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Attivi dal 2019, gli Skulld nascono con un manifesto “politico” (non partitico, politico nel senso più puro del termine) ben chiaro: “fondere il death metal old school di matrice svedese con suggestioni sciamaniche ed esoteriche, accompagnate da una chiara attitudine femminista, antifascista e antirazzista.”
Non avendo a disposizione i testi delle canzoni su questo posso andare solo in fiducia, per quanto (cadendo nella banalità, scusate), la presenza dietro il microfono di una voce femminile può essere conferma di un orientamento lirico differente.
Sicuramente lo è dal punto di vista prettamente musicale, dato il personale approccio al cantato di Pamela: ormai ci siamo abituati a voci femminili capaci di growl profondi e scream devastanti. Fortunatamente le linee vocali degli Skulld sono qualcosa del tutto differente: uno yell di matrice prettamente hardcore che però nei suoi tratti esecutivi contiene una traccia di sofferenza ed esasperazione, più che di rabbia testosteronica.
Che i membri della band affondino le proprie radici musicali nel circuito punk/hardcore lo si evince immediatamente dalla proposta musicale che, dell’ingrediente hardcore (ma anche crust e stenchcore) mantiene il senso di urgenza e alcune soluzioni tipiche, innestandolo con estrema efficacia di death svedese old shool ma anche thrash metal e groove metal.
Il risultato è un lotto di canzoni estremamente efficaci e dalla presa immediata, in cui la contaminazione tra energia HC ed atmosfere oscure ed evocative è sorretta da una buona padronanza tecnica e una piena conoscenza del genere, dando vita ad una chimera feroce e letale. La presenza di una terza chitarra in formazione offre poi l’occasione di una maggiore stratificazione degli arrangiamenti.

Apre le danze “Healing the Wound“ con un solido thrash metal moderno che rimanda all’approccio dei Cataract, contaminato da un hardcore che evoca soluzioni a la Carnivore. Ottimo biglietto di presentazione in cui si apprezzano fin da subito le qualità della vocalist Pamela, impegnatta in uno yell molto particolare, che infonde allee classiche metriche HC un connotato di disperazione, regalando alle liriche una nuance black

La successiva “The Blink“ propone un’impronta più marcatamente death metal mitigata dall’introduzione di una sezione caratterizzata da un recitato femminile che evolve in uno scream/yell dilatato a creare un piacevole contrasto con le ritmiche in alternate picking e in downpicking che si alternano tra death seminale e suggestioni slayeriane. L’impeto trascinante ed energico, marcato da melodie coinvolgenti del riffing riesce a coniugare il thrash teutonico alla spigliatezza blackened death dei Necrophobic mentre in alcuni stacchi si affaccia la pennata dei Napalm Death.

“Accabadora” aggredisce con un riffing degno dei Kreator più feroci, mentre le vocals declinano anthem hardcore che assumono toni ai limiti del black metal per l’esecuzione vocale che trascina le vocali evocando la tecnica dello scream. La composizione è retta nella prima metà da un trittico di riff assecondato dalle variazioni della sezione ritmica, passando dal up tempo iniziale ad un mid tempo caratterizzato da doppia cassa e tremolo picking dal sapore black, per approdare ad un roccioso mid tempo thrash metal in cui il palm muting incalza con ritmiche terzinate e “galoppanti”. Una breve cesura affidata ad un arpeggio distorto articolato da power chords e batteria sui toms prelude al successivo lavoro di arrangiamento di questi tre pattern, all’inizio ben distinti, e poi rielaborati e compenetrati tra loro a costruire una sezione centrale più elaborata in cui si affacciano con il ruolo di “cerniera” stacchi di basso e sospensioni in power chords su batteria andante di chiara matrice HC.
Il finale prevede una classica accelerazione in up tempo in cui il riffing si fa più marcatamente death old school, anche se si notano dei passaggi tipici dei Napalm death e si affacciano echi voivodiani.

“Wear the night as a Velvet Cloak” esordisce con un thrash serrato e tecnico per declinare poi la stessa urgenza con un piglio hardcore che incontra il death metal. Alcuni passaggi continuano a rammentarmi i Carnivore ma emergono anche sensazioni slayeriane. Pur con un’esecuzione molto più tecnica e orientata ad un riffing death metal, il cambio di passo che segna la seconda parte della traccia mi ha ricordato l’attitudine D.R.I. unitamente alle “divagazioni” in power chords fuori battere che rammentano il death/grind dei Napalm Death.
Si approda con naturalezza a blast beat che sorreggono feroci alternate picking, mantenendo una stessa linea melodica reinterpretata secondo tre differenti canoni a donare dinamicità e senso di urgenza. La seconda metà della traccia marca un deciso cambio di passo, attestandosi su un mid tempo roccioso di palm muting e chiusure in licks a note.
Se da un lato aumenta la crudezza, dall’altra si sviluppano controcanti maggiormente atmosferici e vagamente epici che ricordano certe aperture “melodiche” dei Cattle Decapitation, con la creazione di uno spazio dilatato in cui doom e black metal trovano un punto di incontro mentre la solista dimostra la propria perizia tecnica con sweep picking di pregevole fattura, a dimostrare che la proposta di soluzioni apparentemente immediate e ruvide è una scelta stilistica e non certo un limite tecnico. Prima della ripresa in velocità che ci conduce a fine traccia trova posto anche un omaggio a quel death malignamente epico che caratterizzò lo stile degli Entombed.

