Puntuale come un orologio svizzero arriva luglio e con lui il bollore estivo e soprattutto l’attesissimo evento Luppolo In Rock. Anche quest’anno la nostra testata ha deciso di documentare questa esperienza unica nel panorama festivaliero nazionale, inviando sul campo due valorosi cronisti: la sottoscritta e il collega Filippo Marroni. Il 18 luglio, nelle prime ore del mattino, abbiamo intrapreso il nostro viaggio verso le terre cremonesi per vivere in prima persona l’edizione 2025 di questo evento ormai consolidato nel calendario degli appassionati del genere.
Il nostro sbarco a Cremona avviene nei primi momenti del pomeriggio. Dopo un rapido check-in in hotel e una sistemazione altrettanto veloce dei bagagli, non possiamo fare a meno di apprezzare il piccolo ma prezioso balcone della nostra camera vista Duomo di Cremona, un dettaglio architettonico apparentemente esclusivo nella struttura che ci ospita e che si rivelerà un gradito rifugio nei momenti di riposo.
Senza perdere tempo, ci dirigiamo immediatamente verso il Parco delle Colonie Padane, sede dell’evento. Sbrighiamo le formalità del caso: scansione QR Code del biglietto e conseguente applicazione al polso di braccialetto che fungerà da pass per l’intera giornata. Rispetto alla passata edizione (per chi come noi ha l’abbonamento per i 3 giorni), il pass non è unico per l’intero evento, ma ogni giorno tale braccialetto viene cambiato (colori differenti per ogni giornata) e quindi dobbiamo mostrare il biglietto ogni volta. Poco male, in pochi minuti siamo pronti.
Non possiamo non notare immediatamente che la famigerata e tanto agognata ‘mega grigliatona’ dello scorso anno è sparita. L’area food ha subito una trasformazione radicale nella sua organizzazione.
Niente griglia, come dicevo, e stand a cui accedevi dopo aver fatto l’interminabile fila ad una delle due postazioni cassa adibite a fornire il biglietto per il ritiro del beverage (birra) e del food.
Questa volta lo stand cassa è riservata esclusivamente per la birra (ce ne sono molte disseminate in tutta l’area) mentre i tantissimi Food Track che ci circondano soddisfano ogni tipo di esigenza culinaria senza noiose attese.
Benissimo!
Per la birra va fatto un discorso a parte. L’abbonamento di 70,00 € per 10 + 1 lattina, l’ho trovato un tantino esagerato (lo scorso anno l’offerta era di 3 birre a 20,00 € molto più pratico per due come noi) mentre il costo di una singola (7,00 €) è rimasto immutato.
Il design personalizzato del barattolo di birra che veniva aperta nella parte superiore a mo’ di bicchiere io, personalmente, l’ho trovato geniale.
Ne ho portate a casa come souvenir almeno 3 pezzi.
Passata in rassegna l’area, prendiamo in esame gli spettatori: la saga del metallaro tipo.
Tutti identici nelle loro mise, quando sei di fronte ad un metallaro non ti puoi sbagliare, sono inconfondibili.
Purtroppo noto con un certo dispiacere che l’età media è notevolmente avanzata, soprattutto nella prima e seconda serata . L’ultimo giorno forse forse, qualche ragazzino più giovane lo abbiano visto.
Quest’anno il festival ha operato una scelta coraggiosa, quasi raddoppiando il numero di gruppi in cartellone. Questa decisione ha creato un programma giornaliero estremamente denso, caratterizzato da continui cambi di palco. Se da un lato questo ha offerto una maggiore varietà musicale, dall’altro ha comportato una significativa riduzione della durata delle singole esibizioni, alcune delle quali si sono rivelate davvero troppo brevi per permettere agli artisti di esprimere appieno il proprio potenziale.
Un dato particolarmente significativo riguarda la composizione della lineup: ben 14 band su 25 totali sono italiane. Questa scelta rappresenta un importante riconoscimento per la scena metal nazionale e legittima ulteriormente la nostra presenza come cronisti, obbligandoci a documentare con particolare attenzione queste tre giornate al Parco delle Colonie Padane.
Tra il numeroso pubblico molte facce viste lo scorso anno (e anche con lo stesso abbigliamento) e molti volti noti di egregi colleghi di altre redazioni. Di uno su tutti, che abbiamo felicemente salutato, sono curiosissima di leggere cosa ci racconterà di questa attesissima rassegna musicale.

