaminazioni che trasfigurano atmosfera e stile verso suggestioni decisamente inusuali. Su tutte colpiscono il riff in tapping vagamente folkeggiante e che apre la strada tanto ad una sezione black in cui uno scream acido gioca in contrappunto con gli epici cori in clean vocals esaltati dalla lingua sarda. L’ultima traccia del lotto conferma dunque a pieno la vocazione compositiva degli Shardana che si dimostrano tanto padroni della materia blackened death da riuscire a trasfigurarla in qualcosa di completamente proprio e personale tornando a quelle radici che tanto il death che il black metal avevano inteso estirpare.

Una produzione di alto livello contribuisce infine ad esaltare tanto le eccellenti prestazioni strumentali che vocali, di ineccepibile valore tecnico ma sempre al servizio di una cristallina ispirazione che ci regala una tessitura musicale in grado di coinvolgere immediatamente grazie all’energia profusa e alle atmosfere suggestive e di rivelare ascolto dopo ascolto dettagli e sfumature intessute da arrangiamenti più che raffinati.

Samaang Ruinees

 

Tracklist:

  1. Awakening
  2. S’Inferru
  3. Sleep Of The Righteous
  4. The Landing
  5. The Monarch
  6. Iron Will
  7. Rei De Sonnu
  8. Occasu
  9. Is Cerbus
  • Anno: 2025
  • Etichetta: Rude Awakening Records
  • Genere: Blackened Death Metal

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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