Dopo un‘intro in low tempo che rammenta alcuni frangenti di “Hell Awaits”, che rapidamente vira un serratissimo death con i riff in alternate picking in unisono con la doppia cassa, “Le Diable and The Snake”, si orienta prima su un riffing di serrato thrash tecnico e poi su un rapidissimo up tempo HC il cui classico riffing in power chords viene impreziosito dai licks sospesi di una seconda linea di chitarra. Si conferma un songwriting impostato su tre “atti”, di cui i primi due sono costituiti da una sequenza di 3-4 riff caratterizzati da marcate differenze stilistiche, per quanto risolti in maniera organica ed efficace, ed un terzo in cui si arriva ad una sorta di sintesi delle diverse influenze. Si faccia caso al trattamento di modulazione e crescendo applicato alla sezione death verso il finale, dove lo stessa linea melodica viene reinterpretata dalla sezione ritmica e dalle chitarre fino al pernicioso rallentamento conclusivo.Se l’incipit dimostra una piena padronanza nella costruzione di atmosfere evocative e minacciose di chiara scuola death old school, lo sviluppo in up tempo di “Mother Death”, introdotto da un roccioso mid tempo di scuola thrash metal, chiarisce quanto siano solide le radici Hc degli Skulld, arrivando ad evocare un piglio Dead Kennedys (ma anche Motorhead a dirla tutta). La capacità di integrare questi due linguaggi arriva ad offrire soluzioni davvero interessanti quando nella sezione ritmica prende il sopravvento l’anima punk-core (si senta l’ultra classico stacco di basso) e alle chitarre viene affidato il compito di creare texture sospese siderali con un’incursione in tremolo picking. Molto solida anche in questa traccia la giustapposizione tra solidi inserti di thrash roccioso e death svedese anni 90. Interessante come il riff d’apertura venga sviluppato nella sezione finale, completando da un lato i fraseggi di chitarra lasciati in sospeso e lavorandolo con armonizzazioni e modulandolo poi per approdare ad un finale che rimanda ai Voivod.

Come a voler sviluppare l’approccio della traccia precedente, l’incipit di “Drops of Sorrow” concede più spazio allo sviluppo di un tema a note dalla metrica molto intrigante, pervaso da un gusto ai limiti del melodic black. Il dialogo tra atmosfere sospese e chiusure solenni in power chords e rocciosi inserti di palm muting viene poi disassemblato e riutilizzato nello sviluppo della traccia in cui riprende il sopravvento un andamento ritmico HC (se non speed metal). Molto efficace la sovrapposizione delle diverse metriche in questo caso, sezione in up tempo lanciato, power chords dilatatissimi e lick a note, sovrapposizione che crea uno sviluppo melodico dilatato e sospeso.

Conclude il lotto di tracce “Sacred Fires”, che conferma la formula compositiva della traccia precedente, includendo componenti più spiccatamente thrash metal da una parte, ed esasperando le soluzioni di sezione ritmica andante in up tempo mentre le chitarre distribuiscono temi molto dilati in power chords o ritmiche spezzate in palm muting. Interessante come nell’up tempo iniziale, di chiara matrice HC, il giro del riff venga concluso con accelerazioni in up tempo e fraseggi death in alternate picking. Matrice death che verrà ripresa “in purezza” nella ripresa dopo l’inserto centrale pienamente thrash.

In conclusione non posso che consigliare l’ascolto di questo lavoro che, sono sicuro, saprà conquistare sia chi ha vissuto gli anni in cui la contaminazione tra punk/HC e metal ha dato l’abbrivo per la radicale evoluzione di quello che era il metal classico, sia chi si affaccia per la prima volta al genere. Il genere proposto è estremo ma intelleggibile, dinamico e musicale. E, soprattutto, suona dannatamente personale.

Samaang Ruinees

 

Tracklist:

1. Healing the Wound
2. The Blink
3. Accabadora
4. Wear the night as a Velvet Cloak
5. Le Diable and The Snake
6. Mother Death
7. Drops of Sorrow
8. Sacred Fires

  • Anno: 2026
  • Etichetta: Time To  Kill records
  • Genere: Crustcore Death

 

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Autore

  • classe 1970, dopo aver fatto studi musicali classici scopro a 15 anni il metal. a 17 anni il mio primo progetto (incubo - thrashgrind), poi evolutosi in thrash tecnico con gli insania (1989-1997) e infine in death-thrash con insania.11 (2008-attivo).
    prediligo negli ascolti death e black ma ho avuto trascorsi felici con la dark wave e l'industrial.
    appassionato di film e narrativa horror, ho all'attivo un romanzo pubblicato e la partecipazione con dei racconti ad un paio di antologie.

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