Questa intanto la nostra versione.

 

Francesca ‘Penny’ Faenzi

 

Venerdì 18 Luglio

Varcare il banner di benvenuto è un po’ come tornare a casa. Come spiegato da Francesca Il Luppolo in Rock si svolge all’interno di una vasto parco sulle sponde del Po, l’area ristorazione e del mercatino è aperta a tutti, mentre l’area concerti è accessibile solo con il biglietto ma una volta dotati di braccialetto di riconoscimento si può uscire e rientrare tutte le volte che vogliamo: questo è un dettaglio non da poco, memori di altri festival dove una volta entrati si diventa prigionieri.
Il palco è imponente, lo spazio per il pubblico è lastricato ed intorno ci sono ampie zone di erba che permettono una confortevole pausa tra un concerto e l’altro.
Il caldo è notevole, tanto più che il gli artisti si trovano il sole in faccia e suonare alle 17 non è agevole ma i giovani fiorentini dei Classe 99 non lesinano energie per aprire la settima edizione del Luppolo con il loro hard rock’n’roll, proponendo qualche estratto del nuovissimo LP ‘Fuori Da Qui‘ cantato in lingua madre. Purtroppo ancora il pubblico non è tantissimo ma i tre rockers tirano fuori una buona prova, tutta grinta e sudore.

‘E la volta dei milanesi Crimson Dawn che si presentano con tuniche e cappucci rosso granata, evocando anche visivamente la loro musica permeata di atmosfere gotiche e dark che fanno da sfondo ad un heavy metal tradizionale. Ottima l’esibizione che pesca a piene mani da ‘It Came From The Stars‘, migliorandone notevolmente la resa. E’ mancata ‘Nera Sinfonia‘, il loro cavallo di battaglia, e me ne sono personalmente lamentato andando a conoscere il cantante Claudio Cesari che mi ha risposto che avevano troppo poco tempo a disposizione.

Da Modena è il momento degli Stranger Vision; riporto quello che scrissi in fase di recensione del loro ultimo disco: ‘Dal punto di vista stilistico gli Stranger Vision si sono induriti rispetto ai lavori precedenti con spunti di progressive, di gothic, di power e di parti sinfoniche ma sembrano aver perso quella vena compositiva che soprattutto nell’esordio mi colpì particolarmente; manca un brano memorabile e quella fatidica voglia di riascolto non si manifesta.‘ Stessa impressione l’ho avuto dopo averli visti live: tecnicamente ineccepibili ma gli mancano le canzoni. Rimandati.
Dopo il necessario spuntino la serata volge al meglio con l’arrivo di quattro moniker che negli anni ’80/’90 erano nel gotha del panorama internazionale.

Alle 19,30 in punto Robb Weir ed i suoi Tygers Of Pan Tang salgono sul palco accolti da una ovazione. Il gruppo inglese da diversi anni si è italianizzato con l’arrivo in formazione di Jacopo Meille e Francesco Marras ma non ha perso la propria anima, quella di rappresentare l’essenza della New Wave Of British Heavy Metal; ‘Gangland‘, ‘Hellbound‘ ma anche le più recenti ‘Only The Brave‘ e ‘Back For Good‘ scatenano il Luppolo lasciando, come accadrà spesso in questo fine settimana, l’amaro in bocca per una scaletta davvero limitata.

Pochi minuti di attesa ed i terribili Grave Digger ci ricordano che non si producono 21 LP in studio in 41 anni di attività a caso… ‘Are you ready for the true german heavy metal?‘ urla un invecchiatissimo ma sempre aitante Chris Boltendahl. Una scaletta incentrata sui grandi classici, da ‘Valhalla‘, ‘Excalibur‘ e ‘Rebellion‘ fino all’anthem per eccellenza, quella ‘Heavy Metal Breakdown‘ che è stata cantata in centinaia di concerti in tutto il mondo da migliaia di metallari. Tra le migliori cose viste in questa edizione.

Rimaniamo in Germania e seppur di origini più recenti (1997) i Primal Fear sono comunque da considerare tra i depositari della fiamma del puro heavy metal.
Dopo la fallita audizione per sostituire Rob Halford nei Judas Priest, Ralf Scheepers (che abbiamo già visto a Cremona l’anno scorso con i Gamma Ray) e Matt Sinner fondarono i Primal Fear, praticamente i cloni dei Metal Gods; soprattutto in sede live è impressionante la sensazione di copia incolla, per esempio in ‘Chainbreaker‘, ‘Running In The Dust‘ o in ‘Angel In Black‘. Rimane il fatto che la voce di Scheepers è unica, e che la prova dei nuovi musicisti dopo la rivoluzione dello scorso anno è stata esemplare; c’era curiosità anche per la nuova chitarrista italo-cubana Thalia Bellazzecca che ha dimostrato grande carisma e maestria, macinando riff su riff. Grandi applausi accompagnano l’uscita dei Primal Fear mentre gli addetti del palco allestiscono in un lampo quello che sarà l’act principale di questa prima giornata: i leggendari Pretty Maids.

Attivi dal 1981 il gruppo danese raggiunse l’apice del successo a cavallo degli anni ’80 e ’90 mantenendo poi con costanza e dedizione una discreta fama mondiale, anche in periodi in cui il loro hard/heavy non andava particolarmente ‘di moda’. Al Luppolo sono stati autori di uno dei migliori concerti di questa edizione, una esibizione di pura classe, un mix di melodia e potenza, con un Ronnie Atkins che dall’alto dei suoi 60 anni ha dato lezione di canto, intrattenimento e stile. Incredibilmente duri nell’esecuzione dei pezzi più vecchi , ‘Back To Black‘ e ‘Red, Hot And Heavy‘, meravigliosamente magici con ‘Walk Away‘ e ‘Please Don’t Leave Me‘, trascinanti e coinvolgenti in ‘Pandemonium‘ e ‘Future World‘. Dieci e lode.

 

Sabato 19 luglio

Giornata impegnativa, sin dalle 16 il palco inizia ad ospitare gli artisti.
Caldo e umido non scoraggiano i The Killerfreaks che, truccati in stile horror, ci assaltano con il loro rock’n’roll venato di tinte thrash e punk. Un’esibizione piacevole penalizzata dall’orario e dal clima ma sicuramente positiva.

E’ il turno dei piemontesi Nastyville, autori di un hard rock moderno e accattivante. Non li conoscevo e ne sono rimasto piacevolmente impressionato, i Nastyville infatti hanno grandi canzoni e una padronanza del palco notevole, tanto da sembrare dei veterani. Per il sottoscritto uno dei migliori gruppi italiani di tutto il Festival.

Trent’anni di esperienza, concerti in supporto a grandi band internazionali ma con un ultimo disco uscito ben 7 anni fa, i lombardi Love Machine rappresentano la classica band che è stata sempre sul punto di esplodere ma non ce l’ha mai fatta. Autori di un hard/heavy old school ripropongono i pezzi di quel ‘Universe Of Minds‘ che lasciò abbastanza tiepida la critica ed il pubblico. Oggi i giudizi non cambiano, una esibizione scolastica che non mi entusiasma ma che riceve comunque il plauso del pubblico già numeroso sotto il palco.

Ben altra risposta ricevono i The Headless Ghost con il loro heavy metal di chiara matrice Mercyful Fate; ‘King Of Pain‘ viene saccheggiato a piene mani e sembra che il pubblico, come il sottoscritto, lo conosca bene tanto da apprezzarne ogni singola nota. La cover di ‘Evil‘ chiude un concerto breve ma intenso.

Gli Wyvern, anche loro provenienti dagli ’80, rivivono nei Wyv85 con la stessa formazione e ripropongono i loro vecchi pezzi riletti in chiave decisamente più dura. Una prova di esperienza e tanto sudore che viene gradita e applaudita.

E’ il momento della cena ma non mi posso perdere i Tarchon Fist, autori del recente ‘The Flame Still Burns‘ che già dal titolo ci lascia intendere che la fiamma del metal tradizionale rivive nella loro musica. Il parterre del Luppolo è quasi al completo e i bolognesi ricevono quel feedback necessario a dare maggiore grinta ed entusiasmo alla loro esibizione, congedandosi dopo 30 minuti tra i meritati applausi.
Finita l’odierna scaletta italica, si comincia a fare sul serio.

I Crashdiet c’avevano lasciato a bocca asciutta nell’edizione del 2023, quando un ritardo sui voli internazionali li vide costretti a rinunciare.
Tornano quest’anno per farsi perdonare e lo fanno alla loro maniera, con il loro rock stradaiolo che nonostante siano svedesi deve molto a Motley Crue, Ratt et similia.
L’audience apprezza e risponde alle sollecitazioni che arrivano da uno scatenato John Elliot, il nuovo frontman: ‘Riot In Everyone‘, ‘Chemical‘ e soprattutto la conclusiva ‘Generation Wild‘ sono i picchi di una esibizione divertente e scanzonata.

I Firewind sono la creatura del talentuoso chitarrista greco Kostas Karamitroudis, in arte Gus G., e sono un gruppo power/heavy metal ove la canzoni ruotano tutte intorno ai virtuosismi del loro leader; mi ha ricordato il Malmsteen dei vecchi tempi, quando ad ogni pezzo non si vede l’ora di arrivare all’assolo. E Gus G. di assoli ne scarica a decine lasciandomi letteralmente a bocca aperta. ‘Rising Fire‘ e la cover di ‘Maniac‘ (quella di Flashdance per intendersi) entusiasmano il finalmente nutrito pubblico del Luppolo.

L’aria si fa elettrica, è inutile girarci intorno, siamo tutti qui per il ritorno in Italia dei Running Wild, il gruppo tedesco che nell’altro secolo vendeva tanto quanto i più blasonati nomi del metal mondiale. La loro fama rimane inalterata guardando il numero di magliette in cui campeggia il loro logo.
Il loro metallico rock’n’roll con tematiche piratesche irrompe con ‘Fistful Of Dynamite‘ e fino alla conclusiva ‘Treasure Island‘ non c’è ritornello che non venga urlato dalla platea. Per motivi logistici lo spettacolo è privo dei giochi pirotecnici che accompagnano da sempre i loro live: Rolf Kasparek se ne rammarica e si scusa ma quello che conta è la musica e i Running Wild conquistano il Luppolo 2025 con un concerto memorabile.

 

Domenica 20 luglio

Ultimo giorno di festival, consueta passeggiata mattutina nella calda e deserta Cremona, lauto pasto domenicale e poi con tutta calma di nuovo verso le sponde del Po ad attendere la giornata dedicata alle sonorità più estreme.
Ho fatto il copia e incolla del report del 2023 perchè è esattamente quello che è successo anche quest’anno.

Unica differenza che si inizia alle 15,45, con i The Burning Dogma ad avere l’impegnativa responsabilità di aprire le danze in una atmosfera poco adatta al loro death/doom gotico. Musica da ambientazioni oscure, melmose e pesanti che stridono con la calura pomeridiana e le cicale del parco che ci ospita. Ma così è e quindi i bolognesi sparano le loro cartucce fatte di growl e riff tiratissimi; non mancano aperture melodiche, insomma una ricetta con buoni ingredienti e dalla buona riuscita.

Ma sono i due seguenti act che mi entusiasmano, i Sexperience e gli In Autumn. I primi giocano in casa, originari della ‘bassa cremonese’ non li avevo mai sentiti ma il loro metal/groove convince e infatti sotto il palco, nonostante il sole, si scatena un bel putiferio. Tra i migliori dell’intero festival.

Gli In Autumn invece li conoscevo bene, ‘What’s Done Is Done‘ è uno dei migliori dischi del 2024, un concentrato di tanti sottogeneri (death, doom, thrash, melodic) ma mixati con gusto e personalità. Dal vivo i pezzi acquistano maggiore dinamicità, rendendo il loro liveset una piacevole conferma di quanto sentito in studio. Complimenti!

Al contrario rimango piuttosto deluso dagli Embryo, anche loro cremonesi, autori di un death metal moderno e articolato, che mi aveva convinto in studio soprattutto nell’ultimo ‘A Vivid Shade On Misery‘ ma che alla prova live è risultato ostico. Non riesco a descrivere cosa non abbia funzionato, forse la voce di Roberto Pasolini, forse i suoni molto differenti dalla bombastica produzione in studio: sta di fatto che spero di rivederli presto perchè avevo altre aspettative.

Chiude il programma dei gruppi italiani l’esibizione dei Necrodeath che toccano il Luppolo con la loro tourneè di fine carriera. Del gruppo genovese non scriverò nulla di nuovo rispetto a quanto già scritto in 40 anni di fulgida carriera. Professionalità, maestria e tante lacrime chiudono una lunghissima storia fatta di 14 LP e centinaia di concerti. Grazie Necrodeath, ci mancherete.

Altra birra durante il cambio palco (ricordiamo che il Luppolo nasce come festa della birra) e con curiosità aspettiamo gli Infected Rain, gruppo moldavo con la stravagante cantante e carismatica Lena Scissorhand a guidare una esibizione assolutamente vincente. Il connubio djent, melodic, nu-metal e metalcore funziona soprattutto in sede live dove mosh-pit e wall of death invocati da Lena vengono eseguiti alla lettera dal caldissimo parterre, aumentando la temperatura già torrida. Le pause tra un pezzo e l’altro inoltre ci regalano, finalmente, un artista straniero che parla correttamente l’italiano e tutto questo contribuisce a rafforzare il legame tra la band ed il pubblico, siglando un altro dei concerti più riusciti della tre giorni cremonese.

E’ il turno dei techno-thrasher Coroner, anzi per l’esattezza dei precursori di un genere che all’epoca li vedeva appellati come ‘i Rush del thrash metal‘. Con i tre musicisti sul palco sale in cattedra la musica, senza orpelli, coreografie o giochi di luce. Vestiti semplicemente di nero suonano e incantano. C’è spazio anche per un pezzo inedito ‘Sacrificial Lamb‘ che apparirà sul nuovo disco di imminente uscita; considerando che è dal 1993 che non pubblicano niente mi sembra una notizia notevole.

Se il giorno prima il dress code dei metallari presenti era stato vinto dai Running Wild, oggi la stragrande maggioranza veste Candlemass. Signori indiscussi del doom sabbathiano vincono a mani basse il trono del Luppolo 2025 con un concerto bellissimo. Non mi viene altro da dire: da ‘Bewitched‘ alla conclusiva ‘Solitude‘ un’ora di pesantissimi riff e cori accompagnati da una platea in estasi.

E dopo i Candlemass è dura per i Cradle Of Filth ripetere la magia appena vissuta.
Il loro Symphonic Gothic Black Metal degli albori è una matassa complicatissima di suoni, ritmi e cori; nonostante la recente svolta verso lidi più thrash o puramente heavy metal, con la particolarissima voce di Dani Filth, a cui si alterna la tastierista Zoe Federoff, i Cradle Of Filth si riconoscono dalla prima nota, rimanendo da sempre uno dei gruppi più originali dell’intero panorama internazionale. L’esibizione si snoda tra passato e presente, il pubblico assiste ma non partecipa, si gusta lo spettacolo ma non scorre quel coinvolgimento che abbiamo visto prima. Sopraffatti dalla stanchezza chiudiamo il nostro Luppolo 2025 in anticipo rispetto alla fine del concerto.

Questa è la nostra versione dei fatti, il nostro punto di vista su un evento che continua a rappresentare un appuntamento irrinunciabile per gli amanti del metal italiano. Tra cambiamenti organizzativi, innovazioni pratiche e la solita, immutabile passione del pubblico, il Luppolo In Rock 2025 si conferma un’esperienza unica nel panorama festivaliero nazionale.
Ci vediamo l’anno prossimo.

 

Filippo Marroni

 

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